Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella Pasqua di Gesù (anno A)
Giovedì santo «Cena del Signore»: Es 12,1-8.11-14; Sal 115/116; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15
Venerdì santo «Passione del Signore»: Is 52,13-15.53,1-12; Sal 30/31; Eb 4,14-16.5,7-9; Gv 18-19
Sabato santo «Veglia pasquale nella notte santa»: 7 lett. dall’AT; Rm 6,3-11; Sal 117/118; Mt 28,1-10
Domenica di Pasqua «Risurrezione del Signore»: At 10,34.37-43; Sal 117/118; Col 3,1-4; Gv 20,1-9
Nel triduo pasquale, che inizia la sera del giovedì santo con la messa “nella Cena del Signore” e culmina nella domenica della risurrezione, celebriamo ormai la grande Pasqua di quest’anno.
La liturgia della Parola, nella messa del giovedì santo, ci fa ricordare la pasqua (pesach) di Israele, narrata nel libro dell’Esodo come la notte in cui Adonai compie la sua giustizia in favore del suo popolo, prigioniero in Egitto, propiziandone il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Quella pasqua di liberazione veniva rievocata ritualmente anno per anno, come «festa del Signore», che era passato attraverso l’Egitto per aprire un varco a Israele. Anche Gesù celebrava con i suoi discepoli il ricordo di quella antica pasqua. E pure in quell’ultimo mese di Nisan della sua vicenda terrena egli s’era recato a Gerusalemme, nel periodo in cui si facevano i preparativi per la pasqua ebraica. Nel giorno degli “azzimi”, in una stanza che da allora in poi, nella tradizione cristiana, è ricordata come il “cenacolo”, egli celebrò pesach, secondo la consuetudine dell’epoca. Ma ne riformulò il rituale, innestandovi le parole sul pane e sul calice che – riportate nei vangeli sinottici e nella prima lettera ai Corinzi – compongono da circa due millenni la formula della consacrazione eucaristica, facendo di ogni messa il memoriale della nuova Pasqua, ossia del passaggio di Gesù attraverso le strettoie della morte patita sul Golgota alla vita nuova della sua risurrezione.
Il quarto evangelista, a differenza dei tre sinottici, non riporta le parole pronunciate da Gesù sul pane e sul vino. Narrando lo svolgimento della cena, Giovanni inserisce piuttosto il ricordo di un gesto suggestivo e spiazzante: la lavanda dei piedi, compiuta da Gesù nei confronti degli apostoli. È un gesto densamente simbolico, che presenta la Pasqua di Gesù non come il passaggio di un giustiziere rivestito di corazza, ma di un giusto che – cinto di grembiule – si mette al servizio degli altri, svolgendo il ruolo di chi lava i piedi a chi sta seduto a tavola. Un ruolo umile, ma che esprime al contempo un’autentica signoria, perché è il gesto di chi concede ospitalità ai profughi presso la propria dimora.
Anche nel vangelo secondo Luca è rimarcato quest’aspetto umile, autenticamente sovrano, della nuova Pasqua di Gesù: egli, che è il più grande in mezzo ai suoi, si fa il più piccolo e si pone al servizio (Lc 22,24-27). La Pasqua di Gesù, con questo gesto simbolico, sancisce il passaggio da una concezione e da una pratica del governo come esercizio di potere alla concezione e alla pratica della signoria come servizio, giacché è nel servizio che sta la vera giustizia. È il testamento di chi si accinge a diventare il protagonista della nuova Pasqua, affidato ai discepoli, come dice la pagina evangelica: «Vi ho dato un esempio, infatti, affinché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
Per Pietro e per gli altri apostoli, è un segno difficile da capire e da interiorizzare nel profondo della loro coscienza («Capite quello che ho fatto per voi?»). Il suo senso resta purtroppo incompreso da tanti anche ai nostri giorni, tra i cristiani che hanno responsabilità di governo in diverse parti del mondo e persino tra chi è chiamato a svolgere il ministero/servizio pastorale in seno alle varie comunità ecclesiali. La domanda di Gesù ai suoi amici continua a interpellarci ed esige la nostra conversione.
