Perché si avverte l’esigenza di scrivere? Questo è un interrogativo che spesso si pone a chi scrive o che lo stesso scrivente si fa. Non potendo rispondere per gli altri, vi dirò qual è stata la molla che mi ha spinto a scrivere e, soprattutto, a scrivere versi.
Da studente non amavo studiare l’italiano sino a quando non ho avuto la fortuna di incontrare un professore di lettere che mi fece scoprire il fascino e la bellezza della poesia e della letteratura. Era prossimo alla pensione, tra l’altro era un critico letterario che in passato aveva insegnato presso la facoltà di Lettere di Palermo. Era dotato di un grande senso dell’humour, di un’intelligenza e di una sensibilità umana non indifferenti. Era capace di cogliere significati, aspetti e sfumature di un testo letterario come non mi era mai capitato di conoscere e di sperimentare. Grazie a lui scoprii il senso nascosto e segreto delle cose, l’intima natura di un componimento poetico piuttosto che di un romanzo. Capii che in pochi versi, una sorta di concentrato di umanità e di sostanza artistica, era possibile esprimere e comunicare un universo di emozioni, idee, sentimenti, valori, messaggi autentici, metafore, che la natura della struttura poetica rendeva possibile, a partire dallo studio dei grandi poeti: classici, moderni e contemporanei.
Il suo racconto della poesia era uno stupore continuo di letture possibili del testo poetico, arricchite da seria allegria e da acume interpretativo. Ma tutto questo, evidentemente, non sarebbe bastato a fare nascere in me il bisogno insopprimibile di scrivere. Più semplicemente, l’adolescenza è un’età nella quale facilmente e spontaneamente i ragazzi scrivono pensieri e riflessioni per approdare a tentativi di scrittura poetica. Tale pratica risponde bene alle esigenze del giovane di potere esprimere e di comunicare con sé stesso, prima ancora che con gli altri, il proprio vissuto interiore, le proprie fantasie, i desideri e le paure, il proprio punto di vista sulla realtà, le proprie difficoltà esistenziali, in definitiva il proprio rapporto con il mondo.
Da subito la scrittura fu per me “terapeutica”, cioè capace di fare uscire le emergenze psicologiche che avevo dentro, di dare voce alle confuse passioni, ai sentimenti nascenti e alle idee che andavo maturando o semplicemente per raccontare quanto mi accadeva. La scrittura era per me uno strumento di “profonda” conoscenza: per conoscere me stesso e per sperimentare l’altro da me. Perché la poesia e non il racconto o il romanzo? Debbo confessarvi che, inizialmente, mi ero convinto che scrivevo versi per via della mia giovanile natura indolente, pigra, quasi rinunciataria rispetto al bisogno di esprimermi e che la poesia, per le sue caratteristiche di realizzazione breve e compiuta in pochi versi, mi consentiva di soddisfare le minime necessita personali d’invenzione.
Ma non era così. Più avanti mi sarei accorto che la scrittura in versi ben si adattava al viaggio interiore e poetico che volevo compiere, una struttura di racconto che fosse raccolta in pochi momenti narrativi che stilisticamente avesse la veridicità di contenuti ed esperienze umane, rivelate in pochi attimi e in spazi ridotti, come un fuoco della verità che arde e si consuma rapidamente. Questo non significava dire poco, anzi trovare il modo di raccontare tanto e di renderlo comunicabile nella struttura concisa del verso era impresa complessa ed impegnativa.
Questa poesia è dedicata ad un giovane malato di mente che io conoscevo perché ero assessore ai servizi sociali del comune di Mussomeli. Nella poesia incontro e parlo con un altro malato di mente che era un suo amico. La sua morte mi colpiì molto perché era molto gentile e sensibile. Aveva avuto una brutta infanzia e lo incontravo spesso perché aveva bisogno d’affetto. Era giovane quando morì. “Ho scorto Dio nello sguardo assente dell’Altro“.
QUANDO MUORE UN UOMO
Scandalosa la tua presenza
Carne tormentata
Occhi persi.
Società
Di crocifissi dorati e paramenti in processione
Esibiti al vento.
Inascoltato
Volevo prestarti una briciola d’amore
Di quell’amore
Che avevi cancellato
Tra le pieghe della tua sofferenza!
Mondo divertito
Così sordo all’umana pietà
Hai scorto Dio
Nello sguardo assente dell’Altro!
Ho incontrato un tuo amico
Occhi lucidi
Il dolore nel cuore
Per una crudele ingiustizia
Compagno all’ultimo viaggio.
Tonino Calà

