di Don Massimo Naro
Si è inaugurata ieri, 20 marzo, una mostra fotografica sulle feste religiose sancataldesi. Qui di seguito pubblichiamo la riflessione introduttiva di don Massimo Naro e riproduciamo alcune delle fotografie esposte.
La città e le sue feste: ha questo titolo – sobrio e immediato – la mostra fotografica allestita presso la sede della “Società Operaia G. Rizzo”, presieduta da Cataldo Fascianella. È composta da scatti realizzati da Maria Josè Randazzo in questi ultimi anni scorsi e selezionati da Rosario Prizzi per farne un vero e proprio scenario aperto sulle devozioni religiose ancora vive – o, comunque, tenute in vita in un modo o nell’altro – a San Cataldo. Scatti che illustrano non solo la Scinnenza del venerdì santo o i Sampauluna della domenica di Pasqua, ma anche altre tradizionali festività annuali d’origine religiosa, quali il pellegrinaggio di famiglia in famiglia du Signuri lassa lassa la catina, la processione du Crucifisso di padre Pirrello, la ricorrenza della Beddra Matri da Grazia nella campagna che si slarga tra la via Gabara e la via Giganna, le Madonne celebrate nei cosiddetti sabatini quaresimali, l’omaggio floreale all’Immacolata l’8 di dicembre e ancora altre festività analoghe.
Le fotografie di Maria Josè Randazzo danno adito, per chi le guarda con attenzione, a una riflessione costantemente polare. Una riflessione, cioè, concentrata su una serie di fattori che ingaggiano tra di loro un rapporto evidentemente dialettico, benché esso non si risolva mai nell’esclusione dell’uno o dell’altro di quei fattori.
Si tratta, infatti, di coppie di fattori che non solo non si eliminano a vicenda, ma persino si esigono reciprocamente. Le stesse fotografie esposte nella mostra sono espressione concreta di tale dialettica polare, se si pensa che l’autrice non è una fotografa di professione, ma opera per semplice e istintiva passione. Le sue foto sono, perciò, innanzitutto prodotti artigianali, in cui però si riversa il sentimento di chi le ha scattate, il suo amore per i fenomeni culturali, per gli atti cultuali, per i fatti umani immortalati con un clic agilmente repentino quanto pazientemente atteso. Insomma, le fotografie di Randazzo si smarcano dalla routine artigianale e dimostrano la gratuità e, più esattamente, la graziosità dell’ideazione artistica. Inoltre, in esse soggettività e oggettività si coimplicano inestricabilmente. Le foto documentano dei dati reali, ma a partire dal punto di vista personale della fotografa, pertanto trasfigurando la documentazione in narrazione. Comunicano ciò che effettivamente accade, ma facendolo rivedere con gli occhi di chi scatta quelle foto, quindi focalizzando alcuni particolari e lasciandone altri nell’ombra.
Il ritmo dialettico e la struttura polare caratterizzano tutta la mostra, enfatizzando – in particolare – la “distinzione senza più distanza” che sussiste ai nostri giorni tra pietà popolare e folklore. Il folklore distilla – improvvidamente – l’aspetto culturale da quello religioso, ovvero riducendo l’aspetto religioso a quello culturale, così snaturando quella che un tempo era stata un’esperienza credente condivisa a livello comunitario. La spettacolarizzazione della pietà popolare – cioè della fede ecclesiale creduta e celebrata nei modi tipici della devozione – equivale al cambiamento della destinazione d’uso di un immobile: quel che prima era finalizzato a esprimere il rapporto di fiducia, di confidenza, di affidamento di una comunità credente a Dio e ai suoi santi, diventa ormai un espediente per mettere a reddito una tradizione che in verità non è più tale. Quella tradizione, infatti, non riesce più a tramandare e a trasmettere la vitalità spirituale (interiore) delle precedenti generazioni e rimane un guscio esteriore, una teca museale, una vetrina commerciale. Non punta più a instaurare un personale e comunitario rapporto spirituale col Signore. Tenta semmai di produrre qualche vantaggio materiale – economico, mediatico, politico – a chi di volta in volta si propone o s’impone quale impresario del “recupero” delle antiche tradizioni. In quest’ottica il folklore diventa, piuttosto, invenzione della tradizione – espressione formulata da Eric Hobsbawm –, innestandola di elementi spuri, di nuovo conio potremmo dire, o anche ripresi da usanze dismesse, finalizzati comunque a incrementare l’appetibilità turistica del fenomeno.

Non c’è da scandalizzarsi per questo trend. Ma neppure bisogna lasciarsene acriticamente irretire. Mi pare questo il messaggio che lanciano le fotografie di Randazzo, nella mostra curata da Prizzi e ospitata da Fascianella, se le guardiamo nell’ottica della dialettica polare che le attraversa e le lega assieme. Basti mettere a confronto per un verso le foto che ritraggono l’anziano devoto assorto in preghiera con le mani giunte e gli occhi socchiusi, o la devota scalza sorpresa di spalle mentre contempla il Crocifisso disteso sul cataletto processionale,

o il parroco che nella domenica delle Palme, davanti al portone della sua chiesa, incurante d’esser preso per folle, benedice i suoi parrocchiani fendendo con un crocefisso il silenzio e l’assenza causati dal covid;

e, per altro verso, le foto degli incappucciati che sfilano per le strade affollate durante la settimana santa, o del giovane che sta in sella al suo cavallo bardato di tutto punto nella festa del Crocifisso di padre Pirrello, o del prete che, abbozzando un sorriso sornione, in cima all’autoscala dei pompieri ha appena infilato una corona di fiori al collo della statua dell’Immacolata.

Il vecchio devoto e l’anziana devota, non meno del parroco armato di crocefisso, mantengono una postura relazionale, stanno in intimo e perciò reale rapporto orante col Signore. Tutti gli altri, invece, stanno in posa, a beneficio dell’obiettivo fotografico. Tra postura e impostura, distratti come siamo, spesso non riusciamo più a cogliere alcun discrimine. Le fotografie di cui sto parlando aiutano a distinguere ciò che è autentico da ciò che è artificioso. E questa è la loro virtù artistica.


