di Enza Spagnolo
Presentare l’opera di Pino Bevilacqua significa innanzitutto raccontare l’incontro con un uomo e un letterato capace di infondere vita autentica ai racconti e ai personaggi. Dalle conversazioni intercorse per preparare il nostro incontro è emersa fin da subito una naturale intesa, un’inclinazione all’ascolto reciproco che permette oggi di far parlare i protagonisti stessi della sua raccolta, Di tanti sospirati sogni.
L’obiettivo dell’autore è conoscere i sogni e i desideri di uomini e donne in un ambiente sociale spesso cristallizzato, dove l’apparire sovrasta sistematicamente l’essere. Ci troviamo di fronte a forme sociali che impongono un bivio: accettarle passivamente, sacrificando le proprie aspirazioni, oppure contestarle attraverso una sofferta lotta interiore. È in questo sforzo che i personaggi si trasformano, cambiando pensiero e liberandosi dalle sovrastrutture del dovere e delle convenzioni per conquistare, finalmente, uno spazio di autentica libertà.
Il Sogno come strumento di conoscenza
Interrogandomi sul titolo di questa raccolta, mi sono chiesta se il mondo raccontato fosse ormai lontano nel tempo, frutto di una nostalgia, oppure se potesse rappresentare una ispirazione per noi lettori e lettrici. La chiave di lettura risiede nel concetto di sogno: in Bevilacqua esso non è l’evasione del sognatore distratto, ma uno strumento di conoscenza. È la luce che permette ai personaggi di vedere ciò che la forma o le convenzioni sociali oscurano.
Il sospiro è il punto di partenza, il germoglio del desiderio soffocato dal dovere, ma è il sogno che trasforma quel sospiro in azione. Senza il sogno i personaggi rimarrebbero bloccati, poiché solo attraverso di esso iniziano la loro trasformazione interiore, come una crisalide che diviene farfalla. In queste pagine, il “sospiro” si tramuta in sogno e il sogno in possibilità concreta. Questa transizione avviene attraverso la presa di coscienza e l’urgenza di un cambiamento interiore che passa necessariamente dalle nostre scelte.
I protagonisti: tra aspirazione e realtà
Nei dieci racconti incontriamo dieci figure maschili e dieci femminili. I protagonisti non sognano di fuggire la Sicilia degli anni ’60, ma desiderano abitarla in modo nuovo. Ofelia fugge da un matrimonio conformista cercando la libertà davanti alla “roba”, Carla desidera scrivere per dare voce a chi non ce l’ha, Greta sogna di lavorare e Nina capisce che l’amore per se stessi è il motore di tutto. Lasciamo al lettore e alle lettrici il gusto della scoperta per non svelare troppo.
In questa narrazione appare evidente una sorta di Realismo. Pino Bevilacqua parte da un’adesione al verismo per la sua attenzione sociale, ma nei suoi racconti non ci sono i vinti: non c’è quel determinismo che impedisce il riscatto. Il conflitto non è contro la fame, ma contro la miseria morale, la ristrettezza di vedute e i pregiudizi. I suoi personaggi sono borghesi che decidono di non essere più spettatori, ma protagonisti delle loro azioni, dimostrando che la via d’uscita esiste.
Lo stile e l’impegno
Pino Bevilacqua, già docente di chimica e originario di Piazza Armerina, è stato testimone attivo dei movimenti del ’68. La sua scrittura è elegante e fa largo uso di termini tecnici che servono a descrivere la realtà. Pino non gira attorno ai concetti, li centra con la parola esatta, ma declina anche verso la poesia, con una rappresentazione della natura siciliana che toglie il fiato. Non è un semplice fondale: è una natura viva, sensuale, specchio del cambiamento interiore.
Il coraggio dell’identità
In ultima analisi, ciò che emerge con forza prepotente è il vero motore del cambiamento: un’evoluzione che, partendo dall’individuo, finisce per irradiare l’intera comunità. I protagonisti di Pino Bevilacqua ingaggiano una lotta contro se stessi per rintracciare la propria vera identità, dimostrando che il cambiamento non è una utopia lontana, ma una possibilità realizzabile che nasce da una necessaria presa di coscienza individuale.
Esiste un legame sottile che unisce l’autore alla figura di Carla, quasi a voler suggellare un patto tra creatore e creatura. Sebbene Pino Bevilacqua sia l’uomo d’azione, del ’68 e del sindacato, e Carla sia la donna della solitudine e della scrittura, entrambi condividono lo stesso nucleo etico. Come Carla, l’autore non accetta il mondo così com’è, ma cerca di trasformarlo, lui attraverso l’azione sociale e lei attraverso la dignità della sua scelta di vita.
Per entrambi, la scrittura è lo spazio in cui esprimere il proprio pensiero: uno spazio di libertà autentica dove la parola non è mai un ornamento, ma l’unico strumento capace di “rischiarare i meandri del proprio essere” e di indicare a noi lettori e lettrici che la via d’uscita esiste, purché si trovi il coraggio di agire per la propria felicità.
Prof. Enza Spagnolo, critica letteraria


