Il macigno di Sisifo: l’Italia e l’eterna condanna del debito pubblico

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di Claudio Vassallo

Recentemente il debito pubblico ha raggiunto il livello record di 3.207 miliardi di euro (dato ufficiale della Banca d’Italia al 30 giugno 2026). Si tratta dell’ennesimo picco, in attesa del prossimo. È una cifra enorme, spropositata, che, superando i parametri e gli ordini di grandezza cui siamo abituati, sfugge alla nostra immediata comprensione. Eppure, comprenderne l’essenza, l’entità e le conseguenze concrete sul quotidiano di ognuno di noi è fondamentale, anche per rileggere da una prospettiva diversa la storia degli ottant’anni della nostra Repubblica.

Secondo i dati Eurostat riferiti a fine 2025, l’Italia registra un debito pubblico di 3.095,9 miliardi di euro e detiene così il secondo debito più alto in termini assoluti tra i Paesi UE, superata solo dalla Francia (con 3.460,5 miliardi di euro). Se consideriamo invece il rapporto Debito/PIL — indicatore economico più significativo, poiché mette in relazione la consistenza del debito con la reale capacità di sostenerlo — l’Italia è superata solo dalla Grecia (che attesta il suo rapporto al 146,1%, distanziando l’Italia di circa 9 punti percentuali).

Ma non è stato sempre così. L’indebitamento pubblico italiano, alla luce dei dati forniti dall’Osservatorio CPI (Università Cattolica del Sacro Cuore ) nella storia repubblicana ha seguito andamenti diversi, riconducibili a tre macro-fasi.

I fase: Il “debito buono” (1948 – 1979)

Crescita del debito associata a forte espansione economica del Paese.

(Ricostruzione – Boom economico – Crisi petrolifere degli anni ’70) (Governi: De Gasperi V, VI e VII; Pella; Fanfani; Scelba; Segni; Zoli; Fanfani II; Segni II; Tambroni; Fanfani III e IV; Leone; Moro I, II e III; Leone II; Rumor I, II, III, IV e V; Colombo; Andreotti I, II, III, IV e V; Moro IV e V).

Furono gli anni della ricostruzione post-bellica, del “boom economico”, che portò l’Italia a divenire la quinta potenza industriale al mondo e, nel loro finire, delle due crisi petrolifere degli anni ’70. In questi primi trentadue anni, il rapporto Debito/PIL crebbe di 28,8 punti percentuali, al ritmo medio di quasi un punto (0,9%) l’anno, passando dal 29,1% dell’inizio del 1948 al 57,9% della fine del 1978. Nello stesso arco temporale, il PIL reale (depurato dall’inflazione) aumentò complessivamente del 456,08%, registrando una straordinaria crescita media annua pari al 14,25%.

II fase: Il “debito cattivo” (1980 – 1995)

(Crisi finanziaria – Prelievo forzoso sui conti correnti – Trattato di Maastricht) (Governi: Cossiga I e II; Forlani; Spadolini I e II; Fanfani V e VI; Craxi I e II; Goria; De Mita; Andreotti VI e VII; Amato; Ciampi; Berlusconi; Dini).

I sedici anni successivi videro una repentina impennata dell’indebitamento, che fece schizzare il rapporto Debito/PIL fino al 119,1%: un incremento di 61,2 punti percentuali, in media 3,825 punti l’anno (quattro volte il ritmo della fase precedente). A questa esplosione del debito non corrispose più la formidabile espansione economica passata: la crescita complessiva del PIL reale fu infatti solo del 32,32%. Appena il 2,02% medio annuo.

III fase: La “faticosa gestione del debito” (1996 – Oggi)

1996 – 2007 (L’ingresso nell’Euro): (Governi: Prodi I e II; D’Alema I e II; Amato II; Berlusconi II e III).

I dodici anni a cavallo del nuovo millennio si caratterizzarono per un ridimensionamento del rapporto Debito/PIL, che scese di 15,6 punti percentuali (1,3 punti l’anno), attestandosi a fine 2007 al 103,5%. Il PIL reale segnò in questo periodo un incremento complessivo del 20,06% (1,67% l’anno).

2008 – 2014 (Crisi sub-prime e debito sovrano): (Governi: Berlusconi IV; Monti; Letta).

Anni travagliati, segnati dalla crisi globale del 2008 e da quella del debito sovrano del 2011/2012 con lo spread a 500 punti base. Il rapporto Debito/PIL tornò a salire di 31,3 punti percentuali (in media +4,47% l’anno) toccando il 134,8%. Il PIL subì una pesante flessione complessiva dell’8,86% (-1,27% annuo).

2015 – 2019 (Assestamento): (Governi: Renzi; Gentiloni; Conte I).

Grazie alla ripresa del PIL reale e con un’inflazione prossima allo zero, il rapporto Debito/PIL scese di 1 punto percentuale, attestandosi a fine 2019 al 133,8%.

2020 – 2021 (Lo shock COVID): (Governi: Conte II; Draghi).

Nel 2020 il rapporto schizzò al 154,3%, non solo per il nuovo debito ma soprattutto per il crollo del PIL, dovuto ai blocchi pandemici. Nel 2021, il forte balzo del PIL reale, unito all’aumento dell’inflazione (8,7%), consentì un rientro al 138,4%.

2022 – 2025 (La fase recente): (Governo: Meloni).

L’aumento del debito è stato compensato dalla crescita del PIL, permettendo una riduzione del rapporto Debito/PIL di 1,7 punti percentuali, fino al 137,1%.

