di Anna Rita Donisi
Tra diritti costituzionali, libertà religiosa e sicurezza pubblica, il caso del burqa riapre un dibattito che la politica ha troppo spesso preferito rimandare.
Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui diventa necessario avere il coraggio di affrontare domande scomode. Non per alimentare paure o contrapposizioni, ma perché ignorarle significa lasciare spazio alla polarizzazione e alle semplificazioni.
Una di queste domande riguarda il rapporto tra sicurezza e multiculturalismo. Per anni il dibattito pubblico italiano si è mosso tra due estremi: da una parte chi considera qualsiasi critica all’integrazione come una forma di intolleranza; dall’altra chi attribuisce ogni problema sociale all’immigrazione. Due narrazioni opposte che finiscono per oscurare la complessità della realtà.
Eppure esiste un principio che dovrebbe precedere qualsiasi appartenenza etnica, religiosa o culturale: la sicurezza dei cittadini.
Non è una questione ideologica. È il presupposto sul quale si fonda ogni società democratica.
La nostra Costituzione tutela la libertà religiosa e, all‘articolo 3, afferma con forza il principio di uguaglianza. Tutti hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di religione, sesso, lingua o opinioni politiche. Ma proprio quella stessa Costituzione affida allo Stato il compito di garantire una convivenza ordinata, nella quale i diritti individuali convivano con l’interesse collettivo.
Il punto, quindi, non è mettere in discussione la libertà di professare una fede religiosa. Il punto è chiedersi dove si collochi il confine tra un diritto individuale e le esigenze di sicurezza pubblica.
È un interrogativo che torna con forza dopo la presa di posizione della Gay Street di Palermo, che come riporta La Stampa ha chiesto al Comune di vietare l’accesso a chi indossa il burqa, sostenendo che «la sicurezza dei cittadini viene prima di ogni culto religioso». Una richiesta destinata a dividere, ma che intercetta una domanda presente in una parte della società italiana.
Può una persona circolare con il volto completamente coperto in un contesto nel quale l’identificazione rappresenta un elemento fondamentale della sicurezza?
La risposta giuridica non è così semplice come spesso viene raccontata.
In Italia non esiste una legge che vieti espressamente il burqa o il niqab. La libertà religiosa è costituzionalmente garantita. Tuttavia, la legge n. 152 del 1975 vieta di coprire il volto nei luoghi pubblici senza un giustificato motivo, e la giurisprudenza ha spesso riconosciuto che quello religioso possa esserlo. Allo stesso tempo, quando lo richiedono esigenze di identificazione o di ordine pubblico, il volto deve essere scoperto.
È quindi evidente che il nostro ordinamento cerca già oggi un punto di equilibrio tra due valori costituzionali: la libertà individuale e la sicurezza collettiva.
Il vero nodo, però, è un altro.
Negli ultimi vent’anni si è parlato molto di integrazione e multiculturalismo, spesso dando per scontato che la semplice convivenza tra culture differenti avrebbe automaticamente prodotto inclusione e condivisione dei valori democratici.
La realtà si è rivelata molto più complessa.
L’integrazione non nasce per decreto. Non può essere imposta da una legge né realizzata attraverso slogan politici. È un processo lento, che si costruisce nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, in famiglia, nella condivisione delle regole comuni e nel reciproco riconoscimento.
Quando questo percorso non si realizza pienamente, emergono inevitabilmente tensioni, incomprensioni e diffidenze.
Affermare che ogni esperienza di integrazione sia fallita sarebbe falso. Milioni di cittadini stranieri lavorano, studiano, pagano le tasse e contribuiscono ogni giorno alla crescita economica e sociale del Paese. Molti figli dell’immigrazione si sentono italiani a tutti gli effetti e rappresentano una parte integrante della nostra comunità nazionale. E tuttavia qualcosa sta andando verso una declinazione diversa anche nel dibattito pubblico italiano da cui emerge periodicamente il tema del cosiddetto “razzismo al contrario”, ovvero la percezione, da parte di alcuni cittadini, di essere penalizzati rispetto agli immigrati nell’accesso a risorse, servizi o opportunità.
Questa percezione nasce spesso in contesti di maggiore fragilità sociale, dove la competizione per beni limitati come casa, lavoro o sostegni economici, può alimentare l’idea che alcune categorie siano favorite dalle istituzioni rispetto ad altre.
A incidere contribuisce anche la narrazione politica, attraverso slogan come “prima gli italiani”, utilizzati per rappresentare il disagio di una parte della popolazione di fronte alle difficoltà economiche e alla gestione dei flussi migratori. La questione rimanda piuttosto alla capacità delle istituzioni di garantire equità, coesione sociale e un accesso trasparente alle opportunità, evitando che il disagio economico si trasformi in contrapposizione tra gruppi diversi.
Ma sarebbe altrettanto miope negare che esistano criticità, difficoltà di integrazione e fenomeni di chiusura culturale che meritano di essere affrontati senza reticenze.
Forse il vero errore è stato raccontare il multiculturalismo come un punto di arrivo anziché come un processo. Una società pluralista non può sopravvivere se manca un nucleo condiviso di valori, regole e responsabilità. La diversità rappresenta una ricchezza solo quando si sviluppa all’interno di un quadro comune di diritti e doveri.
La domanda, allora, non è se una persona debba rinunciare alla propria identità religiosa.
La domanda è un’altra: chi sceglie di vivere in Italia è disposto a riconoscere come prioritarie le regole dello Stato democratico, comprese quelle che riguardano la sicurezza e l’identificazione personale?
È su questo terreno che si misura la qualità dell’integrazione.
Il confronto non dovrebbe trasformarsi in uno scontro tra chi invoca la sicurezza e chi difende i diritti civili. In una democrazia matura, entrambe le esigenze devono trovare un equilibrio. La sicurezza non può diventare il pretesto per comprimere le libertà fondamentali. Ma nemmeno i diritti possono essere interpretati in modo tale da impedire allo Stato di garantire la tutela della collettività. E il pensiero va a Monica Esposito, travolta dall’auto lanciata contro le persone e guidata da Salim El Koudri, rimasta gravemente ferita nell’investimento sulla folla avvenuto a Modena il 16 maggio, deceduta solo pochi giorni fa proprio a seguito di quell’incidente.
Continuare a eludere questo dibattito significa lasciare che sia la cronaca, spesso nei suoi momenti più drammatici, a imporre le domande che la politica e la società preferiscono non affrontare.
Perché una democrazia forte non è quella che evita il confronto. È quella che riesce ad affrontarlo senza rinunciare ai propri principi.

