Parliamo di… Pianificazione di Protezione Civile a Caltanissetta e dintorni (Provincia?)

Toti Saia
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Ce ne ricordiamo, della Protezione Civile, ogni volta che ci troviamo di fronte ad un evento in un qualche modo collegato alle conseguenze del «rischio», che sia naturale (ormai sempre più raro) o collegato all’attività umana (attività antropica).

Nelle comunicazioni correnti il termine “rischio” viene usato in modo generico e, spesso, disgiunto dagli aspetti territoriali di riferimento. Si confonde la pericolosità con il rischio senza valutare che il parametro rischio è fortemente legato alla presenza di infrastrutture. Ma soprattutto di quel complesso di azioni che vanno a costituire il sistema vitale ed economico.

In poche parole il rischio può aumentare con la diffusione dell’esposizione antropica (umana).

Su questi concetti preliminare nel volerli riportare ai nostri territori (provincia di Caltanissetta, ma ricordiamo che i rischi non seguono i limiti amministrativi) possiamo osservare il coesistere, in maniera diversificatamene variabile nell’intensità, di tutti i rischi socio-territoriali ad eccezione di quello vulcanico.

Ma anche in questo ambito di definizione del rischio occorre valutarne la possibile “gravità” con un termine ormai entrato nella letteratura della comunicazione che potrebbe essere la “magnitudo” senza per questo riferirla al solo rischio sismico.

Secondo normativa «gli scenari di rischio di protezione civile rappresentano gli effetti che possono verificarsi sull’uomo, sui beni, sugli insediamenti, sugli animali e sull’ambiente a causa degli eventi di cui alle tipologie di rischio di protezione civile».

Tipologie di rischio (art. 16 del Codice della Protezione civile) che comunemente definiamo naturali: sismico, vulcanico, da maremoto, idraulico, idrogeologico, da fenomeni meteorologici avversi, da deficit idrico e da incendi boschivi.

Altri rischi, definiti comunemente antropici (ma in realtà lo sono tutti perché si interferiscono con l’attività umana): chimico, nucleare, radiologico, tecnologico, industriale, da trasporti, ambientale, igienico-sanitario e da rientro incontrollato di oggetti e detriti spaziali.

Poi ci sono i cosiddetti eventi pubblici più o meno grandi che comprendono concentrazioni di persone in spazi limitati pubblici al chiuso o in luoghi aperti.

Ma trattiamo di alcuni rischi che ci sembrano attuali.

Rischio Sismico

Proprio partendo dal rischio sismico, questa Provincia, nel contesto del territorio siciliano, ha un basso rischio sismico, tant’è che, fino a qualche decennio addietro (2004) paradossalmente non “veniva classificata” quale area sismica ad eccezione dei territori dei Comuni di Gela e Niscemi.

La nuova classificazione, riconosciuta dalla Giunta di Governo regionale siciliana sulla base degli studi dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e decretata dal Direttore Generale della Protezione Civile ing. Cocina (D.D.G. n. 64 dell’11/03/2022 ha posto le cose a… posto, aggiornando la classificazione nel modo seguente con la definizione dei possibili effetti che ritroviamo sul sito della Protezione civile nazionale:

Gela, Niscemi, Resuttano e Santa Caterina Villarmosa in zona “2” (In questa zona forti terremoti sono possibili); Acquaviva Platani, Bompensiere, Butera, Caltanissetta, Campofranco, Delia, Marianopoli, Mazzarino, Milena, Montedoro, Mussomeli, Riesi, San Cataldo, Serradifalco, Sommatino, Sutera, Vallelunga Pratameno, Villalba in zona “3” (In questa zona i forti terremoti sono meno probabili rispetto alla zona 1 e 2);

Rischio cosiddetto idrogeologico

Il rischio idrogeologico con tutte le sue possibili manifestazioni, è quello più frequente. Si manifesta con la probabilità di eventi franosi nella zona nord morfologicamente più attiva con lo sviluppo di paesaggi collinari e montani a prevalente composizione argillosa. Diventa meno evidente a Sud ove la morfologia si è adattata ad un prevalente sistema pianeggiante.

Nella zona sud è probabile il rischio alluvionale, acuito dalla presenza di quattro dighe costruite per approvvigionamento idrico prevalente per uso agricolo.

Potrebbero poi innescarsi rischi antropici quali incendi sia boschivi che di interfaccia in prossimità di luoghi abitati.

Nell’area del gelese poi è in “agguato” il rischio industriale (incendio/esplosione – rilascio sostanze inquinanti o tossiche) per la presenza dell’impianto industriale di Gela (Petrolchimico ed attività ad esso connesse).

Sussiste anche il rischio antropico da miniere di sale quale ad esempio quella raffigurata nella foto relativa alla miniera Bosco. Infatti tra le province di Enna, Caltanissetta ed Agrigento sono state coltivate diverse miniere di sale il cui successivo abbandono provoca simili sprofondamenti, comunemente definiti anche “sinkholes”.

