di Claudio Vassallo
Tante volte abbiamo ascoltato frasi del tipo: “ce lo impone l’Europa”; “è colpa dei vincoli di bilancio dettati europei”; “quando c’era la Lira tutto costava meno” e “con 100 mila lire si riempiva il carrello della spesa, mentre oggi con 50 euro non si compra più nulla”.
Frasi che, risuonando quasi come il “refrain” di una canzone, alimentano una narrazione (nostalgica), diretta a raccontare di quanto eravamo liberi, ricchi e felici prima dell’introduzione della moneta unica europea e di come l’avvento dell’euro e delle sue rigide (e per taluni folli) regole abbia segnato la fine di un’era magica.
A tal proposito andrebbe innanzitutto osservato come l’Europa (avendovi liberamente aderito e alla luce della presenza di nostri rappresentanti nelle sue istituzioni) siamo anche noi; circostanza questa che da sola rende l’uso dei termini riconducibili al concetto di “imposizione” del tutto improprio.
Ora, premesso che ovviamente ognuno è libero di pensare e credere ciò che ritiene più opportuno, ritengo sia doveroso fissare alcuni dati, quali punti fermi, sui quali fondare ogni ragionamento. Ebbene, con riferimento alle imposizioni ed ai gravosi vincoli, va evidenziato come il costo che il Paese sopporta (noi sopportiamo!) per interessi corrisposti sul debito pubblico, così come riportato dalla Legge di bilancio 2025 – 2027, ammonti a circa 106 miliardi di euro; cifra che appare già di per sè enorme, ma il cui peso viene meglio compreso se si considera come essa, da sola, valga un sesto del totale della previsione dell’intera spesa corrente, ossia di quei 669 miliardi appostati in bilancio per finanziare (tutte!) le attività fondamentali (missioni) dello Stato: giustizia, ordine pubblico, sanità, istruzione, ecc.. .
Ed ancora, è opportuno rappresentare come gli interessi sul debito pubblico pesino di più di quanto complessivamente si spenda per “istruzione scolastica” (56,8 miliardi), “difesa e sicurezza del territorio” (30,9 miliardi), e “ordine pubblico e sicurezza” (13 miliardi).
Da questo si comprende come l’enorme debito (3 mila miliardi di euro), attraverso gli interessi che ne derivano, condizioni fortemente il bilancio dello Stato e l’azione di governo (di qualunque colore sia) e conseguentemente la qualità delle nostre vite sia in termini di “minori servizi goduti”, che di “maggiore tassazione subita“.
Infatti, se spostassimo l’ottica e ragionassimo in termini di entrate, emergerebbe chiaramente come dei 243 miliardi di euro, garantiti dal gettito IRPEF (il tributo che assicura nel nostro sistema la maggiore entrata), 106 miliardi vengano bruciati per la coperture degli interessi e come, in mancanza di essi, l’imposta, che grava sui cittadini, potrebbe ridursi del 43%.
A quanto detto va aggiunto il rischio legato alla “volatilità dei tassi d’interesse”, amplificato dalla spropositata dimensione del debito: il solo aumento dell’1% dei tassi applicati varrebbe 30 miliardi di maggiore spesa (quanto un’intera manovra!), il cui impatto sugli equilibri di finanza pubblica risulterebbe difficile da assorbire senza l’adozione di misure dolorose. Rischio, quest’ultimo, reso ancora più concreto dalla complessa situazione internazionale che attraversiamo.
Invece, in ordine al ricordo nostalgico dell’Italia ante euro, terra libera, prosperosa e felice, andrebbe anche considerato come nella notte tra il 9 e 10 luglio del 1992 il governo presieduto da Giuliano Amato dovette imporre, attraverso la Banca d’Italia (allora governata da Carlo Azeglio Ciampi), un prelievo forzoso del 0,6% su tutti i conti correnti e ciò per affrontare la grave crisi finanziaria in cui il Paese stava sprofondando e per scongiurare il rischio concreto di default del sistema.
Sempre nello stesso anno, non garantendo il prelievo forzoso sui conti la messa in sicurezza della finanza statale, fu introdotta l’I.S.I. (poi divenuta I.C.I ed arrivata oggi a noi come I.M.U.). Insomma, la situazione oggettivamente non era allegra o perlomeno non lo era per come spesso viene dipinta.
E’ vero che gli anni ’80 e ’90 (almeno fino alla prima metà di quest’ultimi) ce li ricordiamo come gioiosi. Anni in cui si stava bene e la fiducia verso il futuro fioriva. E’ bene però ricordare come quelli furono anche gli anni in cui il rapporto debito pubblico/PIL passò da poco più del 55% del 1980 a quasi il 115% del 1998: praticamente più che raddoppiato!
Rileggendo quindi l’andamento dell’economia di quegli anni sorge oggi il (forte) dubbio che lo sviluppo economico di quel periodo fosse stato irresponsabilmente pompato (drogato) attraverso l’eccessivo ricorso all‘indebitamento. Dico irresponsabilmente perchè con l’indebitamento non si fa altro che anticipare il consumo della ricchezza futura, a danno delle prossime generazioni, alle quali, in compenso, tocca (così come è toccato) farsi carico l’arduo compito della copertura dei buchi.
In ultimo, qualche considerazione va fatta anche in relazione al “consistente aumento dei prezzi” (inflazione), giustamente e pesantemente avvertito dagli italiani, verficatosi dopo l’introduzione dell’euro. E’ bene però considerare come l’euro non sia entrato in circolazione solo in Italia, ma anche negli altri Paesi UE (Germania, Francia, Belgio, Irlanda, ecc..) senza cagionare in questi l’impennata dei prezzi che si registrò nel nostro Paese.
Ciò fa ragionevolmente ricondurre il fenomeno inflattivo manifestatosi in Italia non tanto alla moneta unica, ma piuttosto a peculiarità e debolezze strutturali tutte nostre, della nostra economia, come ad esempio: la forte concentrazione dei canali di distribuzione.
Alla luce di queste considerazioni, personalmente non credo sia corretto (anche se taluni magari comodo) scaricare sull’Europa responsabilità riconducibili invece ad un contesto economico complicato e ad errori da noi commessi nel passato, considerandola una “malefica matrigna” (come quella di Biancaneve), solo perchè, attraverso le sue ragionevoli (non indebitarsi fino al collo è una norma di buon senso) regole (da noi sottoscritte), funge da argine alla irrefrenabile smania dei nostri governanti (un po’ tutti) ad accumulare nuovo indebitamento e ciò soprattutto oggi che lo stesso ha superato quota 3 mila miliardi, attestandosi al 137–138% del PIL nel 2025.
Io credo, al contrario, che un’Europa più funzionale economicamente, poiché attenta alle esigenze provenienti dal settore agricolo e più in generale da tutto quello produttivo; capace di dialogare, tutelare e valorizzare il lavoro; politicamente ancorata ai principi democratici ed ai diritti fondamentali che da essi discendono; rispettosa delle specificità dei singoli Paesi che la compongono e che sappia, di tali specificità, fare sintesi, raggiungendo posizioni unitarie, da assumere nei contesti internazionali, rappresenti per il futuro del nostro Paese l’unica possibile speranza.
Claudio Vassallo


