FINALE
“Il fattore C”
Falconara pensò di avere forse esagerato. Salvuccio, in fondo, stava rispondendo alle domande e quindi resettò il tutto con un più sereno.
– Certo, certo, signor Pullara.
Poi, con un sorriso ruffianesco, riagganciò Salvuccio.
– Quindi lei conosce i suoi clienti. Quanto meno gli abitudinari. Giusto?
Salvuccio, tornato alla sua normale ottusità, rispose docilmente.
– Giusto.
Falconara ritornò invece all’attacco.
– Ha notato qualche faccia nuova tra i consumatori di gratta e vinci?
Salvucccio a questa domanda confermò la diagnosi paterna di “essere (come sostantivo e non come aggettivo) limitato. Anzi. Tutto cretino.
– Come facce nuove? Commissario i miei clienti sempre la stessa faccia hanno. Non è che se la cambiano quando vengono da casa a qui. Forse quando vengono di primo mattino hanno la faccia più riposata… ma comunque sempre la stessa è.
A Falconara venne in mente Carmelo Pullara, il povero padre scaltro come una faina, che per contrappasso aveva ricevuto in regalo una mente semplice come il figlio. Non volle infierire e rinnovò la domanda.
– Signor Pullara volevo dire…. ha visto clienti nuovi in questi giorni? Ha notato qualcosa di diverso? Ha pagato qualche vincita più grossa da quelle usuali?
Di colpo gli occhi di Salvuccio parsero diventare di nuovo come le luci dei vecchi flipper quando sbroccano con lo “Special” per un punteggio fuori misura. Iniziarono a roteare in su e in giù sino a fermarsi e fissare il commissario.
– Minkia commissario! Mi scusi no minkia lei. Non volevo. Non mi permetterei mai signor commissario. Era come esclamazione. Mi sto ricordando che l’altro ieri vennero due giovanotti. Due scanazzati. Due che parevano volessero l’elemosina, anche se io mi stavo scantando perché mi sembrava che volessero farmi una rapina. Sono entrati e hanno comprato due rotoli a testa di gratta e vinci. Però non ce lo dico il tipo, sennò lei si incazza come poco fa. Uno si è preso quello con la vincita sino a mille euri e l’altro con la vincita sino a diecimila euri. Hanno speso circa mille e cinquecento euri in tutto. Tanto che mi sono detto….”Minkia a fortuna che ho avuto oggi”.
Salvuccio si fermò, quasi come a riflettere.
Poi come se avesse compreso quanto prima gli era oscuro, sbottò.
– Ma quale minkia, signor commissario? Sempre come prima… non lei. Solo per dire. Giusto?
Falconara assentì con lo sguardo compassionevole, sempre pensando a Pullara padre. Salvuccio avuto quindi il via libera proseguì.
– La fortuna l’hanno avuto loro, signor commissario. Una cosa mai vista. Che le devo dire? Uno ha preso sei biglietti con la vincita di cinquecento euri l’una e l’altro addirittura quattro da cinquecento euri e quattro da duecentocinquanta. Hanno vinto in due seimilaecinquecento euri. Io li ho pagati singolarmente e quindi gli ho potuto dare i soldi contanti. Solo che gli ho detto che dovevano passare la sera.

Falconara un pò meravigliato.
– E perché la sera?
– Commissario intanto perché dovevo telefonare a quelli del Monopolio che li dovevo avvertire del “culo” – mi scusi commissario – che questi due avevano avuto che però mi pareva che lo avevano avuto per sbaglio. Poi perché se gli pagavo la vincita davanti a tutti, nessuno avrebbe più chiesto gratta e vinci perché avrebbero capito che la vincita dei rotoli che avevo in negozio si era asciucata tutta.
Che ci paro cretino, commissario?
Falconara, sempre con il pensiero a Pullara Padre, non volle approfondire e invitò Salvuccio a continuare.
– E quindi?
Salvuccio, tutto priato, proseguì nella narrazione.
– E quindi, commissario, cosa vuole che le dica? Quelli del Monopolio mi hanno detto che in effetti la macchina impacchettatrice aveva sbagliato, per alcune serie, a “impacchettare” i biglietti, immettendo cinquanta biglietti vincenti a rotolo, al posto dei soliti cinque. Minkia a cretini!
