L’arte di far fiorire l’assenza: “La luce delle stelle morte” di Massimo Recalcati

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di Edvige Presti

Quando una persona cara se ne va, o quando una stagione fondamentale della nostra vita si chiude, la sensazione dominante è quella di trovarsi davanti a un muro invisibile, a un deserto sterile dove nulla può più crescere. Nel suo saggio La luce delle stelle morte, Massimo Recalcati scardina questa narrazione per mostrarci un paradosso fecondo: il vuoto dell’assenza non equivale al nulla; al contrario, può pullulare di vita.

Il nucleo più profondo del libro risiede proprio in questa capacità di ribaltare la prospettiva sull’assenza, trasformandola da abisso in cui sprofondare a terreno da cui ripartire. È la descrizione di una spinta propulsiva verso la vita che nasce proprio là dove sembrerebbe esserci solo la morte.

Per spiegare questa metamorfosi, l’autore introduce una distinzione illuminante tra due modi opposti di intendere la nostalgia. Da un lato esiste la “nostalgia-rimpianto”, quella forza passiva che ci incatena al passato, convincendoci che tutto il bello sia già accaduto e che il presente sia privo di valore. Dall’altro lato, però, emerge la “nostalgia-avvenire” (o nostalgia-gratitudine, come la chiama l’autore). Questa non è una malattia del ricordo, ma un’energia attiva: è il desiderio profondo di ritrovare nel futuro la stessa intensità, lo stesso amore e la stessa promessa di bellezza sperimentati nel passato. Il passato non agisce più come un’àncora che trattiene la nave, ma come il vento che ne gonfia le vele.

Al contrario di quanto riteneva Freud, Recalcati ci dice che il lavoro del lutto non si conclude mai completamente. Non dimentichiamo chi abbiamo amato: rimane sempre un “resto”, una traccia vivente, un modo di guardare il mondo, qualcosa che sopravvive con noi poiché lo abbiamo assimilato, rendendolo parte integrante di ciò che siamo. Chi ci ha lasciati non scompare nel nulla ma continua a vivere dentro di noi; i suoi valori, incorporati nel nostro modo di sentire, diventano i nostri e ci guidano come una bussola. In questo spazio, nel vuoto dell’assenza, la perdita si trasforma in eredità che per fruttare chiede di essere accolta e, in qualche modo, guadagnata. Non significa clonare chi non c’è più, ma far continuare a vivere i suoi valori modificati attraverso il nostro modo di sentire.

A questo proposito, è suggestivo l’esempio del Cretto di Burri a Gibellina, che sublima la tragedia del terremoto attraverso l’arte, inglobandone le rovine. Recalcati ci parla del rapporto con le opere d’arte spiegando che non siamo tanto noi ad ascoltare loro, quanto il contrario: sono esse che ci ascoltano e rispondono alle nostre domande.

Il modo migliore per onorare chi non c’è più, dunque, non è piangere sulla sua tomba, ma farlo rivivere attraverso i nostri passi, sottraendolo in parte alla morte. Questo “resto” è la nostra eternità, la vittoria della vita sul nulla. L’autore la paragona alla luce delle stelle morte: lo splendore che vediamo oggi nel firmamento appartiene a un astro estinto da milioni di anni, ma che ancora ci illumina e ci orienta.

Riconoscere questo resto genera in chi legge un duplice movimento nell’animo: da una parte una profonda pacificazione, la certezza che non tutto andrà distrutto con la morte; dall’altra, un senso di grande responsabilità verso il presente. Se l’eternità si gioca in ciò che di noi rimane negli altri, sorge spontanea una domanda: quale traccia stiamo lasciando nel cuore di chi ci incontra sul proprio cammino?

Edvige Presti

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