“Oltre l’oro di Klimt”

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di Edvige Presti

Voglio raccontarti di un uomo e una donna che si cercano nel buio: lui indossa un manto nero come la notte, lei vorrebbe esserne avvolta, ma forse non sa che vi si perderà. Non ci sono, infatti, punti luminosi, né stelle tra le pieghe di quel mantello. Lei potrebbe essere la donna dipinta da Klimt nell’opera Il Bacio, lui l’uomo che la cinge e, appunto, la bacia.

Lei è completamente abbandonata, si fida totalmente di lui o, meglio, neppure si chiede se possa fidarsi: si è consegnata al proprio sentire, sciogliendo ogni domanda. È pienamente donna in questo suo abbandono. La sua veste dorata è decorata con disegni circolari concentrici che alludono al sesso femminile; ma, più di questi segni, più del sesso a cui rimandano, è il suo animo a essere femminile, come trapela dalla sua espressione. Il suo abbandono indifeso ispira tenerezza, ma anche ammirazione, perché sa abitare la propria essenza con la spontaneità di una rosa che fiorisce o di un girasole che si schiude al sole. È pronta ad accogliere; l’accoglienza — non solo in senso strettamente sessuale — è l’essenza dell’essere donna.

Lui appare come un antico sacerdote. Sembra forte e ombroso, padrone della situazione. Il suo profilo scuro non lascia intravedere bene il volto, come se lei si stesse abbandonando a un mistero che non può conoscere fino in fondo. Del resto, ogni abbandono è sempre un rischio, contiene in sé l’esposizione al tradimento; aprirsi così significa già esporsi alla ferita: il dono di sé confina sempre con la «perdita».

Sull’abito di lui, segni in verticale alludono al sesso maschile, ma più di questo, altri aspetti individuano il suo essere uomo: la sua postura dominante e sicura. L’essenza dell’uomo è voler penetrare la realtà, ha bisogno della forza, laddove la donna ha bisogno della dolcezza per accoglierla. Lui appare cosciente e consapevole, mentre lei vive un abbandono che custodisce, forse, un’altra forma di consapevolezza.

L’uno e l’altra non fanno che appropriarsi della realtà: l’uno entrando nel mondo, l’altra ricevendolo. E quando queste due forze si incontrano, anche solo per un battito di ciglia, entrambi raggiungono l’estasi, la trascendenza, il pieno essere nella vita. Per trascendere la materia bisogna attraversarla completamente. Ecco perché entrambi sono avvolti da un’aureola dorata: perché attraverso l’amore carnale hanno raggiunto il sacro, hanno sfiorato l’eterno.

È una rappresentazione profondamente erotica. I due amanti si trovano su un promontorio, sospesi in un tempo e in uno spazio irreali o, forse sarebbe meglio dire, «surreali»: cioè al di sopra della realtà dopo averla attraversata e non avendola elusa. Rappresenta l’amore completo: sacro e profano allo stesso tempo.

L’erotismo, in senso lato, è il modo di accostarsi alla vita, di interagire con essa. È erotico godere delle sensazioni di piacere estetico che derivano dalla contemplazione di un’opera d’arte come questa; è erotico lasciarsi avvolgere dalle sensazioni che provengono dall’essere immersi in un paesaggio, da un profumo, da un ricordo, da una carezza, da una parola, da un racconto, da un sorriso, da un pianto, da tutto ciò che ci accosta alla vita. Persino il dolore, se lo si accoglie senza distogliere lo sguardo, può diventare un altro modo di vivere.

Nell’interagire con tutto questo sei libera, completamente libera e indifesa. Non avrebbe senso proteggersi dalla vita e non vuoi neppure farlo; non perché sei sicura che non possa ferirti, ma perché la accogli così come ti si offre: senza riserve, pienamente, per quello che è. Non è masochismo: è la capacità di accogliere il male inevitabile per trasformarlo in bene; diciamo pure che ti accorgi che, già nell’accoglierlo, lo hai trasformato in qualche modo in bene.

Saprai accogliere anche la morte con la stessa apertura? Forse sì, se avrai camminato nella verità del tuo essere. La tua piccola verità non trema davanti alla Verità assoluta: ne è una scintilla, parte di un fuoco più grande, ne fa parte da sempre. Non c’è ragione di avere paura.

Edvige Presti

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