Scultori minori… ma non troppo

Francesco Daniele Miceli
5 Min Leggere

Quante storie sono state dimenticate! Quante rischiano di finire perdute per sempre, inghiottite dal tempo e dall’indifferenza. Ma fortunatamente, non una, bensì tre storie sono state ricostruite, raccolte e restituite alla memoria collettiva. Sono le vicende di Francesco Asaro, Giacomo Scarantino e Salvatore Lo Verme: tre scultori che, pur non avendo mai goduto della fama dei grandi maestri, hanno lasciato segni profondi e tangibili nella vita culturale della città e ben oltre i suoi confini.

A ridare loro voce e dignità è stato il volume di Walter Gruttadauria e Alessandro Maria Barrafranca, presentato ieri pomeriggio nella gremitissima sala degli oratori di Palazzo Moncada. Un libro che non si limita a narrare, ma compie un’operazione quasi archeologica: scava nella polvere degli archivi e fa riemergere tre artisti che hanno attraversato Caltanissetta, Roma e perfino New York, intrecciando biografie dimenticate con opere che ancora oggi ci parlano.

Se la città diede i natali a Michele Tripisciano, capace di far conoscere Caltanissetta ben oltre i confini dell’Isola, e vide operare figure come Giuseppe Frattallone o, per quanto riguarda il Sacro, i Biangardi, napoletani ma legati profondamente al territorio, accanto a questi giganti si muovevano altri protagonisti, oggi finalmente restituiti al ricordo collettivo.

E se i loro nomi possono apparire distanti, le loro creazioni sono invece vicinissime. Generazioni di studenti hanno conosciuto il mezzobusto di Garibaldi al liceo classico Ruggero Settimo: lo realizzò Salvatore Lo Verme. Giacomo Scarantino, con il suo Caruso nel momento del riposo  custodito a Palazzo Moncada, è riuscito a trasformare in simbolo universale la fatica e la tragedia dell’era dello zolfo. E poi c’è Francesco Asaro, lo “scultore dei bambini”, che da ragazzino realizzò le prime varicedde del Mercoledì Santo, ben prima delle celebri creazioni di Salvatore Emma.

Un filo sottile lega questi scultori al maestro Biangardi, che fu punto di riferimento per almeno due di loro. Ma il libro non è un semplice recupero archivistico: è un viaggio, un invito a riscoprire un patrimonio diffuso, fatto di opere mappate da un continente all’altro.

Durante l’incontro, moderato da Calogero Barba, è emersa una riflessione amara ma necessaria: questi artisti hanno raggiunto una grande fama al di fuori della Sicilia, eppure sono stati dimenticati in patria. “Nessun profeta è accettato nella sua terra”, è stato ricordato. Una dinamica che non riguarda solo l’arte, ma attraversa la cultura, l’economia e la vita sociale del territorio.

Presente l’assessora alla Cultura Giovanna Candura, che ha promesso un impegno concreto per far emergere dai magazzini comunali alcune opere rimaste nascoste troppo a lungo e destinarle finalmente a uno spazio museale. Luca Miccichè (presidente della Pro Loco) ha sottolineato la necessità di ridare dignità a queste testimonianze artistiche, con l’auspicio che la nostra terra possa far “emergere” i suoi membri più meritevoli, senza quel bisogno di fuggire per essere riconosciuti. Anche l’editore Salvatore Granata, la sovrintendente Daniela Vullo hanno espresso gratitudine agli autori per aver riportato alla luce un patrimonio prezioso. Presenti in sala anche i pronipoti di Lo Verme, a testimonianza di una memoria familiare che si intreccia con quella cittadina.

La presentazione del volume, edito da Lussografica, è stato un vero atto di restituzione. Perché una città non vive soltanto dei suoi palazzi e delle sue strade: respira delle storie che custodisce e che sceglie di raccontare.

E grazie a questo libro, Caltanissetta ha ritrovato tre tasselli della propria identità. Tre scultori che non sono mai stati “minori”, ma parte essenziale di un mosaico che ora torna a parlare con voce chiara e forte. Perché una città senza memoria è un corpo senza respiro. E ogni scultura, ogni opera, ogni nome ritrovato è un frammento di anima restituito.

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