Nissa, dal sogno al precipizio: ora bisogna salvare il salvabile

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di Brera

Ci sono momenti in cui il calcio impone di smettere di girarci intorno. E quello della Nissa, oggi, è uno di quei momenti. Il campionato è appena cominciato, certo, ma la classifica racconta già una storia che non può essere ignorata: la seconda sconfitta consecutiva, arrivata ieri al Tomaselli contro la Vibonese, ha scavato un solco di otto punti dalla vetta occupata da una Reggina che, almeno finora, non sembra conoscere battute d’arresto e che dalla partita di Coppa Italia inon ha mai subito gol.

Otto lunghezze a questo punto della stagione, non sono una sentenza. Ma sono un campanello d’allarme che suona con una forza assordante.

E il problema non è soltanto la classifica. È il modo in cui la Nissa ci è arrivata, dentro una spirale di infortuni, assenze, difficoltà atletiche e fragilità psicologiche che hanno trasformato quello che doveva essere un progetto ambizioso in una squadra costretta, improvvisamente, a guardarsi alle spalle. Con il rischio concreto che, continuando così, la zona playoff diventi un miraggio e quella playout una minaccia da prendere terribilmente sul serio.

Per Luca Giovannone, che ha investito denaro, tempo, energie e passione per costruire questo progetto, è un colpo durissimo. Perché dietro una squadra di calcio ci sono uomini, aspettative, sacrifici e un progetto nel quale qualcuno ha creduto davvero.

Eppure ieri, almeno all’inizio, la Nissa aveva lasciato intravedere qualcosa di diverso. La squadra di Ivan Moschella era partita con idee, trame di gioco e una certa brillantezza. C’è stata anche l’occasione nitida capitata a Cusumano: un pallone che, se fosse finito in rete, avrebbe potuto cambiare il corso della partita.

Poi è arrivato l’errore di Butano.

Un pallone calciato da circa venticinque metri, una conclusione che il giovane portiere non è riuscito a controllare, e la partita ha preso un’altra direzione. Sarebbe ingeneroso trasformare quel ragazzo nel capro espiatorio di una crisi che ha radici ben più profonde. Butano ha commesso un errore, questo è il calcio. Ma è altrettanto evidente che il giovane portiere sembra attraversare un momento di difficoltà sul piano della sicurezza e della fiducia.

Dopo gli episodi della gara di Coppa contro l’Igea, il portiere appare timoroso, soprattutto nelle uscite. E proprio per questo avrebbe bisogno non soltanto di lavoro tecnico, ma di essere aiutato a ritrovare serenità. Le qualità, in alcuni frangenti, si sono viste. Il problema è riuscire a farle riemergere.

La scelta di affidarsi esclusivamente a portieri under, oggi, presenta il conto.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi a Butano. La Nissa ha mostrato ancora una volta una condizione atletica preoccupante, soprattutto nella ripresa. Era già accaduto ad Avola e ieri il copione si è ripetuto: gambe pesanti, poca lucidità, passaggi sbagliati, distanze che si allungano e, soprattutto, quelle distrazioni che una squadra ambiziosa non dovrebbe concedersi.

Il secondo gol della Vibonese è emblematico.

Quando una squadra entra in una spirale negativa, anche gli errori più piccoli diventano macigni. E la Nissa oggi sembra proprio dentro questa spirale.

A peggiorare la situazione ci si è messa anche l’espulsione di Maltese, arrivata dopo una doppia ammonizione che lascia la squadra ancora più decimata. E il calendario, certo, non aiuta: adesso arrivano due trasferte consecutive, contro Nuova Igea Virtus e Ragusa, prima di tornare al Tomaselli per affrontare la Reggina.

Detto brutalmente: non poteva esserci momento più delicato.

E allora qualcuno comincia già a parlare di smobilitazione, di giocatori da mandare via, di risparmiare in vista della prossima stagione. È una tentazione comprensibile quando la delusione prende il sopravvento, ma il calcio professionistico non funziona con la logica del supermercato.

I giocatori hanno contratti e quei contratti vanno rispettati. Un rapporto può essere interrotto soltanto attraverso una rescissione consensuale o nelle forme previste dalla legge e dagli accordi. E, francamente, perché un calciatore dovrebbe rinunciare alle proprie garanzie economiche? Soprattutto quando si trova in una società che, per quanto è dato vedere, ha fin qui onorato puntualmente gli impegni.

Dunque non resta che una parola: lavorare.

Lavorare più duramente, lavorare meglio, lavorare tutti insieme.

Perché il campionato non è finito e otto punti dalla vetta non rappresentano una condanna. Ma continuare a perdere terreno senza intervenire sui problemi reali potrebbe trasformare una crisi in qualcosa di molto più grave.

Adesso, forse, non serve più parlare di sogni, di grandi obiettivi o di classifiche da inseguire. Serve recuperare gli uomini, restituire fiducia a chi l’ha smarrita, migliorare la condizione atletica, ridurre gli errori e ricompattare un ambiente che sembra essersi già spaccato tra squadra e una parte del pubblico.

E proprio il pubblico deve fare la sua parte.

Contestare quando le cose vanno male è facile. Incoraggiare una squadra nel momento in cui è fragile è molto più difficile, ma è proprio allora che un pubblico può diventare davvero il dodicesimo uomo. Un Tomaselli scarno, freddo e pronto alla contestazione nei momenti di difficoltà non aiuta una squadra che già combatte contro avversari, assenze e paure.

La storia del calcio, del resto, è piena di squadre costruite per altri traguardi e improvvisamente costrette a lottare per salvarsi. E quando una formazione abituata a pensare in grande precipita nei bassifondi, spesso scopre di non avere gli strumenti psicologici per combattere una battaglia completamente diversa.

È questo il pericolo che la Nissa deve evitare.

Non è ancora tempo di dichiarare fallito un campionato. È però tempo di prendere atto che qualcosa non funziona e di intervenire prima che sia troppo tardi.

La vetta, oggi, può aspettare.

Prima bisogna salvare il salvabile.

Poi, eventualmente, si tornerà a parlare di sogni.

Perché nel calcio, come nella vita, a volte il primo traguardo da conquistare è semplicemente quello di non cadere.

E allora, per chi ci crede ancora, resta soltanto da dire una cosa: che Dio ce la mandi buona!

foto di Claudio Vicari

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