Le (nuove) inchieste del Commissario Filippo Falconara. A Calatorre

Lillo Ariosto
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Quinta puntata

Il Greco, il Turco, i panini e il Conte Dracula….

Un raggio luminoso puntava l’elenco con numeri e cifre ormeggiato sul tavolo del suo ufficio. Documenti vari stavano distesi come a prendere la tintarella al sole della luce della lampada alogena. Fogli sparsi, scontrini, fotografie e cartacce alla rinfusa si sdraiavano sul tavolo dell’ufficio di Falconara. Uno spicchio di luce più forte pareva investire la sequenza dei numeri che non erano altro che targhe dei veicoli incendiati.

L’occhio allenato di Falconara notò che ne mancava una.

Chiamò l’agente Todesco e gli chiese.

– Chi ha redatto il rapporto sull’incendio al Pub?

– Commissario è stata la volante di turno che si è recata sul posto. Adesso mi informo sulla pattuglia intervenuta.

– Grazie Todesco. Fammi sapere.

Da una rapida lettura del rapporto emergeva che la notte prima una telefonata, rigorosamente anonima, aveva segnalato un incendio al pub-panineria “Le Sette Vite”. Una volante della Polizia e un mezzo dei Vigili del Fuoco si erano recati sul posto, constatando che le fiamme più che interessare il pub stavano divorando alcune vetture posteggiate davanti al locale. L’intervento non aveva potuto evitare la quasi distruzione di sette vetture, di cui due elettriche e le cui batterie avevano alimentato ancor più l’incendio alla faccia della eliminazione dei gas nocivi per cui venivano reclamizzate. Di alcune non erano rimaste che misere spoglie, per la grande quantità di materiale plastico con cui erano realizzate. Per fortuna i punzoni dei numeri di telaio, ancora su placchette di metallo, avevano resistito alle fiamme, consentendo di risalire alle targhe.

Quei numeri seriali avrebbero aperto le danze di una giostra assurda che Falconara non immaginava ancora.

Dopo avere letto l’intero fascicolo ed esaminato le foto, Falconara si stava convincendo sempre di più che l’incendio non appariva di origine “mafiosa”. Troppe le incongruenze, troppi gli errori “tecnici”, pochi i danni alla struttura del pub oggetto della “punizione”. Non era stata rinvenuta nessuna traccia di alcool o di kerosene, canonici elementi acceleranti in questi casi necessari per gli attentati di questo tipo. L’innesco delle fiamme si mostrava distante dalle parti combustibili della struttura, come tendoni e contenitori in plastica. Non vi erano forzature alle aperture, in questi casi necessarie per dare ingresso al liquido incendiario all’interno dei locali. E poi i danni non erano stati tali da provocare gravi conseguenze all’attività esercitata. Nessuna scorta alimentare era stata intaccata, nessun bancone, nessun frigorifero, nessun impianto idrico risultavano danneggiati. Se l’incendio era stato davvero voluto dalla malavita organizzata, le nuove leve di manovalanza criminale non avevano certo dato la loro prova migliore. Forse, come in tutti i campi, i nuovi tempi non garantivano neanche “i bravi criminali di una volta”. Decise di procedere negli accertamenti. Fece convocare i titolari della pub-panineria “Le Sette Vite”. Dopo si sarebbe occupato dei proprietari delle vetture andate distrutte.

L’appuntamento era stato fissato per il pomeriggio.

Il led dell’orologio elettronico alla parete scagliava i suoi raggi sul calendario che stava di fronte, lampeggiando sulle 15 e 30. Il pomeriggio si annunciava lungo. Falconara immaginava le risposte dei titolari del pub. Avrebbero negato ogni richiesta di pizzo. Sentiva già le rimostranze dei proprietari dei veicoli danneggiati. Avrebbero lamentato la mancanza di controllo e di protezione da parte delle Forze dell’Ordine e pure insistito per un risarcimento da parte dello Stato per gli alti costi di assicurazione sull’incendio che non avevano consentito loro la stipula dell’apposita polizza.  

Ma questo era. E questo Falconara si doveva godere.

