A volte torniamo, con i nostri ricordi, in luoghi di cui non vogliamo perdere la memoria. Tornati nella casa paterna che ci ha visto giovani (quasi) contestatori, ritroviamo i settimanali che si leggevano. Epoca e l’Europeo erano i nostri preferiti. Sfogliando alcune pagine di quest’ultimo (oggi si direbbe Magazine), notiamo un reportage di Oriana Fallaci, che tra il 1967 e il 1968, rivestì il ruolo di inviata speciale in Vietnam. I suoi reportage crudi e diretti documentarono le atrocità e la vita quotidiana durante quell’orribile e (alla fine) inutile conflitto. Col ricordo di quei tempi, ci caliamo nei panni di un inviato sul campo per incontrare un protagonista di quella guerra. Un soldato delle truppe degli Stati Uniti, impegnato nelle operazioni militari in quei terribili giorni. In un attimo ci troviamo sotto il picchiettio della pioggia scrosciante, di fronte alla profonda miseria dei soldati in guerra.
Consapevoli della situazione e delle modalità di richiesta di informazioni, per il nostro servizio militare assolto in un reparto operativo, cominciamo la nostra intervista (naturalmente impossibile), iniziando a chiedere militarmente.
– Nome, grado, corpo di appartenenza.
– Sergente John Tex Willer. Terza Divisione. Secondo Reparto di Cavalleria Aerea. Elicotterista.
– Cavalleria aerea?
– Si, comprenderà che in tempi moderni – nel 1968 – i cavalli sono stati sostituiti da altri mezzi mobili. I Lancieri, per esempio, hanno i carrarmati, noi – la Cavalleria – andiamo all’assalto con l’elicottero. Dall’alto mitragliamo le truppe nemiche.
– Quale è il suo campo di battaglia?
– Il mio reparto si trova al confine cambogiano. E’ un avamposto. Per intenderci siamo quasi dietro le linee nemiche. Operiamo alle spalle delle truppe del Vietnam del Nord, quello comunista.
– Come descriverebbe la situazione qui e ora, nel 1968?
Ci guarda per un attimo. Si accende una sigaretta. Guarda nel vuoto. Pare scrutare un orizzonte che non c’è.
– La situazione?
E’ una guerra diversa da tutte le altre che sin qui gli Stati Uniti hanno combattuto. Non è come in Europa o nel Pacifico, con una linea del fronte o con porti e navi nemiche con le loro bandiere, facilmente riconoscibili. Qui non ci sono fronti. Non ci sono bandiere. Sei nel fango, nella giungla, e ti senti come se ogni albero, ogni cespuglio, avesse occhi che ti osservano. Il rumore del mio elicottero è l’unica cosa che riconosco. Per assurdo, che mi fa sentire “a casa”. Ma è anche quello che ti sta portando o alla morte o ti sta conducendo fuori da questo inferno.
– Come è la vita quotidiana nella giungla?
– Camminare nella giungla è molto faticoso. Portiamo un equipaggiamento di oltre trenta chili sulle spalle. Stivali sempre bagnati, le sanguisughe che ti si attaccano alla pelle, la febbre, le zanzare. E poi la vegetazione di un tipo a noi sconosciuto. Roba che ti taglia gambe, braccia, viso come un rasoio. Mangi razioni K fredde fatte di non sai cosa. Quando non sei in combattimento cerchi di dormire ma con la paura che un Viet-Cong ti tagli la gola o ti piazzi una trappola esplosiva sul sentiero su cui ti avvierai appena sveglio.
– Avete contatti frequenti con i civili del Nord e con i Viet-Cong?
– Il problema è proprio quello. Non sai chi è chi. Di giorno, incontri un contadino che ti sorride e ti vende una Coca-Cola. Di notte, lo stesso tipo ti piazza una mina sotto il sedere. Bene che ti vada ti porterà via una gamba. Li chiamiamo “Charlie”. Spariamo nel buio, gli bruciamo i villaggi. Poi magari ci chiediamo perché non ci amano. È una guerra di logoramento. Non so cosa stiamo consumando di più, se noi loro o loro la nostra sanità mentale.

– Qual è stata l’esperienza più dura finora?
