Senza Vincenzo. Le ultime Vare di Francesco Biangardi

Francesco Daniele Miceli
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C’è stato un silenzio, nella storia delle Vare, che ha avuto il peso della perdita e insieme la forza della continuità. È il silenzio che segue la morte del giovanissimo Vincenzo  Biangardi, nel 1890, quando l’antico laboratorio degli artisti napoletani rimane improvvisamente nelle mani del solo Francesco, padre e maestro.

Per anni avevano lavorato insieme, dando forma a quelle scene monumentali della Passione che ancora oggi attraversano la città nella notte del Giovedì Santo. Padre e figlio. Due mani, una sola visione.

Eppure la storia non si fermò.

Appena un anno dopo quella perdita, nel 1891, i macellai si rivolsero proprio a lui, a Francesco soltanto. Gli affidarono la realizzazione del Calvario, una spesa importante per l’epoca: 1100 lire.

Era il segno che la città continuava a credere nella sua arte, nella sua capacità di dare corpo al dolore. 

Ma il 1892 fu l’anno delle grandi decisioni.

Si riunì una commissione per sostituire la vecchia urna del Cristo morto, costruita a Palermo nel 1850 e ormai vecchia. A discutere il nuovo progetto furono figure di primo piano: monsignor Guttadauro, vescovo, i sacerdoti Francesco Pulci e Giuseppe Lacagnina, insieme ai cittadini pSalvatore Gerbino, Vincenzo Polizzi, Ignazio Di Francesco, Salvatore Gervasi e Michele Curatolo.

Le discussioni furono lunghe.

Già dal 1887 si parlava di una grande vara raffigurante un sepolcro scavato nella roccia, monumentale e solenne. Ma alla fine si scelse una strada diversa: non una scena evangelica, non un momento preciso della narrazione sacra.

Si decise qualcosa di più raro: un simbolo. Un’urna dorata. 

Il Cristo venne modellato prendendo come riferimento la posa del celebre Cristo di San Severo a Napoli, immagine che Francesco Biangardi conosceva bene, essendo cresciuto proprio nella città partenopea.

Intorno al corpo e dentro l’urna si dispiegò un lavoro raffinato:

i ricami del letto, i cuscini, il tulle, i cordoncini con fiocchi d’oro furono realizzati a Roma, dalla ditta Angelo Tanfani. Sopra tutto, come un annuncio silenzioso, si libra ancora un angelo meraviglioso.

Così l’Urna entrò nella processione non soltanto come immagine di morte, ma come segno anticipato di resurrezione.

Nello stesso anno, un altro grande gruppo statuario entró in processione: l’Ecce Homo, voluto dai pizzicagnoli e fruttivendoli.

E sempre nel 1892, Biangardi realizzò anche un piccolo Ecce Homo destinato a Cittanova, dimostrando come la sua bottega continuasse a essere un punto di riferimento anche per la cittadina calabrese ancora dopo oltre vent’anni dalla sua permanenza. 

Restava però una figura da rinnovare: l’Addolorata.

Era il 1896 quando la nuova Vara apparve per la prima volta.

Attorno alla Madonna comparivano l’angelo, la croce, gli strumenti della Passione. Elementi intensi, drammatici, simbolici.

Ma la città non fu subito pronta.

Per anni i fedeli avevano visto la Madonna sola, immersa nel suo dolore. Quella nuova composizione apparve a molti troppo complessa, quasi confusa. Le critiche furono numerose.

Intanto si parlava di un altro cambiamento: la Condanna.

La vara esistente era estremamente semplice. Pilato sedeva su un grande seggiolone; davanti a lui un tavolino coperto da un panno verde. Cristo, seduto, attendeva la sentenza mentre il governatore romano la scriveva con una piuma.

Si pensò di rinnovarla già nel 1896.

Poi nel 1897.

E ancora nel 1898.

Nulla accadde.

Bisognò attendere ancora qualche anno. Solo nel giugno del 1901 la miniera Trabonella, il ceto che custodiva quella vara, chiese finalmente il nuovo gruppo. Francesco Biangardi presentò loro un piccolo bozzetto: un progetto ambizioso, imponente.

Aveva quasi ottant’anni.

Eppure accettò la sfida.

La nuova Condanna, grande e monumentale, fu completata e portata in processione nella Pasqua del 1902. Con essa si concludeva idealmente il lungo lavoro di una vita.

Erano le Vare senza Vincenzo.

È risaputo che molti considerano le più belle proprio quelle nate dal lavoro insieme, padre e figlio. In quei gruppi la tensione artistica sembra raggiungere una perfezione irripetibile.

Eppure, nelle opere successive, realizzate da Francesco da solo, si riconoscono ancora la sua tecnica straordinaria e la sua capacità scultorea.

Alla fine le Vare divennero quindici, tutte firmate dagli artisti Biangardi, ad eccezione della Traslazione, che rimase quella originaria e non fu mai rinnovata.

Mancava soltanto la Flagellazione, che sarebbe stata completata più tardi dai discepoli della scuola biangardiana.

Così il numero divenne definitivo: sedici Vare, sedici ceti, sedici gruppi statuari.

Sedici scene della Passione.

E una sola strada da percorrere, lentamente, nella notte di Giovedì Santo, quando la città intera cammina dietro le Vare inseguendo la memoria degli uomini che le hanno create.

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