di Giuseppe Vallone
Il Giovedì Santo a San Cataldo rappresenta uno dei momenti più intensi e partecipati della
religiosità popolare siciliana, in cui fede, storia e tradizione si intrecciano in modo profondo e quasi
viscerale.
Pur richiamando i significati liturgici universali della Settimana Santa – l’istituzione dell’Eucaristia,
del sacerdozio e del comandamento dell’amore (Gv 13,34) – per i sancataldesi questo giorno
assume un valore ancora più intimo e struggente: è il giorno di Maria, dell’Addolorata, nel suo
doloroso pellegrinaggio alla ricerca del Figlio.
Come sottolinea Claudio Arcarese in San Cataldo: la città della Scinnenza e dei Sanpaoloni, la
processione serale dell’Addolorata e di San Giovanni non è soltanto un rito devozionale, ma una
rievocazione viva del dramma evangelico. Maria, accompagnata dall’apostolo prediletto, percorre le
vie della città alla ricerca di Gesù: un cammino segnato da porte che si chiudono, simbolo dello
smarrimento e della sofferenza.
Alle ore 21, dalla chiesa di San Giuseppe, prende avvio la processione. Le strade del centro storico
si immergono in una penombra suggestiva, rischiarate dal tremolio delle candele e accompagnate
dalle note lente della banda. I simulacri – la Madonna Addolorata, settecentesca, e San Giovanni,
ottocentesco – avanzano portati a spalla dai devoti, il cui sforzo fisico diventa espressione concreta
della Passione.
Lungo il percorso, nelle chiese che si affacciano sulle vie attraversate, si ripete il gesto simbolico
della chiusura delle porte: una dopo l’altra, esse si serrano al passaggio dell’Addolorata, rendendo
visibile l’assenza, il rifiuto, l’impossibilità dell’incontro.
Ma è giunti in piazza Madrice che il rito raggiunge uno dei suoi momenti più intensi e teatrali. I due
simulacri, dopo aver percorso la stretta via Immacolata, fanno il loro ingresso nello slargo e,
improvvisamente, scorgono il Cristo deposto sul “Cataletto”. È un attimo sospeso, carico di
tensione e commozione.
Quasi come se fossero animati da vita propria, l’Addolorata e San Giovanni, avvolti e sospinti da
una folla partecipe e silenziosa, accelerano il passo: si dirigono con movimento più rapido verso
Gesù, come attratti da un richiamo irresistibile. La scena si carica di pathos: la Madre che
finalmente intravede il Figlio, l’apostolo che la accompagna, il popolo che si stringe attorno a loro.
È un momento di forte impatto emotivo, in cui la rappresentazione si trasforma in esperienza viva.
La folla non è spettatrice, ma parte integrante del rito: abbraccia, segue, partecipa, quasi a voler
condividere quel dolore e quel ricongiungimento.
Presso la chiesa del Santissimo Sacramento, “’U Ratò”, avviene poi l’incontro definitivo. Le porte
si chiudono ancora una volta e risuona il “Pianto di Maria”, struggente lamentazione della
tradizione locale, spesso attribuita al maestro Antonino Emma, anche se la paternità non è
documentata con certezza. L’esecuzione, riservata unicamente alla città di San Cataldo e ripetuta
soltanto tre volte, scandisce il culmine del dolore in tre momenti rari e solenni.
La chiusura delle porte, il passo accelerato, il lamento della banda: tutto contribuisce a costruire un
linguaggio rituale unico, capace di fondere teatro, fede e memoria collettiva.
Dal punto di vista storico, la processione ha mantenuto una straordinaria continuità: gli itinerari
tradizionali – piazza San Giuseppe, via Misteri, corso Vittorio Emanuele, piazza Madrice – restano
invariati, così come la cura dei dettagli nei simulacri, adornati con velluti e simboli della Passione.
In questo intreccio di arte, fede e antropologia, il Giovedì Santo di San Cataldo si conferma come
un patrimonio identitario vivo: un rito che non si limita a essere osservato, ma che si sente, si
attraversa e si tramanda nel tempo, inciso profondamente nell’anima della comunità.
Giuseppe Vallone

