La sofferenza
Dopo avere appreso le notizie da Tanino “l’informatore” sul destino del bottino ricavato dal furto nella canonica di padre Incorvaia, a Falconara rimaneva ancora un punto oscuro. Anzi due.
Il primo riguardava la sorte delle offerte nella cassetta su cui Tanino non aveva profferito parola. Il secondo – la “sofferenza” – gli rimaneva ancora ignoto. Tanino l’aveva rappresentata come una “doglianza” che, lui e il commissario, avrebbero avuto in comune. Falconara però non riusciva a comprendere questa pretesa comunanza.
Sul primo punto non aveva alcuna apprensione. Era solo questione di tempo. Prima o poi a Tanino avrebbe rivelato la fine che i due ladruncoli avevano fatto fare alle offerte della cassetta. Sul secondo Falconara era più incerto. Decise di rimandare il busillis a un momento migliore. Per adesso era più importante recuperare il malloppo destinato ai bisognosi della parrocchia di monsignore Incorvaia.
Chiamò l’egente Todesco e ordinò di portare Tanino – dalla sera prima rinchiuso nella camera di sicurezza – nel suo ufficio. La momentanea detenzione l’aveva disposta per evitare che Tanino, usuale frequentatore di bettole, si “allitrasse” (ubriacasse) a tal punto da scambiare la piazza delle Vare, su cui si affacciavano le migliori e superstiti vecchie osterie di Calatorre, per gli uffici della questura, spifferando ai quattro venti il luogo dove erano stati nascosti calice e vassoio.
Todesco bussò alla porta dell’ufficio del commissario e dopo “l’Avanti” di prammatica fece ingresso a braccetto di Tanino La Porta. Nell’occasione Tanino si presentò ben rasato e, a suo modo, in ordine perché consapevole di dovere rendere “altre dichiarazioni”. Non sapeva ancora che il suo interrogatorio doveva rivelarsi più duro del previsto.
– Tanino accomodati. Siediti. Lì. Sulla sedia. Quella a destra.
Falconara teneva al di là del suo tavolo due seggiole. Una era imbottita, sia nella seduta che nella spalliera, l’altra invece era di un legno così duro che rendeva atroce la permanenza oltre i dodici minuti. La temporizzazione della dozzina minutale era stata accertata da Falconara con metodo scientifico. Preciso come era, negli anni, aveva cronometrato – con i suoi amati cronografi da polso – il momento in cui l’interlocutore installato sulla seggiola di legno iniziava ad essere posseduto da un dolore “fino, fino”, che partiva dal fondo schiena per salire – “camola, camola” – sino alla testa, provocando un cerchio così fastidioso da non fargli capire perché iniziasse ad ammettere ogni addebito pur di essere liberato da quel supplizio. Era proprio allo scoccare del dodicesimo minuto che gli effetti nefasti del massiccio legno di rovere deflagravano. Tanino non era tra i più resistenti e quindi Falconara nel giro di pochi minuti sarebbe venuto a conoscenza dell’ultima tessera mancante. Anzi, delle due ripensò. C’era quella sulla “sofferenza”. Diede quindi inizio all’interrogatorio.
– E allora, Tanino come stai? Ti è piaciuta la stanza? Sei stato servito bene? Come si sono comportati gli agenti?
Tanino di esperienza ne aveva, e tanta. La camera di sicurezza della questura per lui era come una camera d’albergo riservata ad un cliente affezionato. Non soffriva quindi alcun disagio.
– Commissario che le devo dire? Lei lo sa che con lei mi trovo bene. Io sempre a lei ci dò la preferenza. Io, caro commissario, mai sono andato dai carabinieri per farci sapere qualche cosa. Quelli sempre carabinieri sono. Anche quando vanno in pensione. E poi sono fedeli solo a loro stessi. Io solo con la Polizia mi trovo bene. Se il commissario, che per adesso è lei, mi dice di stare tranquillo… io sto tranquillo. Se i carabinieri mi dicono di stare tranquillo io so che allora non devo stare tranquillo. Anzi. Mi devo scantare.
Falconara era vecchio di queste lusinghe. Ne aveva visto tanti di piccoli delinquenti che per scansare qualche addebito erano pronti a tradire pure la madre. Non si fece impressionare più di tanto.
– Va bene Tanino ti ringrazio per l’arruffianata ma sappi che i cugini dell’Arma sono persone serie. E non ti possono dare quello che vuoi tu. Cioè mano libera. Come non te la diamo noi. Tu sai che se si tratta di qualche orologio o qualche pacchetto di sigarette di contrabbando possiamo passare avanti ma se si tratta di qualcosa di vero e serio la paghi. Eccome. Va bene? Ora andiamo alle cose serie. Mi devi dire che fine hanno fatto i soldi delle offerte che erano nella cassetta scassinata dai due tipi che mi hai detto.
Tanino parse meravigliarsi. Ma era tutta una messa in scena. Sapeva di non avere scampo. Falconara non lo avrebbe mollato.
– Commissario mai ci abbasta?
