“Non penso a tutta la miseria, ma alla bellezza che rimane ancora”

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di Edvige Presti

Questa frase è tratta dal diario di Anna Frank. Certamente lascia meravigliati che una ragazzina chiusa in pochi metri quadrati — non solo con la sua famiglia ma anche con persone estranee, senza poter vedere la luce del sole e col timore di un pericolo imminente che poi si è tragicamente realizzato — possa scrivere parole simili. È una considerazione che proviene dal profondo del cuore e che le consente di “vivere”, di affrontare l’esistenza con fiducia e trovare gioia e speranza nonostante tutto sembri contro di lei; di trovare la vita laddove essa sembra sfumare.

Noi spesso, in condizioni certamente meno segnate dal dramma, abbiamo difficoltà a volgere lo sguardo verso la bellezza che rimane. Come ci suggerisce Khalil Gibran, la bellezza è dentro di noi prima ancora di essere nelle cose, e solo per questo possiamo scorgerla e riconoscerla. È lecito pensare che il disagio di una persona non dipenda strettamente dalla realtà oggettiva (fatti salvi i casi indiscutibilmente problematici come quello di Anna Frank), ma da come la si vive e la si affronta, dalle risorse di cui si dispone o che si sanno attivare per rapportarsi al meglio con essa.

Preservare lo slancio della speranza è fondamentale: è ciò che tiene accesa la vita. Altrettanto vitale è saper godere delle piccole cose, di ciò che ci viene concesso dalle circostanze, volgendo lo sguardo a quell’armonia di cui l’animo umano non può fare a meno, pena l’abbrutimento e la perdita della propria dignità.

In certi paesaggi, esteriori o interiori, la bellezza è difficile da riscontrare perché oscurata da troppe ombre; bisogna essere veri artisti per tirarla fuori, o avere la semplicità di un bambino. A questo ho pensato ricordando il sorriso di una bambina tra le macerie del terremoto di Haiti o quella donna che, appena estratta dai detriti, cantava sulla barella. Si può sorridere o cantare quando si è circondati da distruzione, morte, fame e malattie, in attesa di aiuti che non si sa se arriveranno? Dove hanno guardato quelle persone per vedere ancora la bellezza? Verso quale orizzonte hanno rivolto lo sguardo per poter ancora cantare alla vita?

Nei casi descritti non si tratta di riflessione, ma di spontaneità; sicuramente è così per la bambina. La bellezza che lei vede emana da lei stessa, dal suo sorriso; irradia dal suo animo e invade lo scenario di morte circostante. È il “non preoccuparsi del domani” come gli uccelli del cielo. Ma nel presente? Come sopportarne le pene: la solitudine, le ingiustizie, la vecchiaia, la morte?

Qualche tempo fa ho ascoltato l’intervista a una donna magistrato che, da giovane, era stata mandata a lavorare a Gela (li chiamavano “i giudici ragazzini”) per combattere la mafia, rischiando la vita. Spiegava che quella era stata per lei un’esperienza così importante, professionalmente e umanamente, da aver chiesto di ritornarvi volontariamente, vista la carenza di personale disposto a operare in un contesto così difficile. Quale bellezza vi ha colto?

Penso anche a un operaio — Guido Rossa, ucciso dalle Brigate Rosse — appassionato di montagna. Scriveva che non gli bastava più la soddisfazione della vetta innevata, la vittoria della vanità o lo spettacolo immacolato della natura mentre “laggiù” gli uomini soffrono. Desiderava partecipare alla loro lotta, essere solidale, e lo ha fatto fino all’estremo sacrificio. Quale bellezza vi ha scorto?

La vita non è un distillato di armonia che viene turbato da un destino avverso come fosse un’irregolarità. La vita è, insieme, bene e male, gioia e dolore, luce e ombra. È l’insieme di queste evidenti contraddizioni, vissute contemporaneamente e inscindibilmente.

Allora che senso avrebbe aspettare che le cose vadano bene o attendere “tempi migliori” per sorridere? Forse riusciamo a farlo quando ci sentiamo parte della realtà così come ci si presenta; quando non restiamo all’esterno a criticare come spettatori, quando non ci limitiamo a guardare la danza, ma iniziamo a ballare anche noi, magari con le scarpe slacciate o vestiti inadatti. Cominciamo a sentire il ritmo della danza che ci prende, ci sincronizziamo con la musica, talvolta aiutandoci col nostro compagno di ballo che forse ha più orecchio di noi, trovando un ritmo comune e ad un certo punto girando vorticosamente sentiamo il vortice entrarci dentro, solleticarci l’anima e farci sorridere, sorridere spensieratamente.

Ecco, adesso si è creata una sintonia, siamo riusciti a seguire un ritmo, a prendere parte a qualcosa; non osserviamo più la realtà esterna per giudicare se va bene oppure no, ma semplicemente siamo. E non siamo isolatamente, ma siamo parte di un’unità che sentiamo e che abbiamo fatto nostra mentre ci abbandonavamo al suo ritmo, dimentichi di ogni altra cosa, non per negligenza, ma perché tutto è già in quell’equilibrio. Così come l’intero l’oceano è già in una goccia d’acqua.

Adesso possiamo sorridere. Non sentiamo più la solitudine; la fame, la sete, le sofferenze sembrano placate, non sono più al centro della nostra attenzione, non sono la nostra intera vita, perché la nostra vitalità risiede in quella pienezza che potremo ritrovare in quasi qualunque condizione, persino nel dolore.

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