Giacinto Langela, il Fra’ Cristoforo di Sicilia che edificò il Santuario della Madonna dei Miracoli a Mussomeli

Roberto Mistretta
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IL FRA’ CRISTOFORO DI SICILIA CHE DOPO AVERE UCCISO UN PAGGIO SI PENTÌ, SI FECE FRATE ED EDIFICÒ IL VENERATISSIMO SANTUARIO NEL CUORE DELLA SICILIA DOVE DA VENT’ANNI SI AMMIRA ANCHE UNO DEI PIÙ GRANDIOSI PANNELLI ARTISTICI DELL’ISOLA

Si dice che perfino Alessandro Manzoni si sia ispirato alla sua storia nel tratteggiare la carismatica figura di fra’ Cristoforo nei I promessi sposi, capolavoro della letteratura mondiale.

Noi non possiamo sapere se sia vero, anche se storicamente i tempi corrisponderebbero, ma certo la biografia del personaggio letterario ha più di qualche punto in comune con la vita vera del sicilianissimo e focoso Giacinto Langela che, appena sedicenne, dopo avere tirato una schioppettata a un paggio nel 1687, in seguito si fece frate e dopo avere edificato il grandioso convento dei domenicani, cominciò i lavori di quello che oggi è un veneratissimo santuario ubicato nel cuore dell’isola: il santuario diocesano della Madonna dei Miracoli di Mussomeli.

E al visitatore che vorrà vedere coi propri occhi il luogo di culto dove la tradizione e documenti ecclesiali tramandano l’apparizione della Madonna, datandola nel 1530, oltre a osservare nei suoi mirabili interni anche un olio su tela dell’assassino pentito fattosi frate, proprio di fronte al santuario potrà ammirare un grandioso pannello in ceramica artistica di ben 70 metri quadri, tra i più grandi esistenti in tutta l’isola, realizzato dal Maestro Pino Petruzzella e inaugurato vent’anni fa, il 5 settembre 2004.

Giacinto Langela, secondogenito di una facoltosa famiglia di Mussomeli, nasce il 10 gennaio 1671. Amico del primogenito del principe Lanza di Trabia frequenta la casa nobiliare, ma si sa quanto fumantini siano i gli adolescenti e, ci raccontano le cronache, Giacinto viene in contrasto con un paggio che gli molla un sonoro schiaffone. Umiliato e schernito dagli stessi amici, decide di vendicarsi e, armatosi con una carabina, attende il paggio e gli spara alla schiena nei pressi del collegio di Maria (la Batia). Ottenuta l’immunità conventuale da suo zio, priore presso il vicino convento di San Francesco d’Assisi, viene accompagnato a Licata dal padre Guardiano con una lettera di supplica, e da lì viene imbarcato per Roma. Nella città dei Papi fu accolto dal cardinale Decio Azzolino, tra i più influenti del tempo e frequentatore abituale della casa della regina Cristina di Svezia che si era convertita al cattolicesimo e si era trasferita a Roma.

Giacinto dopo pochi anni matura la decisione di farsi frate ma ha le mani macchiate di sangue e per indossare l’abito talare deve ottenere la “Dispensa canonica”, che arriva a firma di Don Andrea Pantaleo, penitenziere di San Pietro. Si sa, disponibilità economica, casato e potere possono tanto.

Giacinto entra quindi nell’ordine dei domenicani. Sono trascorsi tre anni da quando ha ucciso. Torna in Sicilia e veste l’abito dell’ordine il 20 agosto del 1691 a Caltanissetta, prima però chiede perdono ai familiari del paggio a cui ha sparato a Mussomeli e, ottenutolo, prende il nome di Francesco Maria. Due anni dopo viene trasferito nel convento della vicina Cammarata, comune agrigentino distante una ventina di km da Mussomeli.

L’idea di fondare il convento, proprio accanto alla chiesetta dov’era apparsa la Madonna che aveva guarito un paralitico, maturò in famiglia, parlandone con la madre e gli altri fratelli. Servivano molti denari per iniziare tale progetto che si incrocia anche con le visioni di suor Maria Crocifissa della Concezione, antenata di quel Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore del celebre Gattopardo. Una monaca in odore di santità a cui Francesco si rivolse per consiglio. Emblematica la sua risposta che, nel ribadire come fosse volontà della Madonna che il convento sorgesse proprio lì, presagiva pene e guai e difatti fra’ Francesco finì anche in carcere durante la controversia liparitana, prima di poter posare la prima pietra del nuovo convento, benedetta il 3 aprile 1723 dallo stesso, ormai cinquantaduenne. Grande fu la partecipazione popolare, ma i guai non finirono e altre discordie e dissensi sarebbero nati in seguito tra gli stessi ecclesiastici, come appunto aveva predetto suor Maria Crocifissa.