Rischio incendi, boschivi e di interfaccia

Da alcuni anni costituiscono il rischio ricorrente delle stagioni calde. È ormai acclarato che si tratta di azioni colpose e/o dolose. Ancor più che potenziare le strutture emergenziali (materiali e mezzi di contrasto) sarebbe più opportuno prepararsi in tempo alla prevenzione. Ma ogni anno gli eventi ci consegnano una diffusa impreparazione all’azione di prevenzione, a partire dall’attività di predisposizione di fasce parafuoco, di controllo del territorio e, soprattutto di attenzione alle aree di interfaccia (urbano-rurale) per le quali deve esistere una fascia di rispetto sufficiente ad evitare il propagarsi del fuoco a edifici ed infrastrutture.

Ricorrente negli ultimi anni, ahimé, è il rischio deficit idrico. Il concetto, in realtà, si riferisce all’acuirsi degli eventi climatici e alle carenze di risorse idriche. Ma riveste forte influenza la politica di gestione oculata e preventiva delle risorse, oltre al sistema di distribuzione (reti idriche) quanto più significativamente efficiente.

Da non escludere, infine, tutta la tipologia di rischio socio-sanitario. Covid docet.

Il sistema più razionale, tra l’altro previsto da tutta la normativa di settore (Codice in modo particolare) e dalle direttive, linee guida e prassi consolidata sono proprio i Piani di protezione civile che deve essere redatto ai diversi livelli territoriali quali comunali, sovraccomunali (come gli ambiti, recentemente previsti proprio dal Codice), provinciali, regionali e nazionali.

Su questi presupposti il Codice della Protezione civile e tutta la normativa collaterale e in aggiornamento, pone a carico dei livelli territoriali (Comuni, Province, Regioni, in modo particolare, comprese le pianificazioni specifiche in carico ai Prefetti) la necessità-«obbligatorietà» della redazione dei piani di protezione civile. Oltre le cosiddette pianificazioni nazionali (per eventi attesi di rilevanza nazionale come terremoti, eventi vulcanici, ecc.)

Pianificare, però senza conoscere e far conoscere rende i piani poco applicabili perché senza le reazioni positive della popolazione qualsiasi attività di prevenzione o emergenziale potrebbe rendere poco o per niente resilienti i cittadini. Ed ecco che una parte importante dei piani (che non sono elementi solo tecnici ma prevalentemente sociali) deve essere destinata all’informazione alla popolazione. E questa è una nota dolente.

L’informazione dovrebbe essere… continua. Ma l’attenzione diventa tale solo in occasione di eventi che toccano la sensibilità umana e le coscienze. Paradossalmente i Sindaci, si proprio i Sindaci, sembrano riuscire a spolverare il vocabolario al termine “protezione civile” solo quando sono con l’acqua alla gola.

Il punto forte, però e paradossalmente, deve essere la collaborazione. Almeno nella volontà! Ma all’impegno degli addetti (dai funzionari regionali a quelli del comune più piccolo) non corrisponde l’impulso della… politica. Disattenta per quello che viene considerato un “fenomeno sociale” verosimilmente importante, ma relegato ad una probabilità immaginata “lontana” dai problemi del presente.

Debbo dire, secondo la mia esperienza pluridecennale che uno dei punti di forza è davvero rappresentato nel coordinamento e nello stimolo della Prefettura di Caltanissetta, con la quale ho avuto l’orgoglioso piacere di collaborare per i tanti anni di attività come responsabile in Provincia.

Sono ottimista per il futuro. Mi occupo di protezione civile a tempo pieno dal 1995. Emettevano “i primi vagiti” sia il Dipartimento Nazionale che quello che poi sarebbe diventato il Dipartimento regionale. Ammetto con piacevole orgoglio che se ne è fatta di strada insieme. Ma l’imprevedibilità degli eventi ci insegna che ancora abbiamo da lavorare. Soprattutto per cercare di collocare tutte le componenti al loro posto al fine di consentire la formazione di una piena coscienza degli eventi e consentire il coordinamento dei preposti.

Su questi presupposti il Codice della Protezione civile e tutta la normativa collaterale e in aggiornamento, pone a carico dei livelli territoriali (Comuni, Province, Regioni, in modo particolare, comprese le pianificazioni specifiche in carico ai Prefetti) la necessità-«obbligatorietà» della redazione dei piani di protezione civile.

Come redigere i Piani? A livello nazionale sono state emanate delle direttive, che non possono essere poste in essere pedissequamente, ma devono trovare corretta collocazione di equilibrio territoriale tra eventi temuti ed effetti che determinano resilienza. La normativa del Codice poi, demanda alle Regioni la potestà legislativa in quanto materia di legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Le Regioni, però, devono rispettare i principi fondamentali stabiliti dallo Stato ed hanno la facoltà di legiferare per integrare e attuare i principi a livello regionale, definendo ad esempio le articolazioni territoriali ottimali.

Purtroppo in Sicilia la legislazione non corre affatto (non è concorrente) dalla legge regionale n. 14 DEL 1998. Ma nessuno dei legiferandi regionali, passati ed attuali, si preoccupa di aggiornarla, trovando comodo gestire (investire?) le risorse per le emergenze anziché provare a investire in prevenzione. Forse perché fanno più rumore mediaticamente? Sistema sanitario docet?

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