E’ un pomeriggio d’autunno un pò freddo. Siamo poco più che adolescenti. Frequentiamo il liceo. Ci sentiamo impegnati. Con l’ingenuità della nostra gioventù vogliamo cambiare il mondo. Non lo vogliamo fermare ma soprattutto “non vogliamo scendere”. Ci colpisce l’espressione di Gian Maria Volontè sul manifesto del cinema, una volta “Trieste”, oggi nobilitato dal patronimico del Casato che per oltre quattrocento anni ha dominato in città. Leggiamo il titolo “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Entriamo con altri amici, anzi “compagni”. Col tempo abbandoneremo quella illusione, sposando più realistici ideali lib/lab.
Ci rimarrà impressa la frase finale tratta dal “Processo” di Franz Kafka, simbolo di come il Potere finisca sempre per proteggere sé stesso, rendendo il protagonista del film, pur reo confesso, intoccabile di fronte alla giustizia comune, poiché appartenente all’apparato statale.
«Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano.»
Reincontriamo quel personaggio in un luogo e un tempo da romanzo.
Ha un’espressione tesa, occhi freddi, penetranti. I capelli, una volta folti, naturalmente virano all’argento. Indossa abiti borghesi, eleganti, curati nei dettagli. Cravatta, forse Marinella, come quella del leader Maximo, ai tempi di Palazzo Chigi. Sono tipici di un funzionario di Stato di alto rango. Forse li usa come corazza per la sua nascosta vanità. La sua declamazione è fatta di sussurri, con voce dai toni bassi, a volte solenni. Non ride. Di rado alza la voce. Sente che non ne ha bisogno. Le sue parole sono legge. Accetta di rispondere alle nostre domande. Ci chiediamo se non sia un (altro) segno di compiaciuto senso del suo Potere. Tutto da perfetto “intoccabile”.
Quand’è che è diventato un cittadino “al di sopra di ogni sospetto”?
– La mia risposta forse la sorprenderà. Io non ho scelto di essere un cittadino al di sopra di ogni sospetto. È il Potere stesso che ti ci posiziona. Non è stato un atto di volontà ma una presa di coscienza. Lo sono diventato quando ho compreso che la legge non è uno strumento di giustizia universale ma uno strumento da adoperare. Magari da adoperare a fin di bene in favore dello Stato. Solo che lo Stato, nella mia visione, deve impersonare solo il Potere. Nel momento in cui ho giurato fedeltà allo Stato ho realizzato che il mio dovere non era essere “uguale” agli altri ma essere il controllore degli altri. In tesi, per il loro bene. Il controllore però non può essere giudicato da chi protegge. Stabilire la verità è un compito che non si applica alla massa ma a chi detiene il monopolio della forza e della sorveglianza.

Si ma lei, nel film, ha commesso un delitto. Ciò nonostante non viene punito. Cosa lo ha spinto ad essere un “cittadino al di sopra di ogni sospetto” e quindi non soggetto a giudizio?
– Il delirio di onnipotenza. Un profondo delirio di potere grandissimo. In uno al bisogno psicologico di sfidare il Potere che io stesso rappresento. Il bisogno di dimostrare l’infallibilità del Potere, perché l’Autorità non può essere giudicata. Commettere un delitto appositamente per dare prova al mondo che l’Istituzione che rappresenta è sacra e intoccabile. Talmente sacra da essere immune a qualsiasi logica di giustizia comune.
Quindi una sfida per affermare il potere assoluto che “il cittadino al di sopra di ogni sospetto” esercita.
– La sfida sta nella provocazione e nel disprezzo per gli “altri” che considera semplici sottoposti.. Non ci sono cittadini, colleghi, o terzi a cui rispondere. Ci sono solo subordinati da irridere. Il suo scopo e prendersi gioco dell’apparato di cui loro e lui stesso fanno parte, consapevole che la stessa sottomissione psicologica all’Autorità, da lui rappresentata, impedirà di vedere l’evidenza e soprattutto di avere il coraggio di incriminarlo e giudicarlo.
Qual è la conseguenza?
– Mettere in risalto l’assurdità del Potere assoluto. Quando il “cittadino al di sopra di ogni sospetto” decide di volere essere punito e confessa, è l’intero sistema stesso che si mobilita per proteggerlo.
E perché questo avviene?
