Sono convinto che attraverso i social si può fare una buona educazione, una educazione critica che fustiga i corrotti costumi sociali e si schiera contro i crimini e contro le brutalità. Diciamo ai giovani che i comportamenti trasgressivi e violenti non sono convenienti, non portano a nulla di buono. Non è per moralismo che ho praticato una pedagogia della convenienza individuale e collettiva, orientata al bene per il proprio e l’altrui interesse etico.
A scuola, lo dico da circa trent’anni, il male genera fascino nei giovani ma porta ad una cattiva strada; metaforicamente: senza una via d’uscita. Il mio insegnamento forse ha funzionato con la stragrande maggioranza dei miei alunni. Spero di avere convinto la quasi totalità dei ragazzi ma non pretendo di farmi illusioni circa gli esiti educativi del mio percorso di insegnante.
Gli educatori non sono un’isola e ci sono anche gli altri. Ho cercato di fare del mio meglio, sapendo delle difficoltà incontrate nell’età evolutiva dei ragazzi, la loro crescita tumultuosa e perturbante. Sapendo dei limiti relazionali che ci sono nell’attività del docente: le criticità dei social, delle relazioni parentali, della società, i conflitti generazionali.
Con fermezza e con nettezza mi sono espresso contro tutte le mafie, la corruzione politica, le tossicodipendenze, i piccoli e i grandi reati criminali, la devianza giovanile, la disonestà spicciola. Non sono stato il solo. Molti colleghi hanno fatto lo stesso. Spesso ci hanno aiutato e collaborato le famiglie, conoscendo le criticità delle relazioni figli-genitori.
Ma può un educatore non fare ciò che le leggi, la pedagogia, il buon senso e l’etica pubblica richiedono per una pacifica convivenza civile? Ho anche detto ai giovani che non si può essere schiavi dei soldi e che il denaro è solamente uno strumento per vivere dignitosamente la vita. E che non si può essere prigionieri di una società iper-produttiva e consumistica. Non altro.
Forse, ho preso troppo sul serio le cose che ho studiato ma io volevo fare l’educatore, il pedagogista, il docente. E ho scoperto che il piacere dell’onestà rafforza la personalità umana e la rende solida e resiliente. Questo sono e questo sarò: “Più forte dell’odio”.
Nella convinzione che si può lasciare una testimonianza di ciò che si è, di ciò che si è detto, di ciò che si è fatto, più volte mi sono ritrovato a parlare di emozioni e sentimenti. Perché la relazione educativa è affettiva, anche inconsciamente lo è e lo si vede nei sorrisi, negli sguardi spenti e tristi, nelle rabbie represse, negli abbracci calorosi tra i ragazzi e nelle parole dolci e di conforto dette dagli insegnanti, quasi tutti pronti a donare una parola di coraggio.
“Non tutto è formale e scolastico”, ci avrebbe detto Don Milani. Un modo di essere e di esistere che fa dell’affettività a scuola l’autentico esprit pedagogico, tra gioie e dolori, giornate positive e giornate negative, quotidiane difficoltà e future speranze. Con gli alunni desiderosi di conoscere le poesie del Leopardi o l’espressione algebrica di una equazione matematica.
Non possiamo sapere e non ci è dato di sapere come sono cresciuti i nostri giovani, tra sollecitazioni allo studio e inviti a dei sani comportamenti individuali e collettivi. Quelli che una volta richiamavano il concetto di una buona educazione. Non lo sappiamo. Possiamo solamente augurarci che i nostri giovani siano maturati e chi ci possano ricordare con un pensiero allegro e sorridente. Non tutto, né poco. Primum non nocere!
Tonino Calà