Salvuccio, con tale esclamazione, si sentì un gigante e senza sosta continuò.
– Mi dissero comunque di pagare le vincite, dato che erano di piccolo taglio e quindi avrebbero lasciato correre per non passare per incapaci. Dunque potevo pagare i tagliandi vincenti ma senza dire niente a nessuno.
Però a lei ce lo dico che è la Polizia. Giusto?
Questa volta fu il commissario a confermare alla maniera “scimunita”.
– Giusto.
Falconara ringraziò, salutò Salvuccio Pullara e lasciò la “Antica Merceria”, diventata – per legge – spaccio di droga da gioco.
Nella mente di Falconara tutto adesso era chiaro.
Non gli restava che “unire i puntini”.
Tornò in Questura.
Era il pomeriggio del ventiquattro dicembre.
– Fatemi venire qui questi due ladri di polli, anzi di cose di chiesa.
Inutili le cose e inutili loro.
Di quest’ultima affermazione Falconara si pentì immediatamente. Un furto era un delitto in ogni caso e questo non andava scordato. Il commissario era però consapevole che i due ragazzotti, seppure autori di un crimine erano rimasti con l’animo di chierichetti. Non sarebbe stato difficile farli confessare. Soprattutto per il bene loro. Ammettere il misfatto e ravvedersi ponendo in essere atti diretti alla riparazione del danno avrebbe consentito loro di essere ammessi al beneficio delle attenuanti, con riduzione sensibile della pena. Il furto semplice con il ravvedimento operoso li avrebbe tenuti indenni, quanto meno, dalla esecuzione della pena. Tutto dipendeva dai due fessacchiotti. Il rischio era che per la loro naturale “scimunitaggine” si sarebbero ostinati a negare ogni addebito. Falconara sperò per il meglio e si accinse a procedere al loro interrogatorio.
– Allora ditemi. Come sono andate le cose?
I due, quasi all’unisono.
– Quali cose commissario?
Falconara non si era sbagliato. Scimuniti erano. E scimuniti rimanevano.
– Non mi fate arrabbiare. Finiamola con questo babbìo. Non azzardatevi a pensare che la possiate passare liscia. Le telecamere della chiesa hanno registrato tutto. Monsignore vi ha riconosciuto e ci sono pure i testimoni che vi hanno visto uscire dalla chiesa con calice e vassoio. E pure con il sacchetto con i soldi delle offerte.
Su quest’ultima parte Falconara tentò la fortuna, dal momento che né telecamere, né testimoni c’erano…. e neppure era sicuro del sacchetto con le offerte sottratte. I due ladruncoli si guardarono l’uno con l’altro.
Spalancarono gli occhi e di nuovo all’unisono gridarono.
– Minkia u parrìnu!!
Poi sempre guardandosi e sempre all’unisono.
– Minkia. Pure la televisione si è fatta il parrino.
Michele poi precisò.
– Nonzi si fici u cinema padre Incorvaia.
Totuccio rincarò.
– Ma perché non lo vedevi come si metteva in mostra quando diceva la messa. Aveva un occhio a Cristo e l’altro alla statua di San Isidoro. E lì, di sicuro, sapeva che c’era montata la telecamera.
In ultimo, Michele suggellò la cosa con un sonoro.
– Nni futtì u parrinu!
Falconara osservava i due e a conferma della loro stupidità ammirava la capacità di incastrarsi con le loro mani. Volle però fare il tentativo di portare a loro vantaggio la balordaggine che li corredava, per lo scopo che si era prefissato. Evitare il carcere ai due scimuniti e farli sfuggire al relativo corso accelerato di delinquenza di cui usufruivano alcuni soggetti durante la reclusione. Tutor e maestri in carcere non ne mancavano. Truffatori, ladri, impostori e farabutti di ogni genere certo non ne potevano difettare.
– Allora ammettete l’addebito?
I due, sempre più scimuniti.
– Quale debito commissario? Noi debiti non ne abbiamo.
Falconara aveva costante conferma della idiozia congenita dei due. Nonché continua riprova dell’originario corredo di una onestà dimenticata a causa della sfortunata nascita in ambienti disagiati.
– Allora, ragazzi, adesso vi spiego una cosa.
