Mariapia Garavaglia, parlamentare per quattro legislature, più volte Sottosegretaria e poi Ministra della Sanità nel 1993/94, Vice Sindaco di Roma dal 2003 al 2008, Presidente della Croce Rossa Italiana dal 1995 al 2002, docente di Psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, giornalista e dal 2019 Presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani.
Relatrice al Convegno “La salute della persona anziana” svoltosi a Caltanissetta il 30 e 31 gennaio, ha sottolineato l’importanza del sistema sanitario pubblico come elemento qualificante della democrazia e della piena attuazione della Costituzione. Le abbiamo rivolto qualche domanda al termine del convegno.
La legge 833 aveva un impianto socio-sanitario, ospedale e territorio. Perchè non è stata sviluppata la parte della salute nel territorio? È possibile che sia dovuto al fatto che il monopolio della sanità ospedaliera, crea un rapporto asimmetrico rispetto ai cittadini, che invece nella sanità del territorio potrebbe diventare più orizzontale e quindi più soggetto al controllo sociale, con tutte le attività di prevenzione e di costruzione di benessere?
- Il dato storico è che gli ospedali c’erano, erano molto diffusi, c’erano anche ospedali piccoli, di solito frutto di donazioni, tant’è che portavano il nome del benefattore, e il medico di medicina generale era molto diffuso, perché erano i medici ex INAM ed erano tanti. Quindi c’erano due ponti all’interno di un sistema che avremmo dovuto rinnovare che non si parlavano. Non è stato costruito il ponte. L’ospedale è andato avanti, i medici sono andati avanti. quindi l’organizzazione era sottoposta a certe politiche delle regioni, penso alla Lombardia, che ha voluto attuare la riforma in fretta. La riforma in realtà aveva suddiviso il territorio in unità territoriali, le famose Unità Sanitarie Locali (USL), per cui in ogni USL avremmo dovuto avere: un ospedale, i medici di medicina generale e ambulatori. Quindi man mano queste USL avrebbero dovuto rappresentare l’assistenza primaria. È cambiata la Sanità come organizzazione, perché è avanzata molto la tecnologia, la ricerca, è diminuita la popolazione, sono aumentate le malattie croniche e le lunghe cure, quindi la sanità ha cominciato a costare sempre di più. A fronte di costi maggiori si sono ridotti i servizi, perché si sono chiusi gli ospedali, anche più del necessario. È vero che noi avevamo un eccesso di posti letto, e siccome si pagava il posto letto a giornata di degenza e non a malattia curata, l’ospedale faceva la parte del leone anche in termini di finanziamento. Quindi i finanziamenti sul territorio diminuivano.
- Allora abbiamo ridotto le USL, poi nel 1992-1993 abbiamo cercato di modificare la gestione dei fondi: fare in modo che invece di fare i bilanci sulla competenza si facesse il bilancio preventivo e consuntivo come in una azienda e l’abbiamo chiamata “aziendalizzazione”.
È stata positiva l’aziendalizzazione?
- La parola, che doveva essere una indicazione di metodo di gestione, ha portato con sé un aggravamento del rapporto tra fondi, organizzazione e cittadino. Perché il Direttore generale era il Direttore di una Azienda ed era premiato se risparmiava, che è di una gravità, dal punto di vista etico, incredibile. Bisogna, casomai, prendere dei premi se si fanno funzionare meglio le strutture e con la soddisfazione dei cittadini. Quindi man mano i finanziamenti sono diminuiti e si è bloccata l’evoluzione del sistema, per cui oggi siamo nella situazione in cui i medici di famiglia sono diminuiti, non c’è una programmazione dei medici futuri, ma diminuendo e invecchiando la popolazione, probabilmente, quando i medici che entrano oggi saranno preparati, fra 10-11 anni forse ne serviranno di meno. Mancano certamente gli infermieri, che serviranno sempre di più, perché sono figure essenziali sul territorio oltre che negli ospedali e negli ambulatori; mancano gli OSS, cioè quegli operatori socio-sanitari preziosissimi. Perché il medico e l’infermiere esauriscono il momento della cura, poi “prendersi cura” diventa compito degli OSS. Quindi c’è un problema, oggi, non solo di carenza di personale ma di formazione del personale anche con funzioni diverse. In questa fase noi soffriamo di una programmazione che non è stata completata e quindi di una mancanza di personale in base alla programmazione, e quindi di finanziamenti che, non essendo orientati secondo le priorità, sono sempre tanti o pochi perché non vengono spesi secondo le finalità proprie.
