“T’aime… Alice è una meraviglia” di scena al Margherita: i corpi danzanti raccontano le anime pensanti

fiorellafalci
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È la luce che racconta i corpi, perché solo i corpi possono dare anima alla luce. Lo spettacolo di Josephine Giadone, che firma la regia e le coreografie di “T’aime”, (che si può leggere Ti amo oppure Tempo, le due dimensioni in cui si esprime l’anima e il vissuto delle donne), racconta con i corpi colorati dalle luci di 24 donne in scena le emozioni e i pensieri generati dal movimento del loro divenire, trasformandosi e rimanendo fedeli a se stesse, nella propria differenza irriducibile, in armonia naturale, senza il sincronismo meccanico dell’accademia, in una danza che coincide con la vita, con la sua complessità caotica e apparentemente casuale.

I testi sono di Myriam Sofia Di Stefano, del suo “Alice dell’anima mia” e delle sue danze di parole inafferrabili, volatili, tra cielo e terra, parole con cento occhi che guardano contemporaneamente in direzioni diverse alla ricerca di senso, esplorando il deserto misterioso delle possibilità, sfiorando al volo, sempre in movimento, il “turbolento divenire”, il Tempo, che soltanto le donne sanno abitare senza farsene imprigionare, perché da sempre ne vivono i cicli e le trasformazioni, la generatività e la speranza di cui il tempo ci carica, la memoria e la padronanza silenziosa della propria interiorità.

Si comincia distese per terra, con la danza delle gambe che finiscono inesorabilmente nelle scarpe tacco 12, ma sottosopra, senza camminare, disegnando nell’aria arabeschi maliziosi e beffardi che dissolvono gli stereotipi della sensualità di consumo, paia di scarpe di colori diversi, ad evocare le differenze che identificano, che non si lasciano omologare, perché una donna non è mai “definitivamente”.

È tutto un universo di esistenze che si rappresenta nei quadri di teatrodanza scanditi dal fraseggio delle luci straordinarie disegnate da Bruno Sari e Fausta Caldarella, con un costume unico, invenzione geniale di Tiziana Morreale, bianco e sintesi fluida di pantaloni e gonna, a dire la universalità dell’esperienza femminile raccontata, nelle realtà drammatiche delle migranti, del manicomio, degli inferni quotidiani e nel paradiso angelico di anime che sanno volare. Con leggerezza incredibile, quanto più pesante è il fardello di sofferenza e di indifferenza che sono costrette a sostenere. Fino alla conclusione con gli involucri bianchi impalpabili e oppressivi, che le “impacchettano” come fantasmi prigionieri fino a quando riescono a liberarsene e a farli diventare ali.

Il logos, il discorso che racconta, con le parole di Myriam Di Stefano, è affidato alla voce di un uomo, Michele Celeste, ombra dinamica dietro un fondale, e al controcanto, tra palchi e platea, della voce e del corpo di Simona Scarciotta, con gli interventi spiazzanti di Adriano Dell’Utri, centauro tra Bianconiglio e il Cappellaio Matto, ad evocare il mondo di Alice, a cui tutto il lavoro si ispira, capovolgendone il senso.

Il metodo coreutico che sostiene lo spettacolo è quello di Maria Fux, la danzatrice argentina che ha attraversato il ‘900 inventando la danzaterapia per accompagnare le persone con disabilità a liberarsi dei propri limiti e a danzare con essi, valorizzando l’imperfezione come segno di unicità e la fragilità come la cifra preziosa dell’originalità di ciascuno.

Josephine Giadone lo applica alla sua danza creativa, nei laboratori permanenti in cui la danza diventa campo di relazioni autentiche, di liberazione dai vincoli dell’inadeguatezza imposta dagli stereotipi della società “tecnologicamente avanzata”. E lo ha portato in scena, con la sua comunità di donne-danzatrici di tutte le età e di tutte le taglie, autentiche nella rappresentazione di sé come icone di una femminilità liberata, esemplare, per le donne e per gli uomini, fuori dagli schemi e dalla retorica di una narrazione che non parla della realtà. Con le incursioni di quattro piccolissime attrici, che si divertono a invadere il campo e sottolinearne le contraddizioni, con la leggerezza di un sorriso.

È un neorealismo coreografico, in questo senso, il progetto di Josephine Giadone e delle sue danzatrici, affidato all’autenticità dei loro corpi, anche nelle figurazioni più simboliche. Corpi in cui ci si identifica, partendo dall’esterno, per poi lasciarsi catturare l’anima dallo specchio di noi che in essi riconosciamo.

“Alice è una meraviglia!” è il sottotitolo della pièce, e la meraviglia rimane negli occhi fino alla fine dello spettacolo. È un farmaco efficace per rimanere svegli, pensanti, dubbiosi, e non farci narcotizzare dal sistema

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