(Grafico tratto dal sito del “Il sole 24 ore”)

Cos’è il Debito Pubblico e Quali Sono i Suoi Costi

Il debito pubblico è la conseguenza dell’impiego di risorse in misura maggiore rispetto a quelle realmente disponibili. Come tale, esso mette in relazione due generazioni: la generazione attuale, che vive “al di sopra delle proprie possibilità”, e la generazione futura, che dovrà pagarne gli interessi e rientrare del capitale, destinata così a vivere “al di sotto del proprio potenziale”. È un vero e proprio spostamento di ricchezza nel tempo, con cui la “generazione dei padri” consuma oggi la ricchezza che i “figli” produrrà domani.

Qualora questo denaro venisse investito per potenziare il Paese, facendo sì che i figli abbiano una ricchezza futura superiore al peso del debito ereditato, parleremmo di “responsabile programmazione”, ma se invece esso servisse solo a finanziare la spesa corrente a beneficio esclusivo di chi c’è oggi, si configurerebbe un vero e proprio “furto” perpetrato dai genitori a danno dei figli e come tale “atto scellerato”.

Un debito così alto produce conseguenze devastanti:

Zavorra degli interessi sui servizi pubblici:

Gli oneri annuali legati all’indebitamento superano abbondantemente i 100 miliardi di euro. Le previsioni inserite nella Legge di Bilancio 2026 -2028 (l’ultima approvata dal Parlamento) indicano 108,9 mld nel 2026, 113 mld nel 2027 e 114,3 mld nel 2028 (336,3 miliardi nel triennio, metà dell’annuale spesa corrente).

I soli 108,9 miliardi del 2026 superano la somma di quanto lo Stato spenderà complessivamente nello stesso anno per: Istruzione scolastica (57,8 mld), Università (22,2 mld), Giustizia (11,6 mld), Ordine pubblico (13 mld), Agricoltura (1,6 mld), Energia (1 mld), Giovani e Sport (1,4 mld). Senza questo gravame o con un debito pubblico rientrante nella norma (circa metà di quello attuale) potremmo raddoppiare o incrementare del 50% gli investimenti previsti in questi settori strategici e avremmo potuto evitare il blocco del turnover nella PA, garantendo stipendi, assunzioni e servizi ai cittadini (noi) di qualità superiore.

Fuga di ricchezza all’estero:

Circa il 36% del nostro debito è detenuto da investitori stranieri. Ciò significa che circa 40 miliardi di euro di interessi ogni anno escono dall’Italia per andare a generare consumi, risparmio e crescita economica altrove.

Rischio di volatilità dei tassi:

Un aumento del solo 1% dei tassi d’interesse applicato all’intero debito varrebbe circa 32 miliardi di euro di spesa in più. Applicato al solo nuovo ricorso al mercato ( 300-400 miliardi di titoli da rinnovare ogni anno), quel semplice 1% comporterebbe un aggravio immediato di 3-4 miliardi l’anno, (da applicarsi per 10 anni, scadenza del BTP di nuova emissione) al quale, nell’anno successivo si cumulerebbe l’ulteriore aumento legato al nuovo ricorso al mercato e così continuando fino al rinnovo totale.

La Condanna di Sisifo

Alla luce di questi dati, la gestione del debito pubblico italiano porta alla mente il mito di Sisifo, personaggio condannato dagli dèi a spingere in eterno un immenso macigno fino alla cima di una montagna, solo per vederlo inesorabilmente ricadere a valle un istante prima di raggiungere la vetta.

Come Sisifo, lo Stato e noi cittadini compiamo enormi sforzi per spingere il macigno dei conti pubblici, tagliando i servizi o aumentando la pressione fiscale; sforzi che gli oltre 100 miliardi di euro di interessi  rendono vani, costringendoci ogni volta a ricominciare tutto da capo.

Le nuove generazioni così si trovano e si troveranno (qualora nulla dovesse cambiare) a spingere una pietra che non hanno voluto, consumando risorse ed energie non per costruire il proprio futuro, ma per evitare di essere travolti dal masso.

In questo scenario, il debito pubblico dello Stato rimane un tema di fondamentale, che esige un approccio serio, strutturato e responsabile. È invece desolante riscontrare, in buona parte della nostra attuale classe dirigente, un atteggiamento miope e scellerato che, al semplicistico slogan di “aumentiamo le spese e riduciamo le entrate”, sceglie di girarsi dall’altra parte, ignorando la gravità della situazione, pur di continuare a barattare il futuro dell’Italia e delle prossime generazioni in cambio di qualche breve “spicciolo” di consenso elettorale.

Alla politica di oggi, che promette continui tentativi di riforma senza mai assumersi la piena responsabilità dei risultati, serve rivolgere un severo monito. È necessario spezzare la condanna di Sisifo, mettendo in sicurezza il Paese e facendo rifiorire la speranza. Non servono annunci o timidi proclami, serve la determinazione di chi agisce davvero per il bene comune.

Come ricordava il maestro Yoda al suo discepolo (“Star Wars: Episodio V – L’impero colpisce ancora” del 1980) in una formidabile lezione di forza e di responsabilità: «Fare o non fare. Non c’è provare».

È tempo che la politica smetta di “provare” a gestire il debito e inizi finalmente a fare ciò che è necessario, prima che il macigno schiacci il futuro di tutti.

Prof. Claudio Vassallo

Coordinatore provinciale di “PIÙ UNO” Caltanissetta

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