Un sabato d’autunno. Leggermente umido ma non freddo. Come piace a noi. Disincantati sicani dell’entroterra siciliano. Siamo invitati alla presentazione di un libro nella sala-biblioteca del (per noi glorioso) locale liceo scientifico. Facciamo ingresso in istituto. Di colpo ci accorgiamo di averlo frequentato otre cinquant’anni addietro.
Da far tremare i polsi.
Ci (ri)vediamo in jeans, camicie a quadri, maglioni andini o girocollo neri, scarpe “Barrow” o “College”, chiome lunghe con barba o capelli corti e senza basette, tutto secondo i dressed code dettati dagli “opposti estremismi” del tempo.
Entriamo in biblioteca e constatiamo di trovarci in quella che era la nostra aula magna, teatro di tumultuose assemblee, preannunciate da temporaleschi “Ta tze bao”, appesi ai cancelli, dove veniva esposta la “piattaforma rivendicativa” da discutere e portare al Preside.
Ah! Il Preside.
Figura tramontata. Preparato, autorevole, responsabile, compenetrato nel ruolo e consapevole di dovere affrontare ogni mattina una contestazione, una manifestazione, un’assemblea. Senza mai abbandonare il campo. Capace di trovare una soluzione ad ogni problema che in quegli anni, di polemica endemica, non era semplice escogitare.
Il nostro era anche un politico di lungo corso nelle file del partito di governo. Lo ricordiamo in elegante doppiopetto gessato, camicia bianca, cravatta secondo i canoni della discrezione, occhiale in montatura “degasperiana”. Ci conosceva tutti. Ad uno ad uno. Di noi conosceva pure la calligrafia. Lo contrastavamo ma lo rispettavamo. E lui pure, a suo modo, ci osteggiava ma ci teneva in considerazione. Ne conserviamo, oggi, un buon ricordo.
Sapeva che eravamo studenti dal buon rendimento scolastico.
Da parte nostra, seguivamo (a modo nostro) l’insegnamento gramsciano. Si doveva essere “i migliori” per potere affrontare le battaglie “politiche” di cui ci nutrivamo. Dovevamo potere e sapere tenere testa. Nessuno “scarso negli studi” poteva essere “preso sul serio”, ed essere quindi in grado di combattere per conseguire le “conquiste studentesche”.
Era imperativo. Bisognava essere preparati.
Quegli anni furono turbolenti. La storia ci ha mostrato come quella generazione ebbe a produrre (molti) “buoni” e (per fortuna non molti) “cattivi”. Grandi menti del mondo del lavoro, della politica, del giornalismo, della cultura e (meno) grandi “compagni che sbagliano” autori di atroci delitti.
Abbandoniamo i nostri ricordi e seguiamo la presentazione del libro. Ad assistere alcune classi di studenti. Ci dicono che sono delle terze e delle quarte. Li osserviamo. Alcuni potrebbero essere nostri nipoti. Notiamo molte felpe con cappucci indossati. Ci chiediamo il perché, visto che non c’è alcun alito di freddo. Ci viene spiegato che il cappuccio si indossa per celare gli auricolari del telefonino che trasmette brani musicali. Riusciamo, per esperienza professionale, a nascondere la nostra meraviglia.
Guardiamo il loro abbigliamento, in fondo tra loro uniforme come ai nostri tempi, solo che al posto delle costose scarpe inglesi in pelle ci sono le (altrettanto costose) “sneakers” dal grande marchio, costruite da piccoli operai indiani/koerani, dimenticati dal mondo. Ci ricordiamo che sneaker deriva dal verbo inglese “to sneak”, muoversi furtivamente, silenziosamente, proprio come sono loro, ignorati nel silenzio di ogni idealismo, merce dimenticata da ogni associazione sindacale e da tutte le istituzioni planetarie, in nome del più bieco capitalismo taylorista.
Terminati gli interventi ci avviamo verso l’uscita. Ci viene incontro una nostra conoscenza. Dietro di lui scorgiamo la targhetta “Dirigente Scolastico”, “appiccicata” accanto alla porta della vecchia “Presidenza”. Il colloquio è cordiale. Accanto a noi sfilano veloci studenti in abbigliamento “casual”. Nessuna gonna, nessuna giacca, nessun giubbotto, nessuna redingote. Tute, sneakers, felpe. Qualche zaino.
Ripensiamo al nostro Preside. Di quella razza (nel senso più positivo del termine) oggi, a noi, non sembra ce ne siano. Certamente il mondo è cambiato. Quel magma in perenne ebollizione fatto di una moltitudine di giovani che volevano “cambiare il mondo” è solo un ricordo.
Il mondo della scuola è un altro, anzi “è altro”.
O almeno a noi così ci appare. Ad iniziare da quella targhetta accanto alla porta del “Dirigente Scolastico” e non più “Preside”.