Nella liturgia della Parola proclamata nella celebrazione del venerdì santo, la lunga pagina evangelica riporta il racconto della passione di Gesù nella versione di Giovanni. Il quale, più degli altri evangelisti, sottolinea l’irresolutezza di Pilato, interiormente sospeso fra il tentativo di rimandare libero Gesù a motivo della sua evidente innocenza e la pressione a condannarlo proveniente dalle contingenze politiche intrecciate e confuse con le istanze della teologia ebraica.
Difatti, secondo l’accusa mossa dai capi dei Giudei contro il Maestro di Nazareth, per un verso la Legge/Torah è incompatibile con la bestemmia di chi si dichiara più o meno esplicitamente «Figlio di Dio»: Adonai, il Vivente, è uno solo e nessuno tra i mortali deve presumere di poter ereditarne la divinità. Per altro verso, tuttavia, nelle Scritture antiche d’Israele erano stati acclamati come “figli di Dio” i re che – da Davide in poi – s’erano mantenuti fedeli alla volontà di Dio. Dunque, nel caso di Gesù, «farsi Figlio di Dio», come dicono i suoi accusatori, poteva caricarsi anche di un significato politico, oltre che teologico. Così la bestemmia si traduceva, all’orecchio del governatore romano, in delitto di lesa maestà contro l’imperatore, unico sovrano di tutte le terre sotto il suo dominio – compresa la Palestina –, che poteva peraltro arrogarsi l’abusivo diritto di proclamarsi “divino”, come Cesare Augusto aveva fatto e come faceva il suo successore Tiberio. Ecco perché Pilato è preso di paura e finisce per consegnare al supplizio l’Innocente.
In Giovanni, la passione e la morte di Gesù segnano il momento in cui inizia una scellerata teologia politica, che rimarrà per sempre ipotecata dall’errore teologico («un peccato/hamartía più grande», dice Gesù stesso a Pilato, riferendosi alle accuse del sommo sacerdote) e nondimeno dall’impostura politica, oltre che dalla mistificazione giudiziaria: il cartello trilingue apposto in cima alla croce e contestato dai capi dei sacerdoti ne è il documento più eloquente.
A nulla varrà l’avvertimento di Gesù: «Io sono re, ma il mio regno non è di questo mondo», poiché non è regno di potere e violenza, ma di servizio e di pace. E, nel resoconto giovanneo, l’ultima parola del Crocifisso («È compiuto!») attesta appunto, oltre che l’adempimento delle profezie bibliche, anche il compimento della missione messianica di Gesù quale pacifico servizio di offerta di sé e non di lotta armata. Esalare lo spirito, consegnarlo (dal verbo greco paradídōmi, che significa qui “donare”), è per il Crocifisso l’atto supremo con cui, morendo, dà la vita: è il boccaglio dell’ossigeno che egli porge a noi moribondi, che aneliamo d’essere rianimati, riportati in vita, cioè liberati dalla tentazione del potere, dalla tendenza a strumentalizzare le religioni e a manipolare la verità, dall’inclinazione a mortificare la giustizia, dall’inganno dell’ideologia.
Nella ricca liturgia della Parola della veglia pasquale, nella notte del sabato santo, Paolo ci suggerisce la più efficace chiave d’interpretazione dell’evento pasquale: noi pure siamo resi partecipi di tale evento, in virtù del battesimo, cioè grazie all’immersione (questo letteralmente significa “battesimo”) nella morte e risurrezione di Gesù: «Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione».
Celebrare la Pasqua ogni anno, e celebrarla lungo tutto l’anno in ogni sacramento, vuol dire morire e risorgere con, per e in Cristo. Significa lasciarci associare alla sua stessa morte e alla sua stessa risurrezione. Infatti, solamente Cristo Gesù vince contro la morte. Noi, scontrandoci con la nostra morte, ne rimaniamo schiacciati. Per superarla a nostra volta, dobbiamo sperimentare il medesimo passaggio del Signore attraverso la sua morte (l’unica morte che sia stata mai sconfitta e oltrepassata), per condividere pure la sua risurrezione. Per vivere della sua stessa vita nuova, dobbiamo accettare il fatto che sia stato lui e soltanto lui ad assumersi la nostra morte e lasciarsene fagocitare, distruggendola però dal suo di dentro.
