– Vijni cca lu papà ca te diri ‘na cosa. Vidi, ora si ranni.
Asserì mio nonno un giorno qualunque della mia adolescenza.
– Dun’accura! Picchi’ lu focu a latu a la paglia un ci po’ stari.
– In che senso, nonno?
Chiesi io, mossa da stupore per quel detto il cui senso implicito era lungi dai miei pensieri.
– Ca la paglia si si minti vicinu a lu focu, chi fa?
– S’incendia – Risposi.
– Giustu! Vidi ca lu capisti!
In questo modo mio nonno aveva liquidato la faccenda dell’educazione affettiva in men che non si dica. Decenni di dibattiti pedagogici erano stati spazzati via, senza volerlo, da quel costume tutto meridionale che faceva esprimere in versi dialettali o in stornelli ciò che a parole era difficile esternare. E devo ammettere che in casa mia succedeva spesso, in osservanza quasi religiosa ad una tradizione che risaliva perlomeno al mio bisnonno paterno e che era sempre ritenuta gaiamente apprezzabile. Vuoi per differenze generazionali, vuoi per un costume culturale così radicato che consentiva l’espressione di argomenti tabù in modo facilmente intuitivo e…pragmatico! Una modalità sacra di conversare che leniva il senso del pudore paterno conciliandolo al dovere di allertare la prole sulle faccende “spinose” della vita.
Ma il punto non era questo.
Il punto era quello di riuscire a capire quale dei due elementi, tra la paglia e il fuoco, costituisse maggior pericolo per tentare di evitarlo. E ammesso e non concesso che quest’ultimo fosse attribuibile al fuoco, la questione su cui anche molto successivamente m’interrogai fu quella di discernere la simbologia femminile differenziandola dalla maschile, nell’ambito dello scenario idealmente costituito da:
“lu focu e la paglia”.
Che, tradotto in termini connessi al presente storico, equivale a chiedersi se la Donna, o “Fimmina”, nell’immaginario siculo, sia rappresentata dal fuoco che brucia la paglia o si configuri piuttosto come la paglia bruciata dal fuoco. Ovvero: se la stessa abbia un ruolo attivo nel sedurre l’uomo facendolo capitolare a suo piacimento o si renda, suo malgrado, vittima sacrificale dell’Eros maschile. E di conseguenza: se nel tempo abbia avuto un ruolo determinante nella gestione dell’economia della vita e del management familiare o sia stata invece relegata in subordine a colui che, per secoli, ha detenuto una qualche centralità nella figura del “pater familias”.
La questione, seppur apparentemente o banalmente annosa, probabilmente non lo è poi così tanto se trova possibile risoluzione in ciò che la Donna, e dunque il Femminile (per antonomasia), “è” nella simbologia siciliana, non disgiunta dalla più antica tradizione cristiana. E dalla cifra paesaggistica, riconosciuta in tutto il mondo.
Si pensi, ad esempio, a ciò che di più forte e più potente abbiamo ereditato dalla nostra terra a partire da quel che brucia, divampa e ruggisce, dominando l’isola dalla sua maestosa vetta: l’Etna. Una femmina. Il nome di un vulcano stranamente trasposto al femminile. Sempre accesa, spesso incontenibile, mai arrendevole. Ispirazione e sogno di tanti poeti e dei loro versi più belli. Segno e simbolo dell’irruenza istintuale di un popolo che, sebbene oppresso, sa rinascere e riprendersi talvolta ciò che rivendica come suo!
Ma si pensi anche al nome della nostra regione. Talmente evidente che “Focu o paglia”? diventa un fatuo dilemma, in fondo, per la definizione di una regione che ha nome di donna – “Sicilia” o, in origine, “Trinacria” – e la cui fisionomia territoriale è definita, prevalentemente, da tre punte come tre sono le sante – Santa Rosalia, Sant’Agata, Santa Lucia – che la proteggevano da invasioni, epidemie e carestie un tempo; che la riparano da disoccupazione, crisi economica e frammentarietà sociale, oggi: tutte piaghe che oltraggiano la sua identità e offendono la dignità dei suoi abitanti.
“Focu o paglia”, insomma? Focu!…direi. Istintivamente.
Perché, se il giardino della Kolymbethra come la Valle dei Templi esprimono un ideale di bellezza a notevole rilevanza storica, le nostre isole (Egadi, Eolie e Pelagie) ne coronano l’aura divina con la forza di un paesaggio tutt’ora impervio e selvaggio, di fatto poco incline a farsi “addomesticare” dall’uomo. Anch’esse femmine. Anch’esse prepotentemente seducenti.
Focu! Ancora una volta!
Nella natura come nell’arte. Un femminile narrato magnificamente da Giuseppe Tornatore, Andrea Camilleri, Gesualdo Bufalino e poi ancora suggestivamente da Renato Guttuso, Rosa Balistreri, Pucci Scafidi. Un femminile…caparbio, volitivo, testardo…talora fatalista o falsamente sottomesso all’altro sesso. Mai codardo. Mai vigliacco. Mediato da una caratterizzazione dei personaggi forte, fittamente colorita e caricaturale, affatto scontata. A far quasi da tutt’uno con l’ambiente circostante, in un tourbillon magico e portentoso.
Focu…sì. Ma anche paglia!
Nella fragilità che diventa oggetto di abuso, fisico o psicologico, in Sicilia come altrove; nell’amore deluso ed evaso, fallito e tradito; nella condizione di asservimento mentale che più nulla detiene dell’armonia femminile e che tutto demanda all’Altro, annientando la dignità delle conquiste giuridiche e sociali della Donna nel tempo. In memoria delle varie Francisca Massara, Maria Paternò, Franca Viola, Letizia Battaglia, che si sono distinte per la lotta all’emancipazione e alla riqualificazione dei ruoli maschili e femminili in ambito sociale aprendo, magistralmente, la pista ad una condizione nuova: quella ove nessuna Donna e nessun Uomo siano essenzialmente assimilati ad alcun elemento, finanche simbolico.
Dove lo yin e lo yang, d’orientale fattezza, possano coesistere insieme in una sintesi che, unendo dialogicamente gli opposti apparenti, riesca a donarci infine l’immagine di un Essere Unico – qualsiasi esso sia o senta di essere – padrone della propria vita e conscio del proprio avvenire, nella certezza della sua singolarità bio-psichica e degli strumenti conoscitivi di cui dispone.
Al di là d’ogni possibile stereotipo o luogo comune.
Pertanto, come donna ed in particolare Donna Siciliana,“nun mi sentu né paglia e mancu focu”! Ma Fimmina e basta.
E per questo, non ho nulla da temere!
Ecco. Oggi a mio nonno, scherzosamente, avrei risposto così.
Claudia Montana

