Quattro lunghi anni tra silenzi, attesa e morte: 1886-1890

Francesco Daniele Miceli
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Dopo il fervore del 1886, quando ben tre Vare della processione furono rinnovate grazie all’opera dei Biangardi, la storia della processione più spettacolare della Settimana Santa nissena entrò in una fase più silenziosa. Non furono anni vuoti, ma anni in cui la trasformazione avvenne lontano dagli occhi della folla, nelle botteghe, tra schizzi, legno, idee incompiute. Fu un tempo fatto di progetti, di lavori destinati ad altre città e di opere che lentamente prendevano forma prima di arrivare, eventualmente, nella processione del Giovedì Santo.

Il 1887, infatti, fu un anno senza novità visibili lungo il percorso della processione. Le Vare continuarono a sfilare come negli anni precedenti, in quello strano connubio tra le antiche vare dei tempi dell’Alesso, non ancora rinnovate, e le nuove opere che Francesco e Vincenzo Biangardi avevano plasmato. In quell’anno nessun nuovo gruppo venne aggiunto.

Ma mentre la città viveva questa apparente quiete, nella bottega dei Biangardi il lavoro non si fermava. In quell’anno venne realizzata l’Assunta, la stessa spettacolare scultura che oggi è custodita nella parrocchia San Giuseppe, e soprattutto si lavorò a un progetto ambizioso: quello della Vara del Sepolcro. Un gruppo pensato e immaginato, destinato a rappresentare uno dei momenti finali della processione: una roccia, le pie donne piangenti, soldati alla guardia. Rimase però soltanto un progetto. Per ragioni che oggi possiamo solo intuire, quella Vara non fu mai realizzata. Rimase un’idea sospesa, una delle tante che la storia conserva tra le sue pieghe.

Nel 1888 arrivò invece un’opera bellissima, l’ultima vara fatta insieme da padre e figlio: la Pietà. I Biangardi realizzarono un gruppo di grande forza emotiva, che mostrava chiaramente un legame con un’opera precedente scolpita quasi trent’anni prima a Cittanova, in Calabria. La composizione era simile: il Cristo deposto, la Madre che lo sostiene nel dolore. Ma il gruppo nisseno introduceva una scelta diversa e più drammatica. Al posto dei due putti presenti nella composizione calabrese comparivano San Giovanni e la Maddalena, due figure che accentuavano la dimensione umana e partecipata della scena. Il ceto dei Borghesi investì molto in quell’opera: la realizzazione costò circa 1200 lire, cifra considerevole per l’epoca e segno della fiducia riposta nell’arte dei Biangardi.

Nel 1889 il nome di Vincenzo Biangardi tornò a intrecciarsi con la storia di Cittanova. Il legame tra quella cittadina calabrese e la famiglia Biangardi non era nuovo. Già nei primi anni Sessanta dell’Ottocento Francesco Biangardi, quando Vincenzo era ancora un bambino di pochi anni, aveva realizzato per Cittanova una serie di varette lignee dedicate alla Passione. Quelle statue avevano dato vita a una tradizione che negli anni continuò a crescere. A distanza di quasi trent’anni fu proprio Vincenzo a contribuire a quella storia con una nuova opera: il Cristo con i due ladroni. E sfogliando l’inventario cronologico delle opere della Confraternita del Prezioso Sangue di Cristo di Cittanova sappiamo che il costo dell’opera fu 400 Lire per ogni figura. Non si trattò però di una Vara completa. Dalla Sicilia partirono soltanto le statue scolpite da Vincenzo, mentre la base e le croci vennero realizzate a Cittanova dai falegnami Scionti, amici e collaboratori dei Biangardi. Ancora oggi si conserva uno schizzo con le misure delle croci, segno della precisione con cui veniva progettato ogni elemento del gruppo.

Ma fu l’anno successivo a imprimersi davvero nella memoria della città. Il 1890 segnò una ferita improvvisa e profonda per Caltanissetta. Il 23 settembre morì infatti Vincenzo Biangardi. La sua scomparsa arrivò inattesa e lasciò sgomenti amici, conoscenti e tutti coloro che avevano imparato ad apprezzare non solo il suo talento, ma anche il suo carattere.

Lo scrittore Alesso, nelle sue pagine, descrisse con parole toccanti quel momento di dolore collettivo. Ricordò come la notizia della morte dell’artista rimase “indelebile nel cuore di tutti rattristati per l’immatura perdita dell’artista Vincenzo Biancardi”, strappato troppo presto agli affetti della sua famiglia, “ch’egli adorava”. E raccontò lo smarrimento che attraversò la città quando giunse la notizia: “l’annunzio improvviso, crudele, inaspettato, addolorò non poco gli amici ed i conoscenti”.

Ma nelle parole di Alesso emerge soprattutto il ritratto umano di Vincenzo. Non soltanto lo scultore capace, ma l’uomo. Chi lo frequentava ricordava la sua gentilezza e la sua naturale eleganza nei modi. Lo scrittore parla della “bontà dell’animo suo, i modi assai cortesi ed urbani, e la grazia con cui egli soleva trattare con chiunque”. Era una persona stimata e amata, capace di conquistare il rispetto degli altri non con l’ostentazione, ma con la semplicità.

Alesso insiste anche su questa dimensione di modestia. Scrive che Vincenzo era “sempre compiacente, non fu mai visto adirarsi con alcuno”, e che dalle sue parole trasparivano sempre dolcezza e affetto. Dal suo comportamento “umile e modesto, senza ostentazione di sorta” si comprendeva chiaramente la nobiltà del suo carattere.

E naturalmente c’era la sua arte. Per Alesso le opere di un artista sono il riflesso più sincero della sua anima. Non a caso scrive una frase che sembra riassumere tutta la vicenda umana di Vincenzo: “per l’artista di genio, il quadro e la statua sono delle autobiografie eloquenti”. Nelle statue della Passione, nei bozzetti modellati per concorsi e nelle opere nate nel suo studio restava impresso il segno della sua sensibilità.

Quando morì lasciò, come ricorda lo stesso Alesso, “una preziosa eredità d’affetti” e un gran numero di lavori che continuavano a testimoniare “la potenza del suo ingegno, lo sviluppo del suo genio e la valentia nella mirabile arte scultoria”.

E così, mentre negli anni successivi le Vare continuarono a uscire ogni Giovedì Santo per attraversare le strade della città, tra quelle figure rimase anche la memoria silenziosa dell’uomo che ne aveva plasmato alcune delle più intense e spettacolari, cambiando volto alla processione, superando il padre. Perché a volte la storia di una processione non cambia soltanto con l’arrivo di un nuovo gruppo. A volte cambia soprattutto quando scompare la mano che aveva saputo darle forma.

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