Sapeva che avrebbe dovuto combattere per far ammettere le minacce ricevute dai gestori della panineria e che avrebbe dovuto combattere ancor più con i proprietari dei veicoli distrutti e non assicurati, pur avendo gli stessi prezzi di listino a sei zeri.

Impostò la personale modalità “stillness” (calma) e dopo avere riarruolato l’agente Todesco per la verbalizzazione, fece accompagnare nella stanza tali Totino Greco fu Salvatore e Salvatore Turco fu Totò, soci e titolari della panineria “Le Sette Vite”. I due entrarono nella stanza ostentando meraviglia per la convocazione. Falconara li fece accomodare su due seggiole comode. Aveva rimosso la sedia “da tortura” in duro legno massello. La avrebbe utilizzata in un secondo momento. Quando i due avrebbero negato richieste di pizzo.

Iniziò con i soliti convenevoli.

– Signori buongiorno. Credo che sappiate il motivo di questo nostro incontro.

– Commissario, a dire il vero, noi non immaginavamo di essere portati in Questura per essere interrogati. Noi non sappiamo manco il perché siamo qui.

A parlare era un gracile giovane, sopra la trentina, esile e asciutto, con una pelle chiarissima, quasi diafana e con un viso rosa chiarissimo da efebo egeo, contornato da sottili capelli biondi lisci-lisci a corredo di due occhi chiarissimi. Un classico semidio greco. Un Achille da Iliade. Falconara volle portare la conversazione sui canoni consoni a una inchiesta. Quindi – fingendo di non avere “squadrato” il biondino dagli occhi di ghiaccio – principiò duro.

– Nome e cognome, prego. Lei è il signor?

Una vocina da bimbo per bene rispose.

– Turco Salvatore.

Quasi contemporaneamente sentì l’altro, pure lui trentino, abbastanza in carne e dal viso bruno-cioccolattato, inquadrato da una folta e irta barba nera che si univa sino a confondersi con una capigliatura alla Sandokan, folta-folta e in punta riccia, di un nero corvino che neanche la pomata Brill avrebbe potuto fare di più, che con voce roca da “mercatinaro-etneo-vuccìriota” tuonò.

– E io sono Totino Greco.

Falconara li esaminò in viso e si chiese, viste le note somatiche totalmente dissonanti con i loro cognomi, se qualcuno non li avesse scambiati alla nascita.

Poi riprese.

– Signor Turco da quando è che esercita l’attività al “Sette Vite”?

Il biondo Salvatore (il) Turco lo guardò strammato, come se non capisse il senso della domanda e sempre con la vocina mezza infantile rispose.

– Commissario a dire la verità io li non mi esercito. Io lì ci lavoro. Io e mio compare Totino l’abbiamo comprato con i soldi che abbiamo guadagnato quando lavoravamo in Germania, a Mainz. Che poi significa Magonza. Se lo capisce.

Falconara, di rimando.

– Cosa vuol dire? Cosa devo capire?

Sempre, il biondino, Salvatore (il) Turco chiarì.

– Vuol dire che – alla tirata dei conti – noi siamo emigrati per andare a lavorare fuori…. ma siamo andati a finire in una città che porta il nome “di ingiuria” della nostra Calatorre.

Il commissario ancora sembrava non capire.

– In che senso?

– In che senso commissario…. Manco lei mi pare.

Nel senso che ci chiamano magonzesi a noi di Calatorre.

Quindi per noi…. a Mainz o a Calatorre ci pareva lo stesso.

Falconara volle essere indulgente.

– Va bene lasciamo stare. Mi dica. Che lavoro facevate in Germania. A Mainz.

Sempre il biondino (il) Turco rispose.

– Che lavoro dovevamo fare? Quello che facciamo qui. I panini.

Falconara.

– I panini?

Di nuovo (il) Turco.

– Si commissario. Noi solo questo sappiamo fare. Panini.

Falconara, rivolgendosi più a sé stesso che a Turco, esclamò con tono di domanda.

– E c’era bisogno di andare in Germania per imparare a fare i panini?

Il giovane Turco si avvicinò la sedia al tavolo.

– Dottore, adesso ci racconto una cosa.

Falconara si mostrò fintamente interessato.