I due quasi contemporaneamente.
– Qua siamo commissario. Noi non ce ne andiamo. Parlassi.
Falconara da attore come a volte voleva essere, quasi inchinò la testa.
– Ah! Non ve ne andate? Grazie, per la cortesia.
I due, questa volta, compresero il sarcasmo del commissario.
Tentarono di riparare.
– Certo dottore. Stiamo qua, sino a quando lo vuole lei. Lo capiamo questo.
– Grazie ancora per la cortesia.
Falconara continuò con fare ironico. I due però non capirono. Tant’è che all’unisono replicarono.
– Grazie a lei, commissario.
Falconara obliterò il tutto e ritentò.
– Vi spiego una cosa. Se voi confessate e mi dite cosa avete fatto dei soldi della cassetta delle offerte che avete rubato, forse potete evitarvi la galera. Il giudice ne terrà conto.
I due sempre quasi all’unisono, come se fossero non separati alla nascita.
– Commissario sbaglio c’è.
Falconara con finta meraviglia.
– Quale sbaglio?
I due sempre all’unisono
– Noi i soldi non li abbiamo arrubati.
Falconara sempre con la finta meraviglia.
– Come non li avete rubati? C’è il filmino della telecamera che vi inchioda peggio di Cristo in croce.
Falconara, d’istinto, ritentò il bluff.
– Commissario il filmino fa sembrare che noi li stiamo rubando. Ma noi i soldi non li abbiamo arrubati. I film, lei lo sà, sono finti. Fanno vedere una cosa che pare vera ma che non è però vera. Come si dice commissario? Sono “fiction”!
Falconara maledisse quel piazzista milanese che aveva inventato la televisione privata e lo sminkiamento culturale e lessicale conseguente. Ma questo era e con questo doveva lavorare. Si fece forza e continuò.
– E che avete fatto allora?
I due candidamente.
– Noi i soldi li abbiamo – solo – presi a prestito.
Falconara, questa volta, senza finta meraviglia.
– In prestito? Che vuol dire?
Falconara attese, curioso, quale risposta avrebbero dato i due “artisti”.
– Noi i soldi li abbiamo…. Come dire? Ce li siamo imprestati per farli fruttare.
Il commissario non si era sbagliato. Di fantasia i due ne avevano.
– Ah! E come?
I due sempre più all’unisono, quasi che fossero una sola voce.
– Noi abbiamo pensato che i soldi della chiesa vengono messi nella cassetta durante la messa. Giusto?
Falconara di riflesso, questa volta – lui – condizionato.
– Giusto.
I due, ancora.
– Il parrino cosa fa alla fine della messa?
Falconara, di riflesso, ancora.
– Cosa fa?
I due oramai liberi di dire tutto quello che volevano.
– Il parrino dice: “Vi benedica Dio Onnipotente. Padre, Figlio e Spirito Santo”.
Falconara, pure lui, libero.
– Bene. E quindi?
I due compari, questa volta meravigliati.
– Commissario non lo capisce? Glielo dobbiamo spiegare noi?
– Cosa?
Chiese. meravigliato, Falconara.
I soldi alla fine della messa diventano soldi benedetti. Fortunati va?
Falconara si sentì in dovere di chiarire un pò di cose.
– Allora. Intanto non confondete una formula sacramentale con il “Sim sala bim” del Mago Silvan. E poi la benedizione non è una attribuzione superstiziosa.
I due incuranti e ignoranti.
– Va bè dottore come la vuole pensare la pensa. A noi quei soldi ci hanno portato fortuna. E pure alla chiesa.
Falconara immediatamente.
– In che senso?
I due con tono confidenziale.
– Noi con quei soldi abbiamo comprato quattro o cinque rotoli di biglietti da quello scimunito che ha la cartoleria due strade sotto la chiesa di padre Incorvaia. Più di mille e cinquecento euri ci abbiamo lasciato. Come vede il primo ad avere fortuna è stato lui che si è ricevuto in un colpo solo l’incasso di una settimana.
Poi…. Minkia signor commissario. No minkia lei, minkia come espressione, dottore. Grattavamo e vincevamo, grattavamo e vincevamo. Come le dicevamo, con la benedizione dei soldi, che erano diventati fortunati, i biglietti che avevamo comprato erano diventati magichi.
