di Emilio Duminuco
Un tempo le case del mio paese erano di gesso col tetto di coppi di creta.
Sotto quei tetti, protetti dalla calura estiva e dalle intemperie d’inverno un’affollata e variegata umanità.
C’erano uomini dal viso rugoso, cotto dal sole dei campi e dall’aria torrida delle buie gallerie della miniera di zolfo.
C’erano donne che accudivano con sicurezza e fatica nidiate di figli, i più grandi pure loro avviati a lavorare la dura terra e la insidiosa pietra sotterranea, i più piccoli ad imparare il mestiere di ciabattino e di pecoraio. I più fortunati, invero pochi, a scuola per qualche anno di elementari.
Quando in altre nazioni e in altre città il benessere cominciò a richiedere forza di braccia e di menti, da sotto quei tetti, alla spicciolata o a nuclei interi, quella umanità uscì di casa per raggiungere quel benessere.
I vecchi no, i vecchi rimanevano, a custodire la casa, speranzosi di poter riaccogliere quei figli partiti per un luogo lontano, e che gioia e che feste quando ciò accadeva.
E la curavano quella casa, abbellivano il pavimento e la facciata, riparavano il tetto perché non piovesse dentro. Dipingevano la porta di verde e le donne piantavano gerani e basilico dentro vecchi vasi e contenitori di sarde salate avuti in regalo dal negoziante.
Chi era partito tornava in estate, per pochi giorni, per la festa di San Giuseppe. Viaggiavano in treno. Per giorni e notti viaggiavano, stipati come bestie, con grosse valigie. Portavano caffè, cioccolata, vestiti, chi poteva un po’ di denaro guadagnato coi doppi turni e risparmiato sulle sigarette.
Era festa, per il santo e per le famiglie che ricomponevano la diaspora.
Al mattino tornavano in campagna, tutta gialla dopo la mietitura e raccoglievano mandorle fresche per gustare antichi sapori e fichidindia da sbucciare con cautela.
Alla sera sedevano fuori e raccontavano della vita, che non era facile né leggera per chi era rimasto e per chi era partito.
Col passare del tempo i vecchi iniziarono a mancare e i figli di quei figli cominciarono a non tornare più.
Tra i rimasti altri figli continuarono a partire in una emorragia infinita.
E tante strade e tante case furono avvolte dalla solitudine e dal silenzio, interrotto soltanto dal cinguettio degli uccelli che dopo aver beccato i fichidindia, che nessuno più raccoglieva, andavano e fermarsi nei nidi tra i coppi di quelle case mute.
Come il bisogno fa muovere e moltiplicare le persone così la natura da un seme fa crescere e moltiplicare le piante ed è così che su quei tetti dai coppi invecchiati i semi deposti dagli uccelli cominciarono a germogliare dando vita a ficodindia rigogliosi.
E ora?
Ora se anche tu come me sei un figlio “partito” da quel paese, quando al mercato o in un campo troverai quei colorati, dolci e spinosi frutti, sofferma per un attimo il tuo pensiero alle case col ficodindia sul tetto, perché sono le case dove poggiano le nostre radici.
Emilio Duminuco