– Siamo in piena offensiva del Tet. Si pensava che in questa guerra avremmo tenuto l’iniziativa, come vuole la regola in tutti i conflitti. Invece sono loro che attaccano ovunque. Anche la nostra Ambasciata a Saigon. I miei soldati hanno visto cose… (si interrompe e ributta gli occhi nel vuoto) terribili, spaventose. Che non si dimenticheranno mai più. Quando vedi il tuo migliore amico sparire in un elicottero senza sapere se tornerà intero impari a non affezionarti a nessuno. Molti cercano conforto nella droga, marijuana ed eroina sono ovunque qui. L’alcool oramai è roba per signorine. Drogarsi e ubriacarsi è un modo per dimenticare il rumore delle mitragliatrici e non sentire l’odore della morte che ti cammina accanto.
– Perché combatte, Sergente? Crede nella missione?
Ci guarda. Ride amaramente.
– Ci è stato detto che era una guerra che sarebbe durata quattro o cinque settimane al massimo. Il tempo di annientare questi straccioni. Mi sembra che qualcuno dica ancora così nel suo tempo.
La mia missione? Pensavo di fermare il comunismo. Ora, combatto per il ragazzo accanto a me. Combatto per tornare a casa. L’età media dei miei soldati qui è di diciannove anni. Molti di loro li vedo poco più che bambini con fucili M16 che giocano a fare gli dei in un paese che nessuno conosce e che non capiamo. Abbiamo la tecnologia, abbiamo gli elicotteri, ma non stiamo vincendo.
– Sergente può descriverci come è una giornata tipo qui per un soldato americano?
– Dipende se sei “nel mondo” o ti trovi nella boscaglia. La boscaglia è qualcosa che non si può comprendere se non ci si vive. Se siamo alla base è noia mista a polvere e caldo infernale. Ma quando siamo fuori in pattuglia… la giornata non finisce mai. Ti svegli che sei già inzuppato di sudore o di pioggia. Cammini per ore nel fango, con il peso dell’equipaggiamento sulle spalle, cercando di non calpestare una trappola o di non finire in un’imboscata. La vera sfida non è solo il nemico, è la giungla stessa, con le formiche, le zanzare, l’umidità che ti mangia la pelle. Le mine che ti fanno volare via le gambe. Le cerchi ma non le puoi trovare. Sono andate vie per sempre.
– Cosa è che la spaventa di più durante le operazioni?
– Il fatto che non vedi mai chi ti spara. Il Viet-Cong conosce questa terra come il palmo della sua mano. Possono essere ovunque. In un tunnel sotto i tuoi piedi o su un albero sopra di te. E poi il silenzio. Quando la foresta diventa improvvisamente silenziosa sai che sta per succedere qualcosa. Non è come nei film. Tutto è molto più rapido, caotico e spaventosamente rumoroso per pochi minuti, poi torna il silenzio. E non hai più un braccio o una gamba. Magari non ti accorgi di niente. Perché sei morto.
– Vi capita mai di cantare le canzoni pacifiste di Joan Beaz?
Il Sergente accenna un sorriso amaro, scuotendo la testa mentre fissa la canna del suo M16.
– Joan Baez? Bob Dylan? Certo. Le loro canzoni pacifiste arrivavano fin qui. Le sentiamo alla radio o sui nastri che qualcuno si porta da casa. Ma c’è un’ironia infame in tutto questo. Quelle canzoni parlano di noi, ma non sono veramente per noi. Quando sei nel fango fino alle ginocchia e senti il fischio dei mortai, le ballate acustiche sulla pace sembrano provenire da un altro pianeta. Joan Baez canta nelle piazze pulite di Washington o di New York. Noi la guerra ce l’abbiamo addosso. Ascoltare quelle canzoni qui ti ricorda solo quello che non hai. Qui preferiamo il rock duro. Qualcosa che copra il rumore degli elicotteri e delle pallottole che ti sfiorano accanto o le grida del compagno accanto con le budella che gli pendono dall’addome.
