di Mauro Magatti
Dalla primaria all’università, il numero di studenti «certificati» — disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), bisogni educativi speciali (BES), disabilità certificata, disturbi emotivi e comportamentali — è in continuo e rilevante aumento ormai da diversi anni. Circa 900.000 ragazzi — 12-13 per cento dei 7,1 milioni totali — richiedono «misure educative di inclusione» che si traducono in personalizzazione dei percorsi didattici, supporto specifico (insegnanti di sostegno) o addirittura in veri e propri interventi clinici. Una condizione diffusa e strutturale, dunque, che mette in luce un problema sistemico: cosa sta accadendo nell’infanzia e nella prima adolescenza?
Diversi fattori concorrono a spiegare questa evoluzione. Un primo elemento ha a che fare con la migliore capacità diagnostica dei disturbi dell’apprendimento e, in generale, della salute mentale dei minori. Oggi siamo più capaci di intercettare e sostenere precocemente problemi e difficoltà giovanili. Tuttavia, c’è anche il rovescio della medaglia: l’allargamento del perimetro diagnostico tende infatti a trasformare (e ingigantire) i problemi educativi, relazionali o temporanei in questioni cliniche, spostando l’attenzione dalla qualità della scuola alla dimensione terapeutica.
Oltre alla medicalizzazione, pesa il disagio sociale. In Italia, 1,3 milioni di bambini e adolescenti vivono in povertà assoluta. Chi cresce in contesti fragili ha più difficoltà a concentrarsi, a trovare un ambiente domestico favorevole allo studio, a ricevere stimoli adeguati. E di certo un clima di insicurezza influisce negativamente sul benessere psicologico.
Un terzo elemento è rappresentato dall’impatto delle nuove tecnologie sulle capacità cognitive e relazionali delle giovani generazioni. L’uso intensivo e senza regolazione educativa di smartphone, social network e piattaforme digitali riduce le soglie dell’attenzione e rende più difficile la concentrazione prolungata, la lettura profonda, l’apprendimento sequenziale. Inoltre, la virtualizzazione delle relazioni riduce le occasioni di socializzazione diretta, con conseguenze sulla gestione delle emozioni, dei conflitti, della cooperazione. Lo conferma l’aumento dei comportamenti oppositivi e delle difficoltà relazionali che si registra nelle prime classi della scuola primaria.
In un Paese che ha un grave problema demografico, con una popolazione in rapido invecchiamento e una natalità tra le più basse al mondo, la crescita del disagio scolastico rappresenta un rischio serio per il futuro. Se le nuove generazioni arrancano, se una quota crescente di ragazzi fatica a trovare stabilità emotiva e a completare il percorso formativo, le conseguenze non sono solo individuali. È l’intero Paese che rischia di trovarsi con un capitale umano impoverito, con più disuguaglianze, con meno competenze e con una capacità ridotta di innovare, competere e costruire coesione sociale.
Per scongiurare questo scenario, è necessaria un’azione organica, capace di coinvolgere la scuola, le famiglie, le istituzioni locali, il terzo settore, le imprese. Una strategia basata su tre assi principali.
In primo luogo, tornare a investire sulla scuola, dal punto di vista economico e organizzativo. Di fronte ai cambiamenti in atto, la scuola ha bisogno di diventare un laboratorio didattico, abbattendo le rigidità burocratiche che la soffocano. Servono strutture adeguate, spazi laboratoriali, ambienti accoglienti. Occorre rafforzare la formazione degli insegnanti sulle metodologie inclusive, sulla gestione delle dinamiche emotive, sul lavoro di gruppo.
L’investimento nella scuola non è un costo, ma una scelta strategica: ogni euro speso in educazione genera ritorni in termini di crescita, benessere, innovazione e riduzione delle disuguaglianze.
In secondo luogo, integrare le scuole con il territorio, seguendo il modello delle «scuole aperte». La scuola non può essere un’isola. Deve diventare un centro civico, un luogo in cui bambini e adolescenti possono trovare attività sportive, laboratori culturali, spazi di socializzazione anche fuori dall’orario di lezione. L’alleanza con associazioni, cooperative, biblioteche, istituzioni locali, ma anche con le imprese e il mondo della tecnologia può creare un ecosistema educativo diffuso, capace di prevenire il disagio, sostenere le famiglie, offrire ai ragazzi occasioni di crescita e relazione. Le scuole aperte sono un pilastro della prevenzione e un antidoto alla solitudine.
Infine, colmare la grave carenza di nidi. Le ricerche hanno da tempo dimostrato che i primi mille giorni di vita sono decisivi. Un accesso universale ai servizi per la prima infanzia è cruciale. Sono moltissime le famiglie che non hanno le risorse per affrontare le sfide educative dei primi anni di vita. Il nido per tutti è uno degli investimenti più intelligenti che un Paese possa fare per il proprio futuro.
Insomma, l’importante è invertire la tendenza. In gioco non c’è solo il destino della scuola, ma la qualità della società che sarà.
Mauro Magatti Corriere della Sera 21 novembre 2025


