Quel che resta di un Sanremo da dimenticare

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SANREMO, ITALY - FEBRUARY 28: Sal Da Vinci with the Leone d'oro Award during the 76th Sanremo Music Festival 2026 at Teatro Ariston on February 28, 2026 in Sanremo, Italy. (Photo by Daniele Venturelli/Getty Images)

dal post FB di Ivana Baiunco

Resta un vincitore troppo nazional popolare pure per il festival. Da oggi ci ammorberanno con la retorica del self made man dei quartieri spagnoli, del riscatto personale e sociale che già in realtà c’era già stato con Rossetto e Caffè in quel caso anche economico. Ma Sanremo è il festival della canzone, della melodia e soprattutto delle voci che quest’anno c’erano.

Resta un festival stanco come il conduttore, lento, nonostante l’ansia da prestazione di Carlo Conti che di buono ha avuto solo lo stilista tranne quel bow tie pre-annodato che non stava nè in cielo nè in terra rispetto ai parametri dello stile maschile.

Resta Laura Pausini che ha arrancato, che si è sforzata ma non c’è riuscita, fuori tempi, fuori moda. In realtà l’ outfit è stato un crescendo che ha trovato l’apoteosi le ultime due serate ci sono voluti due giorni per capire che lo chiffon è l’alleato di tutte le donne e ci serviva Balenciaga, ma tanto la caduta finale che ha distrutto tutto quello che è stato costrutto c’è stata l’abito lampeggiante segnale di pericolo e della morte dello stile.

Un festival senza comicità troppo imbalsamato e censurato. Il “Chiamatemi maestra” ci ha fatto pure scrivere. Non c’era altro da commentate. Invece le voci ci sono state davvero, Serana Brancale che tutto sommato si è ritrovata nella svolta chic, Arisa, Levante. Interpreti, ecco perché il festival vuole, pretende, interpreti.

Non può restare nella storia del festival una giovane fanciulla dal fisico interessante vestita come Kate Perry prima maniera che si chiama Dito nella Piaga. Per quanto possa piacere, per quanto Tony Pitony l’abbia aiutata parecchio nella serata cover non può restare. Tony Pitony merita uno spazio a sé e non escludo un pezzo a lui dedicato. Al contrario del pensare perbenista comune io ci trovo un non so che di geniale. È seguito senza essere ascoltato in radio, rappresenta il linguaggio giovanile è un vero politicamente scorretto, dice quello che tutti pensano e utilizza in fondo parole che esistono nel vocabolario che poi molti di noi in pieno delirio radical chic non utilizzeranno mai.

Tony Pitony è un Tafano Brother che ce l’ha fatta (questa è per pochi e solo Local). Se strizzare l’occhio al gentil sesso ha voluto dire invitare Can Yaman siamo state tutte scambiate per appassionate di stalloni da soma e da sella come ci insegna il diritto romano. Ma quest’è un’altra storia e sicuramente non è il palco giusto per ospitare un accademico dei lincei ma magari l’ex marito di Irina si.

Hanno vinto i giovani che, hanno fatto i giovani, che sono rimasti fedeli a sé stessi e alla loro musica, al loro stile rappresentando uno spaccato di società. Ha vinto di converso Patty Pravo elegantissima ogni sera con la scelta del velluto come la sua cifra con le stole cucite a mano, un tripudio di bon ton e di voglia di cose belle.

Hanno vinto gioielli meravigliosi delle grandi maison orafe italiane ma su tutti la collana di Achille Lauro di Damiani con la grande pietra in opale un sogno e un desiderio irrealizzato per tutte noi. Fermo restando che tra 15 giorni troveremo imitazioni su ogni bancarella e ci si accontenterà di un sogno a buon mercato. Perché questa è metafora di ciò che il festival è diventato un sogno che ha abbassato troppo il prezzo.

Resta la voglia di classe e di stile che ci ha regalato solo per poco tempo Bianca Balti, resta il bisogno di freschezza e di novità che forse ci porterà Stefano De Martino che intanto per prima cosa dovrà concordare con Dolce e Gabbana un altro stile perché la giacca di ieri sera da cuoco di paninoteca non si poteva guardare.

Resta il desiderio di super ospiti che siano veramente super come Queen (1984)David Bowie (1997)Madonna (1998) e Whitney Houston (1987). Altre apparizioni leggendarie Oasis, Duran Duran, Depeche Mode, Ed Sheeran e Tina Turner, oltre a grandi nomi classici come Placido Domingo e José Carreras. Con tutto il rispetto per Andrea Bocelli e il suo cavallo bianco.

Restano alcuni giornalisti che quest’anno hanno scambiato la sala stampa in un un altro palcoscenico fino a farsi riprendere dai vertici rai sin dai primi giorni in conferenza stampa.

Resta l’amaro in bocca che l’unica settimana dell’anno in cui è concessa la leggerezza di parlare e scrivere seriamente di canzonette e abiti di alta moda sia stata trasformata in una costosissima passerella stantia, del facciamolo perché si deve.

Ivana Baiunco

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