La pagina evangelica di Matteo reca un annuncio paradossale, ma solo apparentemente contraddittorio. Presso il sepolcro vuoto, l’angelo dice alle donne che il Crocifisso del Golgota «non è qui»: «È risorto». Chi ascolta queste parole con l’orecchio ebraico delle donne accorse al sepolcro, rimane intimorito non meno di loro: l’annuncio suona come la negazione del Tetragramma, come la ritirata dell’Esserci. Ma il «timore» si trasfigura in «gioia grande» se si ricorda che la Pasqua è non semplicemente l’esaurimento o l’esautoramento della promessa, bensì la conferma di una promessa irrevocabile, il cui compimento rimane in vigore, coinvolgendoci tutte le volte che ci raggiunge personalmente. Per questo la risurrezione del Signore è un evento aperto e permanente, che certifica un’assenza per farci sperimentare la Presenza: «Ed ecco, Gesù venne incontro a loro».
La liturgia della Parola, nella domenica di Pasqua, ribadisce l’annuncio della risurrezione col racconto dell’evangelista Giovanni. Quel che colpisce nella pagina evangelica è l’abbondanza di voci verbali che esprimono sia il movimento esteriore, che sembra contagiare via via i personaggi, sia il dinamismo interiore, che va intensificandosi mentre gli stessi personaggi vanno compiendo una sorta di staffetta spirituale.
Innanzitutto il movimento fisico, che ha comunque una valenza morale. Tutti corrono. Corre Maria di Magdala, che vuol comunicare a Simon Pietro e al discepolo più giovane quella che a lei pare la violazione del sepolcro di Gesù. E corrono Simon Pietro e l’altro discepolo, «insieme tutti e due», il più giovane più velocemente del meno giovane, per andare a verificare cosa sia davvero successo. Poi, a turno, entrano nella tomba vuota: dapprima Simon Pietro, dopo l’altro discepolo. La risurrezione di Gesù dà una scossa, spinge a muoversi, a uscire dalla propria paura e dalla propria disperazione, a inoltrarsi semmai nel sepolcro vuoto, che in quanto vuoto non è più un sepolcro ma dischiude lo scenario pasquale.
Inoltre il dinamismo interiore, che si sviluppa tra il vedere e il credere. Il vedere è descritto dall’evangelista, di volta in volta, con differenti voci verbali. Maria di Magdala «vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro»: in greco, qui, vedere è blépō, che significa registrare un fatto, accorgersi di qualcosa, ma restando in superficie, quasi di sfuggita. Simon Pietro «osservò i teli posati là e il sudario […] avvolto in un luogo a parte», dentro il sepolcro vuoto: osservare sta per vedere attentamente, in greco – qui – theōréō, cioè scrutare, cercare il senso di ciò che succede. Il discepolo più giovane, infine, «vide e credette»: qui la voce verbale greca è horáō, cioè guardare con una vista acuta, capace di percepire l’invisibile, discernendo nell’assenza la Presenza. La risurrezione di Gesù raffina i sensi spirituali, rende contemplativi e concreti contemporaneamente, potenzia il nostro contatto con la realtà.
A me resta, tuttavia, una perplessità: cosa davvero «credette» l’altro discepolo? E mi chiedo quale sia il senso più pieno del versetto che conclude la pagina evangelica: «Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti». E quale sia il motivo per cui non è riferito il prosieguo del brano giovanneo, in cui invece si può attingere il salvifico sensus plenior di cui la Pasqua è satura. Cosa credette, dunque, il discepolo più giovane, se alla fine si rassegna a tornarsene a casa assieme a Pietro – come si legge nel seguito del racconto – invece di correre ancora ad annunciare ai quattro venti la risurrezione? Credette al racconto sconsolato di Maria di Magdala. Tanto triste da rimanere ancora nei pressi del sepolcro, a piangere. Tanto addolorata da chiedere agli angeli e allo stesso Risorto, senza ancora riconoscerlo, dove avessero trasportato il cadavere di Gesù. Finché non giunge a fare l’esperienza non tanto di incontrare il Risorto ma, più radicalmente, d’essere incontrata dal Risorto. Il quale le rivolge la parola, la chiama per nome, si fa riconoscere e la invia a testimoniare credibilmente la sua risurrezione: «Ho visto – heôraka, da horáō – il Signore!».
La Pasqua deve spingere anche noi a trasformare la nostra fede personale in testimonianza credibile, facendoci fare l’esperienza di Maria di Magdala, vera prima apostola.


