Hanno tra i 25 e i 35 anni. Preparano le valigie insieme ai risparmi di una famiglia e alle speranze di costruire un futuro migliore, altrove. Lasciano gli amici con cui sono cresciuti, gli affetti più cari e quei genitori che, un giorno, avranno bisogno della loro presenza. Ma loro saranno in un altro Paese, spesso a migliaia di chilometri di distanza.
È l’immagine più concreta degli effetti combinati delle guerre, della globalizzazione e di politiche economiche e di welfare incapaci di offrire prospettive. Il Mezzogiorno continua a svuotarsi e, con esso, si assottiglia quel legame tra generazioni che tiene insieme comunità, identità e sviluppo. Il costo non è soltanto economico: è sociale, culturale e umano. Ogni giovane che parte rappresenta un investimento che il territorio perde, una storia che si interrompe, una possibilità di crescita che prende un’altra direzione.
Negli ultimi anni nessuna misura messa in campo per frenare l’emigrazione giovanile ha prodotto i risultati sperati. Resta da chiedersi se il problema risieda negli strumenti adottati o nella loro insufficiente efficacia. Rimane però l’amarezza per gli appelli che gli stessi giovani continuano a rivolgere alla politica, spesso accolti con parole di circostanza ma senza quel cambio di passo necessario a invertire una tendenza che sembra ormai strutturale.
I numeri raccontano con precisione ciò che molte comunità vivono ogni giorno. Secondo il rapporto “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente – Anni 2024-2025” dell’Istat, tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni. Di questi, circa 122mila si sono trasferiti nelle regioni del Centro-Nord, mentre altri 28mila hanno scelto di lasciare direttamente l’Italia.
A livello nazionale il saldo migratorio dei giovani laureati appare positivo, con quasi 10mila unità in più. Un dato che, letto superficialmente, potrebbe sembrare rassicurante. In realtà quel risultato è determinato esclusivamente dall’arrivo di giovani laureati stranieri, il cui saldo positivo (+88mila) compensa la perdita di 78mila laureati italiani. Il bilancio, dunque, è positivo solo dal punto di vista statistico.
Anche osservando i flussi complessivi emerge una dinamica che continua a impoverire il Paese. Tra il 2019 e il 2024 hanno trasferito la propria residenza all’estero 247mila italiani tra i 25 e i 34 anni, mentre i rientri sono stati appena 86mila. Il saldo è negativo per 161mila giovani italiani. A compensare questo deficit è ancora una volta il saldo positivo dei giovani stranieri, pari a 454mila unità, che porta il bilancio complessivo della fascia d’età a un guadagno netto di 293mila persone.
Il fenomeno assume un peso ancora maggiore quando riguarda il capitale umano qualificato. Nel periodo considerato l’Italia ha registrato una perdita netta di 78mila giovani laureati italiani. Anche in questo caso il saldo positivo dei laureati stranieri permette di chiudere i conti con un lieve segno positivo, ma non cancella il dato di fondo: il Paese continua a formare competenze che trovano altrove le opportunità per esprimersi.
Chi arriva in Italia proviene prevalentemente dall’Asia, dal Sud America e da altri Paesi europei, mentre i giovani laureati italiani continuano a scegliere soprattutto destinazioni europee. Tra il 2019 e il 2025 Regno Unito e Germania hanno accolto complessivamente quasi un terzo dei laureati italiani espatriati, oltre 38mila persone. Seguono Francia e Svizzera, mentre fuori dall’Europa la principale destinazione restano gli Stati Uniti.
Ci si potrebbe accontentare dell’equilibrio dei numeri, dei saldi che tornano e delle statistiche che, nel complesso, sembrano rassicurare. Ma l’umanità non è una somma algebrica.
Dietro ogni laureato che parte c’è una famiglia che ha investito tempo, sacrifici e risorse per garantire a un figlio un futuro migliore. C’è un territorio che perde competenze, energie e capacità di innovazione. C’è un Paese che continua a finanziare la formazione di giovani destinati a mettere il proprio talento al servizio di altre economie.
Per questo il vero bilancio non si misura nei pareggi statistici, ma nelle case che si svuotano, nei piccoli comuni che invecchiano e nelle opportunità che lasciano l’Italia insieme a chi chiude una valigia con la speranza di non dover più scegliere tra il proprio futuro e il proprio Paese.

