di Tonino Calà e Giuseppe Piccillo
Sabato 28 febbraio 2026, nella sala consiliare del comune di Montedoro, si è svolta un’assemblea per illustrare le “ragioni del No” promossa dall’USEF (Unione Siciliana emigrati e famiglie).
Erano presenti all’incontro oltre ai relatori Salvatore Augello (segretario generale dell’Usef) e la dott. Sofia Milone (Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta), anche numerosi rappresentanti delle associazioni locali: Auser di Montedoro, Auser del Vallone ed Anpi locale. Era presente tra il pubblico la dott. Giulia Zappalà, giudice della sezione penale di Caltanissetta. Significativa anche la presenza dei consiglieri comunali di opposizione di Montedoro e di Caltanissetta.
In premessa, sono stati posti ai relatori alcune domande che attraversano i dubbi e le perplessità di molti cittadini: i quesiti referendari possono definirsi una vera riforma della giustizia? La riforma risolve i problemi, i ritardi e le disfunzioni che da anni caratterizzano i processi?
Ed ancora: la separazione delle carriere introduce significativi ed efficaci miglioramenti nelle competenze dei P.M. e dei Giudici? Questa riforma migliora e rende più armonici i rapporti tra i poteri dello Stato così come sanciti dalla Costituzione?
Da parte dei relatori si è subito evidenziato un problema di metodo, perché la maggioranza di governo, nel predisporre questa riforma, non ha voluto un confronto preliminare aperto e costruttivo con la magistratura e con le forze politiche non governative.
Ciò, se collegato ai continui ed incessanti attacchi delegittimanti ai giudici, porta ad una forte preoccupazione che con l’abolizione di ben sette articoli della Costituzione, oltre a indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, si vogliano indebolire i controlli su chi esercita il potere, con il risultato di avere una giustizia dura con i deboli e indulgente con i potenti.
Entrando nello specifico dei contenuti, i magistrati presenti hanno affermato che una riforma costituzionale approvata in tempi così veloci e senza il dibattito approfondito, con i valori in gioco della democrazia, rappresenta “una torsione pericolosa dell’equilibrio tra i poteri”, sancito dalla nostra Costituzione.
Inoltre, indebolire il CSM, dividendolo in due e scegliendo i membri togati con un sorteggio, renderebbe l’organo di autogoverno più debole, più inadeguato a proteggere l’indipendenza dei giudici, anche per l’interesse dei cittadini che perderebbero un arbitro imparziale.
Un P.M. che, anziché valutare i dati dell’indagine e verificare se esistono i presupposti per andare al processo, diventa “un super poliziotto” avrà tutto l’interesse a confermare gli elementi accusatori e, di fatto, indebolire e rendere fragile la libertà e il diritto dei cittadini ad un giusto processo.
In conclusione, da parte degli intervenuti al dibattito è emersa la consapevolezza che la volontà dei padri costituenti era quella di creare le fondamenta di una società basata su poteri distinti e concorrenti, creando un bilanciamento tra gli stessi per cui un organo democratico non doveva prevalere sull’altro.
Difendere il principio costituzionale oggi è una necessità che nasce dalla preoccupazione che una vittoria dei Sì possa essere l’anteprima di altre manovre come il premierato, la riduzione minimalista del ruolo del Presidente della Repubblica, il federalismo regionale e la riforma elettorale.
Tutto questo palesemente è una inversione pericolosa rispetto all’impianto costituzionale e spinge a votare NO al referendum imposto da Meloni e da Nordio.
Tonino Calà e Giuseppe Piccillo


