Il limite come forma

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di Edvige Presti

L’uomo ha sempre bisogno di dare un significato a ciò che accade. Ma come si può attribuire un senso alla sofferenza estrema, alla perdita, alla morte? Come si può integrare la morte nella vita?

Eppure San Francesco, nel Cantico delle creature, la chiama «nostra sorella morte corporale».

Penso a quando, nel disegnare, traccio un segno con la matita, separando così lo spazio interno da quello esterno: quel segno diventa un limite. Ma è proprio il limite che mi permette di creare qualcosa che prima non esisteva; è il limite stesso a definire una forma. Senza di esso tutto rimarrebbe indifferenziato, tutto sarebbe come immerso in un brodo primordiale prima della creazione.

Se il limite definisce e dà forma, se fa emergere qualcosa che prima non esisteva, allora esso è necessario alla vita. Come può esistere la vita senza la morte, che ne è il confine? Come potrebbe esistere il desiderio, da cui la vita sgorga, se non ci fosse la mancanza? Desidero ciò che non ho, e questo desiderio intenso mi muove verso qualcosa, alimenta la vita.

L’etimologia della parola «desiderio» scompone il termine in due parti: il prefisso de-, che indica allontanamento, mancanza o cessazione, e il sostantivo sidus, sideris, che significa «stella» o «astro». Quindi, la parola desiderio significa letteralmente «avvertire la mancanza delle stelle» o «sentire la distanza dalle stelle».

Sentire la distanza dalle stelle ci spinge a muoverci nella loro direzione; desiderare ci spinge a vivere. La mancanza e la perdita non devono bloccarci, ma rimetterci in cammino: è proprio dal «vuoto» che sgorga la vita.

Il senso del limite e la consapevolezza della morte dunque, lungi dal paralizzarci, diventano un invito a vivere appieno i nostri giorni e ad apprezzare anche le piccole cose, perché le gioie semplici sono le più vere.

Edvige Presti

immagine di Edvige Presti generata con IA

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