Caltanissetta è una città che custodisce la propria memoria come si custodisce una reliquia: con rispetto, con amore, con una certa gelosia. Per questo, nei giorni scorsi, tra gli amanti della storia nissena è scoppiato un piccolo putiferio.
Tutto è nato da un articolo pubblicato su un giornale online che descriveva le Vare del Giovedì Santo come gigantesche strutture… addirittura mobili, quasi animate. Una descrizione che ha fatto sorridere qualcuno, ma soprattutto indignare chi conosce davvero la storia di questo rito antico.
Certo, “gigantesche” in un certo senso lo sono davvero. Basta pensare alla possente mole di alcune Vare: il Sinedrio, la Scinnenza, la Cena, e tante altre che dominano la processione con la loro imponenza. Ma la loro grandezza è quella dell’arte e della fede popolare, non certo quella di marchingegni meccanici insistenti.
Eppure – e qui la storia si fa ironicamente sorprendente – qualcuno, molto tempo fa, provò davvero a rendere vive e mobili quelle figure della Passione.
Bisogna tornare indietro fino alla metà dell’Ottocento. Quando nel 1840 la processione riprese vigore grazie alla famiglia Alesso, le Vare erano appena sette. Nel giro di pochi anni diventarono quattordici, in un brulichio di acquisti e arrivi improvvisati: statue provenienti da varie chiese della città e scultori e intagliatori chiamati da Palermo, da San Cataldo e persino da Napoli.
In quella stagione fervida e creativa, un personaggio singolare volle tentare un esperimento destinato a restare nella memoria come uno degli episodi più curiosi della nostra storia.
Era il 1850 circa quando il domenicano don Cinnirella decise di creare una Vara sorprendente. Non una semplice scena della passione, ma qualcosa che desse davvero l’idea del movimento.
Per realizzare le figure — due flagellatori e Cristo legato alla colonna — il religioso scelse come modello un contadino noto a tutti con un soprannome che era già tutto un programma: Pilu Duro, probabilmente l’uomo più peloso dell’intera città.
La storia, tramandata e messa per iscritto da Michele Alesso, è irresistibile. Don Cinnirella condusse il povero contadino nel convento e gli ordinò di spogliarsi completamente. Il che è un inizio abbastanza buffo. Doveva servirgli come modello per creare il calco delle statue. Il metodo era semplice quanto crudele: immergerlo nel gesso.
Ma il gesso, come si può immaginare, si attaccò con feroce ostinazione a ogni singolo pelo del malcapitato. Ne seguì un’esperienza che per il robusto Pilu Duro fu tutt’altro che mistica. Tra smorfie, dolore e qualche imprecazione probabilmente poco conventuale, il calco fu comunque realizzato.
Le statue nacquero così. E il buon don Ginnirella, con una fantasia quasi teatrale, le lasciò letteralmente in mutande:
una mutanda bianca per Cristo, una rosa e una celeste per i due flagellatori.
Ma non era ancora soddisfatto.
L’idea era geniale nella sua semplicità: mentre la Vara avanzava portata a spalla, le molle avrebbero fatto oscillare i flagellatori, dando l’impressione che stessero davvero frustando Cristo.
La realtà, però, superò la fantasia.
I due flagellatori in mutandoni iniziarono sì a dondolare… ma senza grande precisione. Le fruste oscillavano a destra e a sinistra e spesso finivano per colpire non il Cristo al centro, ma la povera folla accalcata lungo la strada.
Davanti a quella scena surreale, i nisseni probabilmente non sapevano se ridere o scandalizzarsi.
Per fortuna — o forse per buon senso — questi esperimenti finirono presto nel cassetto delle stranezze della storia.
Negli anni successivi, dopo una fase fatta di improvvisazioni e soluzioni artigianali, la processione incontrò finalmente gli artisti che le diedero la forma che oggi conosciamo: i Biangardi, che donarono alla città un patrimonio straordinario di arte, equilibrio e bellezza.
Ed è proprio questo il punto.
Le Vare del Giovedì Santo non sono frutto di invenzioni frettolose o racconti fantasiosi generati da qualche algoritmo. Sono il risultato di secoli di fede popolare, di mani sapienti e di memoria condivisa.
E forse, davanti a certi articoli scritti senza conoscere davvero la città, vale la pena ricordare proprio questo: la storia di Caltanissetta non si può improvvisare.
Si può solo ascoltare, con rispetto, tra le pieghe del tempo e tra le vie dove ogni anno, nel silenzio rumoroso del Giovedì Santo, tornano a camminare le nostre Vare.


