Il Cardinale Pizzaballa accende la ribellione silenziosa dell’artista Guadagnuolo con l’opera ‘Pane al piombo’: un Altare di Fraternità e Denuncia

redazione
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da Osservatorio di Arte Contemporanea riceviamo e pubblichiamo:

“Pane al piombo” è la nuova installazione-scultura di Francesco Guadagnuolo che trasforma il gesto del
nutrirsi in un urlo di solidarietà.
Ogni elemento richiama la tragedia quotidiana di chi, in Gaza, vede la vita
spegnersi fra la fame e la violenza.

L’installazione prende vita proprio dalle parole del Cardinale Pierbattista Pizzaballa, che evocano le
voci soffocate di chi vive in un deserto di fame e disperazione. Al centro di quest’allestimento tanta ordinarietà drammatica: un pane monumentale, trafitto da catene e martoriato da proiettili immaginari, sul quale poggia un carro armato che ne appesantisce la levità simbolica. Un lenzuolo steso ai piedi del convoglio si macchia di rosso, richiamando l’innocenza spezzata dei più fragili.

Ed è qui che irrompe, potente e grave, la voce del Cardinale Pizzaballa: le sue parole – “La fame è
un’umiliazione moralmente inaccettabile e ingiustificabile
”, “A Gaza la fame non si vede, ma si tocca”,
“L’uccisione di civili in cerca di aiuti è indifendibile” – risuonano come un incipit liturgico, trasformando
queste frasi in un altare di coscienza,
il naturale atto di mangiare in un grido di protesta contro l’ingiustizia e la sofferenza.


Intervista Umanitaria a Francesco Guadagnuolo
Un grido per i bambini di Gaza
Maestro Guadagnuolo, la sua installazione “Pane al piombo” affronta la sofferenza dei bambini palestinesi
morti di fame. Quale peso emotivo portava dentro mentre la creava?

Ho sentito ogni gravità di quel pane come il pianto di un bambino che non ha visto la notte. Volevo
rendere tangibile l’orrore di una fame che divora vite innocenti. Nel mio studio, ogni impasto si trasformava in
un cuore che si spegneva. Ogni catena era un lamento, ogni proiettile invisibile un buco nella loro esistenza.
Il pane come corpo fragile
Quanto è stato importante per lei creare questa somiglianza tra pane e corpo umano trafitto dal dolore?
Ho rappresentato il pane per farlo somigliare a un corpo ferito, avvolto da un lenzuolo sporco di sangue.
Volevo che il pubblico vedesse in quell’altare, non un oggetto, ma un bambino con le mani protese, affamato.
Avvicinandosi, la superficie ruvida racconta la speranza sgretolata. La catena, fredda come i corridoi umanitari chiusi, stringe il cuore di chi guarda.
Il silenzio dei morti
Cosa significa quel silenzio che l’opera mette a nudo?

È il silenzio dei genitori che non sentono più il respiro dei propri figli. Un silenzio più assordante di
qualsiasi bomba. Volevo che lo spettatore percepisse quella tensione: l’attesa infranta tra fame atroce e speranza vana. Il tessuto insanguinato è la tunica sacra di una promessa tradita.
Dalla contemplazione all’azione
In che modo il gesto dell’inginocchiarsi davanti all’opera si trasforma in impegno concreto?

È una preghiera laica, un patto di solidarietà viscerale. Quando ci s’inginocchia, ci si spezza insieme a
quel pane. È una promessa: non voltarsi dall’altra parte. Ogni lastra di piombo reca inciso un numero verde,
così che il gesto di pietà si tramuti in aiuto concreto.
“Pane al piombo”: la missione compiuta?
“Pane al piombo” è proprio ciò che voleva ottenere dall’arte?

Sì. Volevo che il pane oltre ad essere simbolo di vita sia diventato urlo per una morte annunciata.
L’opera compie la sua vocazione quando diventa responsabilità collettiva. Ogni frammento che cade sotto i
piedi di chi guarda è una coscienza che non può più ignorare il pianto dei bambini di Gaza.

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