Agricoltura, la crisi è strutturale. La politica risponde con cure palliative

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dal movimento Gran Sicilia riceviamo e pubblichiamo:

*La solidarietà esibita durante le proteste non basta. Il comparto agricolo rischia di perdere autonomia, valore e capacità produttiva, mentre la politica continua a inseguire l’emergenza anziché ripensare il sistema.*

Le proteste degli agricoltori che attraversano la Sicilia e diverse aree del Sud Italia riportano alla luce una contraddizione evidente: quando il disagio esplode nelle piazze, la politica accorre, dichiara solidarietà, denuncia le responsabilità degli avversari. Ma quante volte, al di fuori delle campagne elettorali e delle emergenze, l’agricoltura è stata davvero al centro di una visione politica capace di guardare oltre il consenso immediato?

La vicinanza istituzionale ha senso soltanto se produce impegni verificabili. Altrimenti, il presidio diventa un palcoscenico e la sofferenza di un comparto un’occasione di visibilità.

Il prezzo del gasolio non è la crisi dell’agricoltura: è soltanto l’ultimo problema a renderla visibile.

Le radici sono più profonde: gestione inefficiente delle risorse idriche, costi di produzione crescenti, debolezza contrattuale dei produttori, squilibri nella filiera, concorrenza internazionale, frammentazione delle aziende e insufficiente organizzazione dell’offerta. A questo si aggiungono servizi da rendere efficienti, controlli da rafforzare e responsabilità gestionali da sottoporre a verifica, anche nella gestione dei consorzi di bonifica.

È un insieme di criticità che compromette la redditività delle imprese e ne limita la capacità di investire, innovare e programmare. Non un incidente temporaneo, dunque, ma una crisi strutturale.

Il rischio supera ampiamente i confini della categoria. Quando un’azienda chiude, non perdiamo soltanto un’impresa: perdiamo lavoro, competenze, produzione alimentare e presidio del territorio. Si indeboliscono le economie locali, si accelera l’abbandono delle aree rurali e cresce la dipendenza da mercati e filiere sui quali il nostro potere decisionale può essere limitato.

È qui che la crisi agricola diventa un problema sociale e di sovranità alimentare.

Eppure, la risposta politica si concentra spesso su contributi, ristori e agevolazioni. Gli aiuti possono essere indispensabili per affrontare una difficoltà immediata; diventano cure palliative quando sostituiscono ogni strategia di trasformazione. Tamponano le perdite, ma non riequilibrano i rapporti di forza nella filiera, non garantiscono prezzi remunerativi, non risolvono le inefficienze infrastrutturali e non restituiscono autonomia alle imprese.

L’agricoltura non ha bisogno di essere mantenuta indefinitamente in vita attraverso interventi emergenziali. Ha bisogno di essere riorganizzata e rivitalizzata: produttori più capaci di aggregarsi e contrattare, infrastrutture idriche efficienti, controlli effettivi sulle pratiche commerciali sleali, innovazione, filiere trasparenti e valorizzazione delle produzioni territoriali. Serve una politica che misuri i risultati, individui le responsabilità e renda conto delle risorse impiegate.

Dietro gli slogan sul Made in Italy, invece, rischia di aprirsi un vuoto politico e progettuale. Si celebra ciò che l’agricoltura rappresenta, senza garantire sempre condizioni adeguate a chi la rende possibile. E quando le aziende perdono redditività e prospettive, il rischio è che la terra si concentri progressivamente in poche mani, sottraendo spazio ai produttori più fragili e riducendo ulteriormente la capacità dei territori di decidere il proprio futuro.

È una prospettiva che dovrebbe interrogare tutti: istituzioni, associazioni di categoria e cittadini. Anche la rappresentanza agricola deve dimostrare di saper andare oltre le denunce rituali e la ricerca di interlocuzioni politiche, costruendo strumenti di organizzazione e contrattazione realmente efficaci.

La domanda, allora, non è quanti politici si siano presentati ai presidi o quanti fondi verranno promessi. È se qualcuno abbia finalmente intenzione di affrontare le cause che rendono necessarie quelle proteste.

Perché la solidarietà che non mette in discussione le condizioni della crisi finisce per adattarsi al disagio, anziché combatterlo*. E una politica che si limita ad amministrare il declino rischia di diventare spettatrice della perdita di un patrimonio produttivo, sociale e territoriale difficilmente ricostruibile.

Il giorno in cui gli agricoltori saranno costretti ad abbandonare la terra, non mancheranno forse coloro che ne celebreranno il valore o ne rivendicheranno l’importanza strategica. Ma potrebbe essere troppo tardi per restituire ai territori ciò che avranno perduto.

Il vero banco di prova non è la solidarietà mostrata durante la protesta. È la volontà di impedire che, dietro le promesse di sostegno, maturi la fine dell’autonomia agricola.

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