Tra Si e No, Sicilia!

Tonino Cala
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Purtroppo, mi auguro di sbagliarmi, in Sicilia e nel meridione di Italia prevarrà il sì al referendum. Il mio sesto senso mi fa pensare al sì per mero e riflesso calcolo collettivo. Questa terra bellissima e profumata funestata dall’ignoranza e dal fatalismo, dove la memoria gattopardesca ci fa esclamare: “Tutto cambia affinché nulla cambi”. Altre volte, le finte rivoluzioni hanno restaurato la schiavitù del male.

Siamo abituati a non illuderci. Noi siciliani disincantati! Il mio riferimento culturale è lo scrittore Leonardo Sciascia che conosceva bene la Sicilia e i siciliani. Illuminista, razionale, pessimista, disincantato, conosceva bene l’indolenza rinunciataria di un popolo fatalista, sottomesso e colonizzato, che guardava ai suoi conterranei con fare distaccato e non partecipe, accarezzando l’idea utopistica che non fosse vera la storia concreta e reale che aveva letto, studiato e narrato.

Non tutti i siciliani, per grazia di Dio. E nomino Dio perché ci vuole tanto coraggio a comprendere i siciliani e la Sicilia. Mi oppongo alla deriva rassegnata di una maggioranza di siciliani che preferisce il puzzo del compromesso morale, che fa finta di ribellarsi, come tante volte è accaduto nella Storia siciliana, per dopo ritrovarsi serva dei suoi padroni, immobile e paralizzata per assenza di consapevolezza etica.

Loro una cieca e ignorante maggioranza, noi una minoranza illuminata dalla ragione che si oppone al degrado incivile della funesta rassegnazione sicula. Diceva una canzone: “e non si cambia per non morire!”. Qui da noi la morte civile è già arrivata, tranne per alcuni accorti e svegli siciliani che forse siciliani non sono!

I giovani sono andati via e sono rimasti i vecchi miseri che chiedono l’elemosina, quelli che con il cappello si inchinano ai padroni, quelli che ancora dicono: “Sabbenerica a Vossia o voscienza ssa bbenedica”. Fa lo stesso, con il “vossia” genuflesso. Schiavi per necessità o per indole condizionata dalla povertà interiore e spirituale.

Anche la destra, “Buttanissima Sicilia”, cerca favori e clientele per sedere in qualche consiglio di amministrazione di un ente prestigioso o altro lupanare di corpi e di anime mercificati, venduti al migliore offerente, nella consapevole complicità che si fa distrazione di massa.

Vado in giro e vedo la bellezza dell’isola che non offende la ragione, dove tutti i miei conterranei sono scomparsi perché sono morti anche se respirano! A noi, ristretta minoranza, rimane l’indignazione umana che ci fa essere vivi, svegli, coscienti e coraggiosi.

Altrove, la morte di un territorio che non ci appartiene, una terra di sudditi che non sono cittadini, con il loro spento e falso fiato, scena ripetuta del delitto edipico, dove la voce si affievolisce perché genuflessa al potente di turno: “chi mi dà lavoro lo chiamo papà”.

Io che il mio papà l’ho perso tanti anni fa, lo stesso che da giovane, con moglie e un figlio, era partito per l’estero in cerca di una migliore vita. Emigrato per necessità e per convinzione. Non tutti i siciliani. Fuori, in fuga dal sole di Trinacria, tra le nebbie tetre e oscure di Londra, in cerca di futuro, prima ancora nella città luminosa che canta la “Vie en rose”!

Ma esiste una futura memoria che possa fermare l’emorragica fuga dei giovani, tra terra e cielo, nell’isola magica della leggenda chiamata paradiso, per vivere una rispettabilissima vita senza la zavorra di padrini e di padroni, libera e ossigenata dall’autonoma coscienza?

Tonino Calà

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