Caltanissetta è legata, nonostante l’indolenza del grande scrittore, a Vitaliano Brancati che negli anni di maggior vigore del regime fascista vi insegnò – dal 1937 al 1939 – presso l’Istituto magistrale “IX Maggio”.
Le biografie del celebre letterato nato a Pachino riportano lo stato di sofferenza interiore che lo stesso ebbe a patire durante il suo soggiorno in città. Il buio per strada, il grigiore del clima d’inverno, la cupezza diffusa che avvertiva in special modo lungo il tragitto che lo portava al piano della Badia dove, nell’ex convento delle benedettine, aveva sede l’Istituto scolastico.
Tuttavia questa apparente mestizia ha verosimilmente contribuito a stendere le pagine più emblematiche delle sue opere, dove “la noia” fa da fil rouge. Del resto Pietro Vannantò, il protagonista di un suo celebre racconto (“La noia del ‘937” ) non può che essere un suo alter ego che soffre perché “qui la noia tocca un punto che altrove non aveva mai sfiorato. La cittadina di pietra gialla, sospesa su una squallida pianura; ….i portoni chiusi di prima sera,….. ; le nuvole che passavano di gran corsa….”.
Brancati fa alloggiare il suo Vannantò all’albergo Mazzoni (Mazzone nella realtà)“nell’unico albergo riscaldato della cittadina”, vittima di una stanchezza fisica e soprattutto interiore che, per paradosso, non viene avvertita dagli altri. Non viene percepita dai suoi commensali nella sala da pranzo dell’albergo, alla “vasta tavola a cui sedevano i giudici del Tribunale, il Presidente e il Pubblico Ministero, questi due ultimi con lo zucchetto in testa e lo scialle addosso, la cui frangia andava continuamente a pescare nel fondo dei piatti e dei bicchieri”. L’Istituto magistrale dove insegna ha fra i suoi studenti il giovane Leonardo Sciascia, che – nascostamente – lo segue, lo osserva, attratto dalla cultura e dalla forza narrativa di Brancati, come in un gioco dove la cupezza si aggiunge ad altra (più giovane) futura cupezza.
Brancati, immerso nel ritmo e nelle abitudini locali, osserva il trascorre di lunghi pomeriggi al Caffè, fra le chiacchiere (futili) dei personaggi locali che tanta parte avranno nella intera sua opera. “Quando in un caffè di Caloria (lasciatemi chiamare così la città siciliana di cui facilmente indovinate il nome)…. vedete un gruppo che, d’un tratto, rimuove brutalmente il tavolo per essere più stretto intorno al narratore….. allora siate certi che si parla della donna. Il pensiero della donna, che non sia la propria, batte come il sangue nel cervello di tutti. Questo avere i sogni, e la mente, e i discorsi, e il sangue stesso perpetuamente abitati dalla donna, porta che nessuno sa reggere alla presenza di lei. (da I piaceri, V. Brancati).
Su questa varia umanità Brancati getta costantemente l’ombra della assenza di luce, del buio, del cupo, del fosco inutile, dell’annebbiato nebbioso che pervade l’aria della città. Naturalmente il buio per l’autore è l’oscurità di quegli anni, in piena era di regime, dove niente e nessuno può criticare niente e nessuno.
Al buio si contrappone la luce che per Vitaliano Brancati è un elemento centrale, un simbolo che assume anche una funzione allegorica e narrativa. Essa si contrappone allo scuro che rappresenta il degrado, la pesantezza, l’abbandono, l’incuria non solo materiale ma soprattutto morale e culturale e che genera… appunto “la noia”.
Per paradosso invece non può sfuggire che, nonostante il “buio” di Brancati, Caltanissetta è stata una delle prime città del Regno che, dall’ultimo ventennio dell’Ottocento, ha goduto – anche se nelle relative dimensioni del tempo – di un servizio di illuminazione pubblica, grazie alla realizzazione di un proprio Gasometro. Una struttura di carattere industriale di rango avanzato per il tempo, sin lì neanche pensato per le grandi aree dell’Isola. Costruito nel 1867, è stato un raro esempio di innovazione tecnica, assente in altri centri. Aveva lo scopo di produrre gas da utilizzare per distribuire luce alle varie lampade, fanali, fari e lampioni, situati lungo le vie della città, modernizzandone di fatto la infrastruttura urbana.
Per il suo principio di funzionamento richiedeva ampi spazi. La costruzione originale era costituita da un enorme serbatoio riempito d’acqua incamiciato all’interno di un complesso metallico di contenimento, dove veniva immagazzinato gas con una campana galleggiante che, salendo e scendendo liberamente, determinava un differenziale di pressione che agiva da propulsore alla erogazione di energia. La sua ubicazione venne pensata nel quartiere “Angeli”, nei pressi del cimitero monumentale, su una zona a monte della valle del fiume Salso. L’opificio di ampie dimensioni venne realizzato in pietra gialla di Sabucina, con un grande camino e relativa ciminiera ancora in parte visibile.
Nel 1893 la gestione dell’impianto passerà alla Amministrazione Comunale. Con l’avvento della energia elettrica la struttura perderà gran parte della funzione per cui venne ideato e l’utilizzo gradatamente verrà a scemare sino a quando ne sarà cambiata la destinazione. Negli anni vi troveranno sede le varie carrozze per i servizi mortuari e per altri scopi a carico dell’Amministrazione. A metà del Novecento il complesso, ancora in condizioni relativamente dignitose, viene destinato a canile pubblico, altra struttura innovativa per il tempo, sino a perdersi nell’abbandono se non l’oblio degli ultimi decenni. In anni più vicini si è ridestato un certo interesse per il Gasometro nisseno.
Nel 2003 è stato riconosciuto dalla Regione Siciliana come “Manufatto di interesse etno-antropologico particolarmente importante”, considerato come monumento della civiltà industriale dei primi del Novecento. Come simili “proclamazioni normative”, senza alcuna conseguenza o intervento concreto però.
Oggi si mostra oggetto di un programma di restauro, che pare comprendere l’impiego di spazi per laboratori e luoghi di aggregazione, con il fine di destinare diverse parti dell’edificio a specifiche funzioni, in previsione di integrare un anelato aspetto museale con altre attività.
Sarà così?
Stante il lungo tempo trascorso, il quasi perenne abbandono e l’improvviso (insperato) risveglio di interesse, a noi non resta che aderire a quanto sostenuto da Arthur Schopenhauer, (in)seguendo la (sua) idea che ci sia un pendolo a regolare la nostra vita e che nell’attesa dell’oscillazione non ci è concesso che sperare e…… rimanere nella perenne attesa che qualcosa accada.