Sia come sia, con l’arrivo dei domenicani la cittadina ebbe un forte impulso economico e culturale e vent’anni dopo, nei primi mesi del 1743, cominciò l’abbattimento della chiesetta della Madonna dei Miracoli dove da due secoli si celebrava il culto della Beddra Matri protettrice di Mussomeli.

Padre Langela aveva settantadue anni e voleva vedere completato il suo disegno prima dell’ultima chiamata che sentiva vicina. Con l’arrivo dei domenicani la vecchia chiesa era diventata ormai inadeguata ad accogliere i tanti devoti al culto di Maria. Durante i lavori fra’ Francesco allestì nel convento un piccolo oratorio per custodirvi la pietra del miracolo e le altre statue, compresa la prima originaria statua della Madonna, databile al XVI o XVII secolo, poi sostituita dall’ottocentesco e mirabile gruppo statuario del Biangardi.

Padre Francesco Langela muore nel marzo del 1748 all’età di settantasette anni e viene sepolto nella cripta del costruendo santuario, nella cella riservata ai padri domenicani. Quello che da giovane era stato un assassino, ha pagato il suo debito. Ha edificato un imponente convento e ha avviato la costruzione del nuovo santuario al cui interno ora riposa, primo essere umano a trovare sepoltura in quel sacro loco.

Il 29 maggio di quello stesso anno muore sua madre, la centenaria donna Alessandra Tomasino La Russa che, con particolare dispensa, aveva vissuto i suoi ultimi anni nel convento dei domenicani. Impensabile che una donna potesse stare in un convento di soli uomini. Ma a volte anche l’impossibile diventa fattibile.

I lavori al santuario vennero completati dodici anni dopo e aprirà al culto nel 1760.

Il santuario, da sempre veneratissimo, durante la quindicina della Madonna dei Miracoli dal 31 agosto al 15 settembre, diventa metà continua di fedeli che ai piedi della Beata Vergine impetrano grazie e il registro delle testimonianza trabocca di scritti. Tra i miracoli più eclatanti vi è quello del principino Lorenzo Lanza, avvenuto nel 1629.

Chi visita il santuario non potrà non ammirare anche il grandioso pannello artistico narrante la storia di Mussomeli e quella della sua patrona, la Madonna dei miracoli, appunto.

Tale opera d’arte misura 70 metri quadri e sono state adoperate ben 1650 piastrelle per realizzarla. Osservandola si potrà ammirare il soffuso turchese del pannello centrale dedicato alla Madonna dei Miracoli. Ai suoi piedi il paralitico miracolato nel 1530.  Domina anche il rosso e il bianco delle tuniche dei confrati nel primo pannello a sinistra, il Venerdì Santo.

Nel secondo pannello è raffigurata piazza Chiaramonte col Palazzo Spinnato e alcuni anziani al sole che “cuntrastanu”.  Sullo sfondo si staglia la torre civica dell’orologio, altro storico simbolo di Mussomeli.

Dominano invece il nero e il grigio nel primo pannello a destra.  Le facce scavate delle donne nerovestite, rimaste ad aspettare, avvolte nei loro scialli, anche color della notte, mentre figli e mariti vanno via con valige di cartone. Gli anziani con la coppola in testa fanno da contrappunto allo sfondo dove è raffigurata Piazza Roma con l’antica statua di Nettuno e il palazzo del principe Lanza di Trabia (XVII secolo).  Una simbologia allegorica di Petruzzella: l’emigrazione, vera e propria piaga sociale di questa comunità a partire dall’inizio del secolo scorso, che denuncia la povertà del popolo, e il simbolo per eccellenza dei Lanza a Mussomeli, il palazzo del principe e quindi la ricchezza.

Due facce di un’identica medaglia, il popolo di Mussomeli.

Infine trionfano il verde del grano appena sbocciato, il giallo oro del frumento maturo e il marrone della terra dissodata nel secondo pannello. Vengono richiamati i lavori contadini: l’aratura, la pesatura, la mietitura (anni ’40-’50) e non mancano i pastori con le loro candide greggi in primo piano. E sulle figure contadine di cui Mussomeli è figlia, si staglia maestoso e altero il castello manfredonico-chiaramontano.

Ancora un messaggio che il Maestro Petruzzella ha voluto lasciare ai posteri con questa opera omnia.

Roberto Mistretta

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