Le canzoni pacifiste sono per chi sta a casa. Per chi si vuole sentire con la coscienza pulita. Noi siamo qui anche per loro. Cantiamo i nostri inni militari per darci coraggio, per rabbia. Per non impazzire. La pace di cui canta Joan Baez è un lusso che noi, su questa collina che conquistiamo e perdiamo tre volte al giorno, non ci possiamo permettere.

– Cosa le manca di più dell’America?
– Una doccia fredda. Un letto senza insetti. Mia madre. E il silenzio. Qui non c’è mai silenzio. Solo il rumore degli elicotteri, le esplosioni, il fischio dei proiettili sopra la tua testa. E la pioggia che non smette mai.
– Cosa vorrebbe dire a chi, a casa, protesta contro la guerra?
– Qui, nelle buche della giungla, si vede tutto diverso. Fa male pensare che qualcuno ti odia perché sei qui, ma allo stesso tempo… a volte vorrei essere con loro a urlare. Nessuno che sia stato qui dentro per più di un mese vuole che questa guerra continui per sempre.
– Cosa crede che succederà quando tornerete a casa?
– Ho paura che ci dimenticheranno. O che ci odieranno per quello che abbiamo dovuto fare qui.
Cambiamo registro. Saltiamo ogni dimensione temporale e a bruciapelo spariamo anche noi una domanda tragica.
– Ha vergogna come soldato degli Stati Uniti di avere perso la guerra in Vietnam?
Scuote la testa lentamente, guardandosi le mani sporche.
– Vergogna è una parola grossa che usate voi che non conoscete la guerra. Qui non abbiamo pensato a vincere o a perdere la guerra. Pensavamo a vincere la giornata. Qui si strisciava nel fango mentre vedevamo i nostri migliori amici saltare in aria per una mina fatta con un barattolo di conserva, come quello che hai avuto in mano prima, dove era il tuo pranzo.
Abbiamo perso perché ci hanno mandato a combattere una guerra politica in un posto dove non eravamo i benvenuti e contro un nemico che non ha un posto dove scappare. Perché è a casa sua.
– Buttare in mare i vostri elicotteri e fuggire dal Vietnam non è stato molto onorevole. Non crede?
Appoggia la sigaretta sulla cassetta dei caricatori imbottiti di proiettili.
Lo sguardo è fisso e gelido.
– Onorevole? No, non lo è stato. Vedere i nostri elicotteri spinti fuori dal ponte delle portaerei per fare spazio ad altri disperati, vederci scappare dai tetti mentre la gente che avevamo promesso di proteggere si aggrappava ai carrelli degli elicotteri… è stato uno schifo. Un fallimento totale.

L’onore lo abbiamo lasciato nelle risaie, cercando di trascinare via un compagno ferito, o quello che restava del suo corpo, sotto il fuoco dei cecchini.
Gettare quegli elicotteri in mare è stato il simbolo di un’epoca che affogava. Non ci può essere onore in una ritirata disordinata.
Noi non siamo scappati dal nemico sul campo. Siamo stati ritirati da una nazione che si vergognava di se stessa.
– Cosa pensa della guerra che ha iniziato contro l’Iran il presidente Trump?
Ride.
– Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno già “vinto”, sostenendo che le capacità difensive di Teheran sono state quasi del tutto eliminate. Il Presidente Trump ha minacciato di distruggere l’hub petrolifero dell’Isola di Kharg e altre infrastrutture energetiche se l’Iran non accetterà un accordo definitivo a breve. Sostiene che Theran abbia già accettato gran parte di un piano che include la rinuncia totale alle armi nucleari, la consegna dell’uranio arricchito e la fine del supporto ai gruppi terroristici.
Ma chi sono gli altri che vedono tutto questo che lui descrive?
– Andrebbe a combattere in Iran?
– Noi soldati non scegliamo dove andare. Ci dicono che c’è un pericolo per il Paese e noi carichiamo lo zaino. C’è però una differenza che mi spaventa. In Vietnam abbiamo combattuto contro un nemico che scompariva nella giungla. L’Iran è un posto diverso, con montagne, deserti e con un esercito vero, con carri armati e missili. Il Presidente Trump dice che la guerra finirà in poche settimane. Anche nel ’65 ci dicevano che saremmo tornati a casa presto. Sappiamo oggi come è finita.