Al Preside si chiedeva di essere esempio per i “colleghi” professori (lo preferiamo al termine “impiegatizio” di docenti) di cui era un primus e non una“altera parte”. Da lui ci si attendeva di dare impulso e controllo didattico. Di garantire “sicurezza” al corpo insegnante e – in quegli anni – la “sicurezza” non era solo un “vocabolo”.
Oggi il “Dirigente” recita la parte del “manager”, come se la scuola piuttosto che assolvere ad una “funzione” sia un business come un altro, con pretese di svolgere compiti aziendalistici, tralasciando di fatto il “core business”, l’attività principale, che è la educazione, la istruzione e la formazione delle nuove generazioni, quella che a noi veniva indicata come “la futura classe dirigente”.
In diverse occasioni abbiamo fatto ingresso in alcuni istituti scolastici e la costante che abbiamo registrato è un’aria da “libera uscita”, ad iniziare dal personale che come oggi è di moda indicare costituirebbe il “front office”. Coloro che dovrebbero curare i rapporti con il pubblico con, come recitano i testi normativi, funzioni di “accoglienza, assistenza e gestione delle richieste”. Frotte di studenti “vaganti” tra corridoi, palestre, infermeria, bagni e desk di entrata. Ci è stato spiegato che una parte corposa della didattica si svolge non necessariamente in classe ma anche mediante “progetti” tesi a coniugare la assimilazione di nozioni, oggi definite “conoscenze”, con le “competenze”, cui si aggiungono le “esperienze”. Un trio comico, su cui poggia la stagione delle varie riforme scolastiche, consapevolmente volute forse per spazzare via il (poco gradito) modello “Gentiliano”.
Ci siamo presi la briga di dare uno sguardo normativo al mondo della istruzione odierna, comparandola con la (per molti tralaticia) legislazione precedente, di cui i nostri professori e noi siamo il prodotto ultimo.
Il sistema educativo di istruzione e di formazione italiano è oggi organizzato in base ai principi della sussidiarietà e dell’autonomia delle istituzioni scolastiche. Lo Stato ha competenza legislativa esclusiva per le “norme generali sull’istruzione”. Le Regioni hanno potestà legislativa concorrente in materia di istruzione ed esclusiva in materia di istruzione e formazione professionale. Le istituzioni scolastiche statali hanno autonomia didattica, organizzativa e di ricerca, sperimentazione e sviluppo.
Poniamo lo sguardo sul paradigma della “autonomia didattica”. In molti testi, se ne dà la seguente definizione: “L’autonomia didattica mira a garantire il successo formativo degli studenti, permettendo alle scuole di adattare i percorsi di studio alle loro specifiche esigenze e ai ritmi di apprendimento”. Quest’ultima parte della definizione “ritmi di apprendimento” in pratica il più delle volte si traduce in un rallentamento della didattica stessa, cui si impone di adeguare “al ribasso” la performance (visto che l’aziendalismo pare sia il “mantra” del nuovo sistema scolastico) del corpo studentesco. E’ un po’ come se in una staffetta dei 4×100 gli atleti con i migliori tempi siano indotti ad uniformarsi al tempo dell’atleta più lento, senza imprimere maggiore cura nell’allenamento di quest’ultimo, con lo scopo di portarlo a conseguire un crono migliore al pari dei suoi compagni.
A cascata il corpo “docente” deve adeguarsi alla “decroissance”.
Pur consapevoli del non apparire “ecumenici”, a noi pare che si possa scorgere il rischio di allontanare dalla istruzione pubblica quanti – risultando più diligenti o più capaci o più dotati economicamente – non ritengano adeguato “il ritmo di apprendimento” per il proprio futuro in un mondo che non può più sostenere comodi “stipendifici” pubblici e che si mostra sempre più competitivo. Per la fortuna di alcune società o enti privati.
Come è possibile dedurre si rischia di generare il paradosso che piuttosto di “includere” il meno dotato, con una ipocrisia normativa e con tutto il (comodo ma scarso) correlato amministrativo-didattico si condanni lo studente “meno fortunato” alla emarginazione o nella migliore delle ipotesi al demansionamento “a monte” dal mondo del lavoro, con ulteriori conseguenze negative e con effetti collaterali come il cercare la consapevole alterazione della coscienza mediante usi e condotte “ultra e contra legem”.
Il corollario organizzativo a questo sistema costringe a creare piccole corti o minuti sciocchi cerchi magici nel campo della organizzazione scolastica, nella didattica, nelle attività di supporto, con esiti di opzioni economiche che – nella esperienza corrente – non si mostrano coerenti con le finanze pubbliche, tormentate dalla costante doglianza di “carenze di risorse da destinare al mondo della scuola”.
Ma questo è solo il parere di un nostalgico. Un non addetto ai lavori.
Quindi, per comodità di tutti (e soprattutto di chi scrive):
“Uno che non ne capisce”.