- La legge 833 aveva la visione, ma è evidente che adesso la sanità è cambiata, è cambiato il mondo, ma la visione era che la sanità è un servizio alto, alla dignità delle persone: cittadini tutti uguali, quindi sistema universalistico, che rende uguali i cittadini di fronte al bisogno e alla risposta ed equità nell’accesso. Basta pensare alle liste d’attesa che capiamo che non c’è equità di accesso.
- Quindi le ho esposto le luci della legge 833, le ombre che abbiamo adesso e che sono recuperabili. Bisogna recuperarle con una organizzazione, una programmazione, le priorità e i finanziamenti, senza perdere di vista il personale, che deve essere non solo quantitativamente e qualitativamente, ma anche sempre aggiornato. Con l’evoluzione della tecnologia, della ricerca e del mondo che cambia sotto i nostri occhi, l’aggiornamento e il lavoro interdisciplinare, in team, dallo specialista, all’infermiere, all’OSS, è fondamentale.
- Noi abbiamo le fondamenta, abbiamo i pilastri, tocca a noi fare quella operazione di partecipazione civile presso la politica, perché adesso è tempo di organizzare.
La salute è l’unico diritto definito fondamentale nella Costituzione. Perché non c’è più un’attenzione, anche dei cittadini, oltre che della politica, rispetto a questo? La politica si occupa molto di più dei diritti civili che non dei diritti sociali fondamentali, in particolare, la sanità non è al primo posto nell’agenda politica italiana
- È incredibile ma è così. La legge 833 fu sostenuta dalla grande forza sindacale, dai movimenti e dalla politica che aveva interpretato l’attuazione della Costituzione come un dovere. Adesso la Costituzione c’è, quindi è un dato di fatto, e la partecipazione è diminuita. La gente non va neanche a votare: se non voti non ti senti cittadino, se ti senti cittadino allora protesti. La protesta non vuol dire necessariamente riempire le piazze, però servono anche le piazze. Quindi io ritengo che ci sia bisogno di grande divulgazione del diritto, di proteste formali, non violente, perché i politici devono sapere che i loro cittadini diventano vecchi, come anche i politici diventeranno vecchi e anche i loro familiari.
- Bisogna avere uno sguardo lungo, perché la sanità ha bisogno di essere governata sui dati, non sull’ideologia, la conoscenza dei dati ci mette in condizione di programmare e con la programmazione sappiamo poi anche dare le risposte.
Però c’è un’ideologia governativa in questa fase: favorire il privato. Questa è una scelta ideologica
- Quella che stiamo constatando è che se non si mette mano a questo riordino evidentemente si vuole lasciare le cose come sono. Allora il cittadino che può va nel privato, tra l’altro con le assicurazioni, così ha i rimborsi, e di nuovo allo Stato vengono tolti soldi, perché rimborsiamo con l’assicurazione, e abbiamo meno soldi, perché non paghiamo né i ticket né altre contribuzioni. Così il sistema sanitario viene impoverito di fatto, anche se si dice che vengono aumentati i finanziamenti, e questo è il dato davvero grave. Cioè il povero non ha capacità di difendersi e non si cura, chi ha la possibilità di difendersi si cura, ancora a spese dello Stato, attraverso le assicurazioni, ed è un corto-circuito che fa male. Fa male anche a una concezione della nostra vita associata, e quindi poi la disaffezione alla politica è quasi giustificata: “Voi non vi interessate di noi e noi non ci interessiamo di voi” e invece No: il voto e la partecipazione è nostro interesse, non è l’interesse dei politici.
Le ministre della Sanità sono quelle che si ricordano più positivamente: Garavaglia, Tina Anselmi, Rosi Bundi, però il potere non ha corrisposto a questo consenso sociale. C’è una motivazione, legata al fatto che le donne sono intervenute nella politica sanitaria con uno spirito diverso, con un rigore diverso?
- Può darsi di sì. Nel senso che non solo nella sanità, ma in genere nella politica, le donne, anche quando eravamo poche, eravamo molto significative, anche sul piano personale. Interpretavamo il nostro ruolo, sapevamo di essere poche ma eravamo conosciute. E forse il riconoscimento ci dava anche forza, perché sapevamo di non dover tradire un ruolo che in quel momento interpretavamo per tutte le donne.

