Siamo nel cuore della Quaresima… ed arriva improvvisa una festa che spezza il digiuno e lo trasforma in condivisione. È la festa di San Giuseppe, il santo del silenzio e della carità, custode di un mistero più grande di lui.
San Giuseppe è l’uomo che accoglie senza domandare, che protegge senza troppe parole . È colui che prende con sé la Sacra Famiglia, che fugge, che salva. È il padre che sceglie di amare un figlio non suo, e lo cresce con una tenerezza infinita, insegnandoci che l’amore non ha bisogno di sangue per essere vero.
In Sicilia, da sempre, questa festa interrompe il rigore quaresimale e si fa abbondanza. Le tavole si riempiono, dalle zeppole alle forme di pane che diventano simboli, segni, preghiere da mangiare… È una festa che nasce dalla terra e si offre al cielo, ma soprattutto agli altri.
A Caltanissetta, sono due dei quartieri più antichi a custodire questa tradizione: San Giuseppe e San Domenico. Qui la festa si rinnova oggi attraverso la tavolata: rito e racconto insieme.
Un tempo le tavolate nascevano nelle case, nei cortili, tra le mura della quotidianità. Oggi quella stessa tradizione si apre, si allarga, respira un’aria nuova proprio negli spazi ogni giorno deputati al sacro.
Nel rione Angeli, nel quartiere di San Domenico, e nel rione Provvidenza, nella chiesa di San Giuseppe, la tavolata diventa simbolo di integrazione. Tra i volti e le storie di chi è arrivato da lontano, la festa trova nuovi protagonisti. Accanto alle pietanze siciliane, ecco il couscous, il pane arabo, sapori che raccontano altre terre ma che qui trovano casa.
È forse questo il segno più bello e più vero: una tavola che non esclude, che accoglie, che unisce.
Colori diversi, profumi diversi, culture diverse si incontrano nello stesso spazio, nello stesso gesto antico: sedersi insieme.
E viene naturale pensare che proprio San Giuseppe, straniero in Egitto, uomo dell’accoglienza silenziosa, avrebbe aperto la sua porta a chiunque bussasse. Senza chiedere da dove vieni, ma solo: hai fame?
Così la tavola si fa trionfo. Di frutti, di finocchi, di dolci, di pani lavorati con pazienza, di fiori colorati, di gigli, di piante, di centrini, merletti. Ma soprattutto di umanità. Perché il cibo unisce, il cibo racconta, il cibo è cultura.
E allora, nel cuore della Quaresima, San Giuseppe ci ricorda qualcosa di semplice e profondissimo: che anche nel tempo del digiuno, c’è e ci deve essere sempre spazio per la festa.