Falconara si ostinò a non correggere il lessico dei due.
– Magichi?
Ma i due imperterriti.
– E che abbiamo detto dottore? Magichi. Fortunati và!
– E allora?
– Allora dottore, siccome noi siamo onesti. Cosa abbiamo pensato?
– Cosa avete pensato?
Falconara andava oramai in automatico, sempre meno sorpreso delle assurdità logiche (ossimoro) che i due oramai sciorinavano senza pietà.
– Abbiamo pensato questo.
Ci siamo presi – a prestito – mille e cinquecento euri. E questi li dobbiamo restituire. Perché noi siamo onesti commissario. Lei lo sa? Giusto?
Falconara, questa volta, non assentì.
Abbiamo vinto più di cinquemila e cinquecento euri. Rimanevano quattromila euri, puliti, puliti. Mille euri, io, mille euri Michele, ce li teniamo. Giusto!?
Perché, ripetiamo, noi – caro commissario – siamo onesti.
I due attesero invano un cenno di assenso da parte del commissario.
– A noi – per questo mese – duemila euri ci abbastano. Poi abbiamo pensato. Mille euri Michele e mille euri io li diamo ai poveri della chiesa. Giusto?
A Falconara gli si sgranarono gli occhi.
– Così nella cassetta delle offerte ci abbiamo messo tremila e cinquecento euri. I mille e cinquecento euri che avevamo presi a prestito. Più i due mila euri che abbiamo arregalato ai poveri. Li può andare a contare, commissario. Tutti là sono.
I due guardarono il commissario con aria di rivincita.
Avevano spiegato tutto.
Avevano “guadagnato” i due mila euro con la vincita “legale” dei gratta e vinci.
Avevano confessato e quindi il giudice ne avrebbe tenuto conto.
Avevano restituito la refurtiva e questo era un altro elemento a loro favore. Avevano fatto una donazione che andava considerata come ravvedimento operoso in uno al risarcimento del danno.
Qualsiasi giudice non avrebbe potuto che condannarli a una lieve pena, con la sospensione condizionata.
I due ladri “per sbaglio” erano salvi.
Monsignore Incorvaia non aveva subito alcun danno.
Le offerte per i poveri erano più che raddoppiate.
Tanino “l’informatore”, che per primo aveva dato la dritta al commissario, aveva avuto ragione. Tutto era a posto.
Falconara era incredulo e affranto.
Le prime luci dell’alba illuminavano la stanza.
Era il venticinque dicembre.
Il Natale era arrivato.
Falconara aveva risolto il caso.
La faccia con il Vescovo era salva.
Padre Incorvaia aveva avuto “in regalo” duemila euro per i poveri della sua parrocchia.
Salvuccio Pullara aveva incassato mille e cinquecento euro in un colpo solo. I due ladruncoli avevano guadagnato mille euro ciascuno.
Non avrebbero fatto nemmeno un giorno di galera.
Nessuno si era fatto male.
Falconara aveva portato al Questore la soluzione del caso, per farne sfoggio compiacente in conferenza stampa.
Il calice e il vassoio erano stati fatti rinvenire da Tanino “l’informatore”, che avrebbe continuato nel suo rapporto “di collaborazione” con la Polizia.
Cosa si voleva di più?
Falconara, da funzionario integro e onesto, assunse un’aria malinconica.
Lasciò i due mezzi gaglioffi agli agenti verbalizzanti. Indossò il suo trench britannico. Si avvolse nella sciarpa di morbida lana. Si infilò il cappello waterproof. Uscì dal palazzetto della Questura nella leggera nebbia che le mattine invernali regalavano. Aveva voglia di andare a casa. A piedi.
Il silenzio avvolgeva le vie di Calatorre.
Più tardi avrebbe incontrato la sua Maria Stella e con lei avrebbe festeggiato il Natale a pranzo.

Sullo sfondo il rumore dei suoi passi. Si accorse di essere solo con sè stesso.
In mente gli riecheggiava la celebre battuta udita nei film.
“Chi lo ha detto che il crimine non paga?”
In quel nebbioso primo mattino di Natale, Falconara – a malincuore – realizzò che quella frase non poteva essere più vera.
FINE