– Quando c’erano i soldi tedeschi, i Marchi, le cose andavano alla grande. Io sono andato in Germania perché un mio zio, regolarmente abusivamente emigrato come tanti altri negli anni Sessanta….. quando lei era giovane…..per capirci Commissario.

Non so se mi spiego…..

Falconara senti la raggia salire dentro di sé ma non volle dare soddisfazione al giovane Turco. Incassò il colpo e continuò ad ascoltare pazientemente.

– Si spiega benissimo. Continui. Allora….

– Si. Le dicevo Commissario…. che questo mio zio quando se ne salì alla Germania non voleva fare il muratore, anche se era muratore. All’epoca, i manovali e muratori li facevano stare inchiusi dentro i capannoni come quelli dei campi di concentramento durante la guerra.

Dopo una giornata di lavoro non è che avevano voglia di fare altre cose. Erano stanchi morti e quindi se ne andavano a dormire. Mio zio però ci sembrava di essere come quei polli “olandesi”, quelli in batteria per capirci. Poi il freddo era “armalo, armalo”… ma proprio “armalo” e alla mattina non aggiornava (albeggiava) mai.

Così ci sentivo dire a mia madre… che era sua sorella.

Questo mio zio allora si armò di coraggio e lasciò la ditta che lo aveva “ingaggiato” e il campo di concentramento dove dormiva. Si aprì allora una bancarella di panini ma con la licenza regolare, perché là, alla Germania, le cose le devono fare giuste, regolari, con tutte le autorizzazioni. Sono tedeschi come diciamo qua. Le cose purtroppo le fanno così. Hanno questo vizio.

Falconara finse di non comprendere e lasciò continuare il giovane Turco.

– La cosa ci andò bene perché in Germania non sanno fare altro che “viustell” e cavolo cappuccio a strisce “mezze friute”, che loro li chiamano Sauerkraut, che noi qui ora diciamo crauti. Non ne hanno fantasia. Di mangiare non ne capsicono. Capiscono lavorare e obbedire allo Stato. Non sono come noi. Purtroppo.

Falconara chiuse gli occhi. Ma il Turco scambiò il disappunto per approvazione.

– E sì. Lo so, Commissario. Ripeto hanno stu vizio.

Comunque, andiamo a noi. Le dicevo questo mio zio incominciò a fare panelle e cazzilli, perché alla Germania mangiano sempre patate, almeno così sempre sentivo dire a mia madre… che era sua sorella…e le cose ci andarono bene.

Si aprì quindi una bella panineria, guadagnando tanti soldi e si fece case, macchine, femmine e divertimenti.

Quando si è arritirato, io e mio compare ce la siamo presi noi questa panineria, pensando di avere fatto un affare e quindi anche noi farci macchine, femmine e divertimenti.

A noi le case non ci interessavano.

Ma poi venne questa minkia di Euro e la cosa non ci ha convenuto più.

E io e mio compare siamo tornati qui e ci siamo aperti la nostra panineria.

Falconara dopo avere ascoltato la storia, depurandola mentalmente dalle sgrammaticature, ritornò a chiedere, più a se stesso che al giovane Turco.

– Va bene. Qui fate pure panini.

Una cosa facile dunque.

Turco questa volta, lui, con espressione meravigliata.

– Commissario, mi scusi…. ma lei i panini li sa fare?

Falconara di riflesso.

– Che significa li so fare? I panini si imbottiscono e si servono con la salviettina.

Turco con maggiore veemenza.

– A lei ci pare… caro Commissario. Si vede che lei è antico.

Falconara parse colpito da una scarica elettrica.

Al che il biondo Turco si corresse.

– Non vecchio però! Un pò antico.

Vede Commissario…. i panini non sono più quelli di una volta.

– E come sono?

Rispose il commissario, quasi senza accorgersene ma dentro di sé avvilito per il riferimento all’età.

– Ora glielo faccio vedere io caro Commissario.

Adesso però aveva preso la parola l’irsuto Totino (il) Greco che in un attimo spalancò le fauci barbute emettendo una sonora risata che mise in risalto due maestosi canini appuntiti e luccicanti che denunciavano l’eredità di qualche antico antenato venuto dalla Transilvania.

Falconara temette istintivamente un assalto alla gola.

Per fortuna non fu così.

To be continued…

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