Signore della Città: il Venerdì Santo che conclude la Pasqua nissena

Francesco Daniele Miceli
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Siamo arrivati alla fine. Per Caltanissetta la Pasqua, pur avendo il suo ultimo rito nel ritorno festoso della Real Maestranza il giorno di Pasqua, resta in realtà una festa in tono minore. Tutto sembra compiersi e concludersi nel Venerdì Santo, il giorno della morte di Cristo. È qui che la Settimana Santa nissena trova il suo vertice e il suo silenzioso compimento.

Si può leggere la processione del Signore della Città in molti modi. Come tradizione, come rito religioso, come memoria collettiva. Ma ciò che più colpisce, ogni anno, è la partecipazione di un’intera città. Nel giorno più doloroso del calendario cristiano, Caltanissetta si raccoglie attorno al suo Crocifisso.

Nessuno sa dire con precisione da quando questo Cristo nero percorra le strade della città. È una storia troppo antica per avere un inizio definito. Da secoli, ogni Venerdì Santo, il Crocifisso cammina tra la sua gente nel giorno in cui Cristo morì. Un rito che affonda nella notte dei tempi.

A scortarlo, come sempre, l’antica milizia della Real Maestranza, documentata già nel 1551, segno di una tradizione che probabilmente è tra le più antiche di tutta la Sicilia.

Dietro quella che appare come una processione semplice si muove però una complessa macchina umana. Il Cristo era stato posto nel suo baldacchino a forma di corona già da alcuni giorni e nel Giovedì Santo era stato addobbato per l’uscita. La corona che lo sovrasta è il segno della sua regalità: per Caltanissetta quel Crocifisso è davvero il Signore della città.

Nel frattempo, mentre i tecnici illuminavano le facciate delle chiese e altri accendevano le fiaccole lungo le strade del percorso, la città si preparava nei suoi diversi luoghi.

La Real Maestranza si ricompattava davanti alla chiesa di Sant’Agata al Collegio, mentre al santuario i fogliamari intonavano le loro ultime laudate e lamentanze in abiti civili prima di indossare la tunica viola e si preparavano a camminare scalzi dietro, davanti e attorno il Crocifisso per portarlo sulle loro spalle. 

Ed è proprio lì che si consuma uno dei momenti più attesi.

Il baldacchino dorato a forma di corona si avvicina alla porta della chiesa. Ma per poter passare dal portone stretto del santuario è necessario prima rimuovere il globo sormontato dalla croce che si trova sulla sommità del baldacchino, insieme agli addobbi floreali.

Solo una volta all’esterno il globo viene rimesso al suo posto.

Per decenni questo gesto era stato compiuto da una famiglia devota che abitava proprio di fronte al santuario. Quest’anno, però, dopo la scomparsa della donna che custodiva quella tradizione e la chiusura della casa, il gesto è stato compiuto con una scala, segnando una piccola ma significativa novità dentro un rito immutato.

Quando tutto è stato pronto, la Real Maestranza ha iniziato a muoversi dal corso principale scendendo verso la Pescheria, uno dei luoghi più antichi della città, fino a raggiungere il cuore dell’antico quartiere di San Francesco.

Ma la Maestranza non si scioglie mai davvero. Compie il suo tradizionale movimento: entra da una traversa, e poi riemerge da un’altra strada. 

Intanto l’incenso bruciava sui vassoi di fiori e la Real Maestranza rendeva omaggio al Crocifisso prima di aprire la strada alla processione.

Ad aprire il corteo erano i tamburi imperiali della banda San Pio X, diretta dal maestro Valerio Palumbo, con in testa l’Alfiere Maggiore, le cariche capitanali e il capitano Giuseppe Truscelli.  Tutte le insegne a lutto. I guanti e i cravattini neri come nella più antica tradizione. A chiudere il corteo, le struggente musiche della banda che si alternano alle Ladate dei fogliamari. 

Davanti al simulacro camminava il clero, con sacerdoti e seminaristi. Subito dopo il Crocifisso seguiva il sindaco, primo cittadino di una folla immensa, composta in gran parte da fedeli scalzi che accompagnavano il Signore della città nel suo cammino.

La processione ha attraversato le strade del centro storico, prima la ’chianata e poi la Scinnuta, fermandosi sotto la chiesa di Sant’Agata.

Qui il vescovo S.E. Mons. Mario Russotto ha rivolto una intensa preghiera al Crocifisso a nome di tutto il popolo nisseno.

«Inchiodato sulla croce ci hai dato una lezione d’amore – ha pregato il vescovo – sorbendo fino alla feccia il calice della cattiveria umana. Tu, abbandonato dal cielo e ripudiato dalla terra, hai gridato “perché?”. Anche noi, tuoi figli, ti chiediamo perché: perché tanta violenza, tante guerre, perché i deboli devono pagare».

Il vescovo ha poi affidato al Crocifisso il dolore degli uomini: «Perché tanti lutti, malattie, famiglie che si spezzano, giovani che navigano nel vuoto e anziani che muoiono soli? Forse il cielo non risponde, ma sei Tu a indicarci la strada».

E quella strada è la croce: «Solo la croce è la via della redenzione, solo il dolore che temiamo può diventare purificazione».

Infine l’invocazione per la città: «Non c’è Pasqua senza perdono, chiesto e offerto. Ti imploriamo come Signore della nostra città: fa’ che Caltanissetta ritrovi la speranza e l’unità come questa sera, qui ai tuoi piedi».

E poi il grido conclusivo: «Viva la misericordia di Dio!»

Dopo la sosta sotto Sant’Agata la processione ha ripreso il cammino, scendendo nuovamente verso il santuario e attraversando ancora la Pescheria.

Al termine, dal balcone, il vicario generale ha salutato il fercolo e il popolo nisseno.

Caltanissetta ha accolto ancora una volta il suo Signore.

Ma lo ha fatto nel modo che appartiene da sempre a questo giorno: nel silenzio, nella devozione, nel rispetto. Perché tra tutti i momenti della Settimana Santa nissena, il Venerdì Santo resta il più mesto, il più autentico, il più potente.

Il giorno in cui una città intera si inginocchia al suo Signore. 

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