A Falconara questa frase fece venire il nervoso perché gli ricordò la esclamazione della vedova Lo Celso quando gli si era presentata alle 6.30 del mattino davanti la porta di casa per la scomparsa del gatto Beniamino e lui – nella fretta – aveva aperto con un castigatissimo accappatoio di doppia spugna, con collo sciallato e redingotte stretta in vita, tanto da non fare vedere altro che le pantofole e pure queste chiuse, perché mocassini, con tanto di corona dorata stilizzata sulla tomaia.
– Finiscila Tanino non mi fare perdere la pazienza.
Tanino si meravigliò per il tono della risposta, in apparenza senza ragione.
– Commissario e che le ho detto? Se la prese a offesa? Io rispetto sempre ci porto. Le ho detto dove era la refurtiva. Chi sono stati i ladri. Cosa le dovevo dire ancora?
Falconara si accorse di avere esagerato.
– Tanino niente c’è. Non ti preoccupare. Il fatto è – e tu lo puoi capire – che con la chiesa non dobbiamo scherzarci. Giusto?
Il riflesso ruffianesco del commissario fece effetto.
– Lo so commissario. Lei ha ragione. Ha ragione piena. Piena. Piena. Con la chiesa uno non ci si deve mettere. Mai. Ci perde sempre. Con i parrini si può fare, ma con la chiesa no. Mai!
Falconara fece un sorriso finto come la vecchia aranciata confezionata con le bustine di bicarbonato, acido malico e tartarico, con colorante annesso.
– Hai visto che anche tu sei d’accordo. Allora, Tanino che fine hanno fatto i soldi della cassetta delle offerte. Tu lo sai me lo devi dire. Anzi che me lo dovevi dire già ieri, quando mi hai detto del calice e del vassoio. Non dovevi essere omissivo.
Tanino guardò il commissario – stavolta lui con l’aria offesa – e puntandolo negli occhi con il volto del vilipeso si rivolse a Falconara.
– Commissario, in verità, le devo dire che da lei questa “offisa” non me l’aspettavo.
Falconara, di riflesso.
– Quale offesa? Chi ti ha offeso? Tanino che ti ha dato di volta il cervello?
Tanino ancora con più raggia quasi esplose.
– Commissario lei mi sta dicendo che io a lei l’avrei imbrogliato o meglio che mi sarei tenuto per me le notizie sulla refurtiva! Io per sua norma e regola le ho dato tutte le informazioni che, come le ho spiegato, per parola presa con la Polizia e – le ricordo ancora – non con i Carabinieri, sono tenuto a darle. Io patti non li tradisco. Io.
Io sono una persona seria. Onesta e precisa.
Falconara pensò alla particolare idea di onestà che aveva Tanino. Non volle andare oltre. Tanino continuò nelle sue rimostranze.
– Io le ho detto tutto. La refurtiva era nel tombino del cortile dello sfasciacarrozze. E lì l’ha trovata. Giusto? Dei due ladri “per ingiuria”, perché manco il loro mestiere sanno fare, le ho dato nome e soprannome. Cosa vuole di più?
Il commissario si meravigliò ancora e riprese Tanino.
– Tanino tu mi hai detto della refurtiva e dei ladri. Bene. Ma dei soldi della cassetta delle offerte? Dove sono andati a finire? Questo non me lo hai detto.
Tanino questa volta, con tono “canzonatorio”, sorrise al commissario e con una calma olimpica da rasentare (poco) la faccia tosta rispose.
– Ha visto commissario che, come le ho detto ieri, lei soffre. Lei soffre come me. Preciso, preciso. Come me.
Falconara non comprese.
– Tanino ma che mi vuoi dire con questa mia presunta sofferenza. Che sofferenza e sofferenza? Quale è questa sofferenza? Spiegati!
Il commissario forse stava risolvendo oltre al dubbio della fine dei soldi della cassetta anche l’altro (suo) dubbio sul suo presunto stato di afflizione. Rimase quindi in attesa ansiosa della risposta.
– Commissario lei si scanta. Si spaventa. Lei ha paura di andare in chiesa.
Falconara controllò l’irritazione e riprese con tono calmo ma fermo.
– Che significa Tanino. Adesso devo rendere conto a te se vado o non vado in chiesa?
Tanino sempre con il sorriso “canzonatorio”.
– Lei si scanta ad andare in chiesa perché là c’è il parrino che sposa la gente. E lei del matrimonio si scanta. Anzi. Ha terrore.
Tanino imperterrito, aveva oramai “preso la volata”. E continuò.
Non si sa mai. Magari il parrino ci dice che la dottoressa Maria Stella è andata sola alla messa. Il perché lei non l’accompagna mai. Magari il parrino parla con lei, parla con la dottoressa Maria Stella. Magari il parrino dice alla dottoressa Maria Stella che siete una bella coppia. E magari….
Falconara interruppe in malo modo la “pericolosa” sequenza dei “magari”.
– Tanino ma che cinema stai facendo? Come ti permetti? Lascia stare la dottoressa Maria Stella. Stai facendo un film che non ti è stato chiesto. E poi la dottoressa Maria Stella è stata già sposata e quindi non può risposarsi. Hai visto?
Tanino, assunse un sorrisetto sornione. Quasi subdolo. Anzi, senza il “quasi”. Poi gelò Falconara con un tagliente proclama.
– In chiesa no. Ma al Municipio si!
Un gelo “torrido” calò nella stanza e nelle vene di Falconara.
Continua…..




