di Rocco Gumina
Papa Francesco ha voluto fortemente un sinodo sulla sinodalità che ha iniziato il suo percorso nel settembre del 2021. La prima fase sinodale ha visto il coinvolgimento diretto e dal basso di ogni diocesi, parrocchia, associazione e istituzione ecclesiale sparsa per l’ecumene cattolica. Così, il continuo aggiornamento della Chiesa – efficacemente indicato dal Concilio Vaticano II – ha trovato forma nel quesito posto a fondamento del cammino sinodale: come annunciare e vivere il Vangelo oggi?
La pandemia, le emergenze internazionali connesse alle guerre, al terrorismo, al rigurgito dei nazionalismi e alla distruzione del diritto internazionale, ci dicono che viviamo un tempo complesso e di cambiamento. Nondimeno con la convocazione del sinodo sulla sinodalità, Bergoglio ha indicato la crisi della Chiesa come priorità su cui riflettere e impegnarsi. Lungo il suo pontificato, più volte il papa venuto dalla “fine del mondo” ha scorto nel clericalismo, nella corruzione e nella mancanza di fede dei pilastri della crisi ecclesiale. Dinanzi a tali ed enormi sfide, occorre un cammino di popolo che intanto sottolinei l’urgenza di vivere quella comunione organizzata gerarchicamente di cui trattano i documenti dell’ultima assise conciliare.
Ciò non significa trasformare la Chiesa in una democrazia, poiché quest’ultima è un modello di organizzazione politica come lo è, d’altronde, la monarchia assoluta. Vivere la comunione esprime, intanto, il tornare a riconoscersi come fratelli e sorelle senza primogeniture espresse in termini di priorati, superiorati, paternità o maternità “spirituali” che il poverello d’Assisi severamente vietava ai suoi che difatti si facevano chiamare “fraticelli”. Inoltre, fra i rischi da evitare papa Francesco ricordava l’intellettualismo, il formalismo e l’immobilismo che molte volte rendono le comunità ecclesiali incomprensibili e distanti dalle logiche, dalla lingua e dalla cultura del nostro tempo.
In ogni epoca, la Chiesa cattolica ha ribadito che l’ascolto della Scrittura, dello Spirito santo e della libertà in Dio dei fedeli sono i presupposti fondamentali per sperimentare continuamente la conversione e per rinnovarsi. Allora il sinodo è un’occasione per mettersi in cammino – che terminerà nel 2028 con una grande assemblea – al fine di superare le discussioni sterili e di ridare passione ad un popolo destinato ad annunciare da protagonista la buona novella. In tal senso, ogni battezzato è invitato alla testimonianza, alla missione e a offrire un contributo alla vita della comunità. Se tale sinodalità è lo stile e la forma della Chiesa, allora le inquietudini e le crisi non vanno temute bensì ascoltate. Un ascolto che deve estendersi alle periferie ecclesiali ovvero a tutti quei carismi e ministeri non istituiti lasciati ai margini o addirittura falciati da un certo modo di interpretare la realtà ecclesiale.
Infine la sinodalità spinge a vivere una caratteristica fondamentale dell’ascolto, del dialogo e del rinnovamento che è la franchezza. Oggi nella Chiesa occorre il coraggio per sollevare i problemi che esistono e per affrontarli. I credenti, specialmente i laici, non devono temere di essere scomodi e di affrontare insieme i problemi. Di conseguenza, la sinodalità non è una parentesi organizzativa, ma la natura stessa della Chiesa: un popolo che cammina insieme. Vivere la sinodalità come forma e stile significa scegliere il dialogo franco, valorizzare i laici e dare voce alle periferie. Si tratta di un invito audace a trasformare la crisi in rinnovamento.
Rocco Gumina