– Cosa pensa della mancanza degli intellettuali americani nel contestare la guerra iniziata da Trump?
– Il movimento anti-guerra americano è oggi più debole rispetto al passato. Quello che appare è la forte impopolarità del conflitto voluto da Trump, che sta offrendo una nuova opportunità di riaggregazione per gli intellettuali. Molti intellettuali e opinionisti, anche di area conservatrice, hanno definito la guerra voluta da Trump “disgustosa e malvagia”, accusandolo di aver tradito la sua promessa elettorale di “porre fine alle guerre”. Nonostante la percezione di un vuoto, la protesta dal basso è massiccia. Ci sono state diverse manifestazioni in tutti gli Stati americani, con milioni di cittadini in piazza contro la guerra.
– E allora cosa c’è di diverso rispetto alle proteste contro la guerra nel Viet-Nam?
– Di diverso c’è quello che chiamate adesso “il portato culturale”. Prima c’erano gli ideali, la visione di un mondo migliore, più uguale, più giusto. Oggi gran parte del dissenso anche intellettuale si sta concentrando sull’impatto economico. Con l’inflazione e il prezzo del carburante in aumento molti influencer – non è più il tempo degli “opinionisti” – esortano il Presidente a dare priorità al costo della vita rispetto alle “guerre per esportare la democrazia o la giustizia nel mondo”.
Più che una mancanza di presenza, c’è una trasformazione della contestazione. Meno focalizzata su grandi manifesti unitari del passato e più distribuita tra critiche geopolitiche e soprattutto esigenze economiche.
– Cosa pensa dell’America di oggi? L’America di Trump è molto diversa dall’America di John Fitzgerald Kennedy.
– Kennedy per molti di noi era la speranza. Quando disse “Non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi ma cosa voi potete fare per il vostro Paese”’, ci abbiamo creduto. Siamo venuti qui pensando di essere i “buoni” che portano la fiaccola della libertà. Sotto JFK e poi Johnson, l’America sembrava avere una missione chiara, anche se ora, nel fango della giungla, quella missione è stata un labirinto senza uscita.
L’America di oggi, quella di Trump, sembra un posto dove quella fiaccola è diventata un incendio interno. Ai miei tempi eravamo divisi tra chi sosteneva la guerra e chi bruciava le cartoline di leva. Oggi si bruciano le idee per un gallone di benzina a basso costo o per un amburger più grande.
Molti veterani come me si chiederebbero: per cosa ci siamo sacrificati se ora il nemico è il tuo vicino di casa che vota un magnate dell’economia.
– Perchè l’America di oggi non è più l’America che noi europei abbiamo conosciuto?
L’America che gli europei hanno ammirato per decenni, quella del Piano Marshall, del boom economico e del mito di Kennedy, ha lasciato il posto a una nazione profondamente trasformata da crisi interne e da un nuovo modo di stare al mondo. Non ci si batte più per la libertà e i diritti civili. L’America di oggi soffre di fratture sociali profonde che hanno abdicato all’idea del “Sogno Americano”. L’idea che chiunque possa farcela con il duro lavoro si è incrinata. Oggi il divario tra ricchi e poveri è enorme, e molti americani vivono una condizione di insicurezza economica che ha alimentato rabbia sociale e populismi.
L’immagine dell’America garante della sicurezza globale e del faro della democrazia liberale è profondamente cambiata. L’America di oggi non si vede più come una “potenza occidentale” ma come una “potenza americana”, focalizzata sui propri interessi nazionali.
– Come andrà a finire?
– Sono un soldato, non un politico. Da militare vedo un “distanziamento strategico”. Non necessariamente una rottura totale. Un nuovo equilibrio basato su interessi specifici piuttosto che su un’alleanza ideologica. Per l’Europa l’America dovrà essere più un “socio necessario” che il tradizionale “alleato fidato”. La stabilità del passato lascerà il posto a negoziazioni continue e spesso tese, come quella sull’uso dei dazi che diventerà uno strumento di pressione politica standard.

Lasciamo il nostro Sergente con un animo rassegnato.
Il “Sogno Americano” non c’è più.
Confessiamo che forse noi, in fondo…… non ci abbiamo mai creduto.