– Questo accade perché arrestare il capo significherebbe ammettere che il sistema stesso è corrotto e fallibile. Qualcosa che l’apparato del Potere non può accettare.
Ma, allora, lei come vede il Potere?
– Vedo che vuole toccare il tasto della mia accademia. Le rispondo come chi si sente padrone assoluto. Il Potere nasce come elemento “organizzatorio”, quando serve a garantire la giustizia, a far rispettare le regole comuni e proteggere i cittadini. In questa visione ideale il Potere è al servizio della collettività.
Il Potere diventa “autoreferenzialità” quando l’Autorità perde lo scopo originario e si concentra solo sul preservare sé stessa.
Quando il Potere diventa immune al controllo e “al di sopra di ogni sospetto” cessa di essere uno strumento di giustizia e diventa un meccanismo di pura conservazione e controllo.
Sapendo di avere commesso un delitto e di rimanere impunito, lei è triste o contento?
– L’impunità per un delitto commesso rappresenta un grave malfunzionamento del sistema. Un sistema sociale si basa su regole precise che prevedono un’azione-evento delittuoso e una conseguenza-sanzione repressiva. Se un’azione dannosa non produce la conseguenza prevista il sistema perde di coerenza, di efficacia, di credibilità.
L’impunità mi provoca un tormento psicologico. Resto lacerato dal fatto che il sistema sia così corrotto da non riuscire a punirmi nemmeno quando io stesso lo richiedo. L’impunità non è per me un trionfo ma un errore critico di sistema, un “bug” come si dice oggi, da correggere per ripristinare la giustizia.
Ma so anche che questo non avverrà.
Cosa pensa della Giustizia?
– La Giustizia è il pilastro fondamentale che permette a una comunità di esistere senza autodistruggersi. Mentre la legge è uno strumento formale scritto dagli uomini, la Giustizia è, o meglio dovrebbe essere, un valore ideale che si regge su concetti chiave come l’equità e l’uguaglianza. Nel mio caso la Giustizia viene tragicamente sconfitta perché l’apparato dello Stato preferisce tutelare la propria infallibilità anziché la verità. Quando la legge viene usata per difendere i potenti invece di proteggere i cittadini la Giustizia cessa di esistere e si trasforma nel suo opposto.
Cosa pensa del processo?
– Il processo resta lo strumento fondamentale per stabilire la verità e ripristinare l’equilibrio. Il processo è il luogo in cui le ipotesi e i sospetti devono trasformarsi in prove certe attraverso il confronto dialettico e trasparente tra le parti. Costituisce il principale contrappeso democratico all’Autorità. Stabilisce, purtroppo solo in tesi, che nessuno, nemmeno il funzionario più potente o l’istituzione più alta è al di sopra delle regole comuni. Purtroppo oggi si tende a ritenere che il processo abbia in molti casi perso la credibilità, con la giustizia che si trasforma, a volte, in arbitrio o in vendetta privata o peggio ancora politica.
Interpretando il ruolo nel film un cittadino al di sopra di ogni sospetto, lei cosa ha voluto dire?
– Ho voluto togliere il velo di sacralità al Potere per mostrarne la natura grottesca, infantile e intrinsecamente violenta. Ho voluto rappresentare che a volte il Potere diventa una patologia psichica. Il protagonista non è solo un funzionario corrotto ma è soprattutto un uomo malato di autorità. L’ossessione per la repressione e il comando deforma la psiche umana, portando a un delirio di onnipotenza in cui ci si sente letteralmente dei dèi intoccabili, al di sopra della morale comune e soprattutto al di sopra ogni legge sostanziale e del processo.
Lasciamo il nostro interlocutore. Ci incamminiamo lungo la Galleria del Corso dove romanzescamente lo abbiamo incontrato. Ci guardiamo intorno. D’un tratto ci sembra di trovarci nella scena finale di “Cadaveri eccellenti”, tratto dal romanzo di Leonardo Sciscia “Il Contesto”. L’omicidio di Rogas e Amar. L’ispettore onesto viene trovato morto accanto ad Amar, il segretario del Partito di opposizione. Entrambi uccisi da qualcuno che rimane ignoto. Il partito al governo e il partito d’opposizione però si accordano per coprire le reali cause della morte dei due.

La verità viene sacrificata perché sarebbe incompatibile con il Potere e quindi con l’equilibrio del sistema.
Una menzogna rassicurante piuttosto che una verità destabilizzante.



