Il Natale del Commissario Falconara 4° puntata

Lillo Ariosto
Lillo Ariosto 471 Views
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I Gratta e vinci

Carmelo Pullara aveva per mezza vita tenuto una bancarella al mercato della vecchia Pescheria di Calatorre, una delle tante vie intestate a un (ex) grande della città e di cui quasi nessuno più ricordava o conosceva. Negli anni d’oro aveva venduto, sin dalle prime luci dell’alba, arance, cicoria e broccoli, in unione a tante altre cibarie donate dalla “zolla buttana” dell’entroterra dell’Isola. Era conosciuto per il particolare timbro di voce rauca, aspramente diffusa in quasi tutte le tonalità del pentagramma, con cui “avvanniava” (per i palermitani “abbanniava”) le doti, oggi si direbbero “organolettiche”, della frutta e della verdura che proponeva.

Il suo bandire, dando avviso gridando o cantando la bontà della sua “robba” era con il tempo divenuto proverbiale, attirando – negli ultimi anni – le piccole orde di turisti (adesso appellati “esperienziali”) che si avventuravano nel profondo interno dell’Isola. Celebre, e tutta sua, la famosa vanniata con tonalità tutta particolare, per decantare la maestosità della frutta esibita sulla propria bancarella…. “Ah! Cchi l’avimu grossa stamatina….” , con implicito doppio senso rivolto alle casalinghe di ogni età.

Carmelo con il passare degli anni aveva compreso che la stagione dei bancarellari nei mercati storici volgeva al tramonto. L’avvento dei supermarket che scimmiottavano i grandi “grocery” americani e soprattutto la diversa cultura delle nuove generazioni, in costante allontanamento dai gusti tradizionali, unita alla “deportazione residenziale” provocata dalla nuova edificazione concertata da tutti i partiti della prima repubblica (sempre con il minuscolo d’obbligo) lo avevano condotto alla decisione di dismettere la storica bancarella per rivolgere lo sguardo lavorativo altrove.

La bancarella era stata acquistata dai nuovi commercianti dalla pelle appena più brunita di quella di Carmelo e con i pantaloni dal cavallo più basso, chissà per quale ragione o per quale intento implicito, detti “harem”. Con il ricavato, avendo ricevuto in dote dalla moglie un figlio lagnuso e mezzo inutile, aveva acquistato una antica merceria-cartoleria, ancora discretamente in auge, due strade sotto la chiesa di Sant’Agnese adesso retta da monsignore Incorvaia.

Salvuccio, questo era il nome del figlio di Carmelo “l’avvaniatore”, sbarcava il lunario vendendo – poco – “scarparelle” e penne ma spacciando – molto – biglietti colorati dei vari gratta e vinci ideati dai Monopoli dello Stato per svenare i poveri cristi in cerca di fortuna. Tanino aveva chiaramente indicato come indizio la vecchia merceria ora condotta da Salvuccio. Falconara pur non essendo d’accordo con il sillogismo dell’informatore era consapevole che un “passaggio” dalla “Antica Merceria” oggi di “Pullara & figlio” andava fatto.

Dopo una notte trascorsa tra un film in bianco e nero e uno special anni ’60, inframmezzato da un paio di ore di sonno, Falconara aveva deciso di mettere fine alla agonia notturna con cui periodicamente doveva misurarsi quando affrontava casi particolarmente spinosi. Quello del furto in chiesa non era uno di questi ma la camurrìa di dovere rendere conto alla curia locale lo manteneva di cattivo umore. La vicenda in sé era una cosa da quattro soldi. Niente di speciale. Un furtarello per metà già risolto e per l’altra metà in corso di definizione. Quello che non gli andava giù era il contorno di “farfanterie” (bugie per gli oltre faro) che avrebbe dovuto affrontare per salvare la faccia a chi avrebbe dovuto dare un minimo di attenzione ai beni preziosi di cui quasi tutte le chiese erano dotate e di cui, solo a furto avvenuto, si compiangevano le qualità artistiche andate perdute.

In ogni caso questa era “la zita” e quindi si predispose ad affrontare la mezza giornata che sapeva essere sicuramente risolutiva. Dopo la doccia tiepida, si sbarbò, indossò i pantaloni di velluto chiari, abbinati a un maglione dolce vita, su cui mise il suo solito impermeabile british style, condito in sciarpa di cashmere. Lasciò a casa il cappello da pescatore waterproof dal momento che non si profilava pioggia. Destinazione… la “Antica Merceria” di Salvuccio.

– Signor Pullara buongiorno.

– Buongiorno commissario. Come posso servirla? Ha forse bisogno di qualche busta, di qualche penna, di qualche deodorante d’ambiente, di qualche altra cosa. Mi dica. A disposizione.

A Falconara – che già era entrato nella merceria di mala voglia – dopo la “messa a disposizione” scattò il solito riflesso (quasi) inconsulto che però controllò per abitudine professionale, virando l’umore (nero) verso la (falsa) cordialità colloquiale che gli serviva.

– Grazie signor Pullara, non mi occorre nulla. Anzi no. Mi serve qualche informazione.

– Commissario, glielo detto, sono a disposizione.

Il riflesso gli si presentò paro, paro come qualche minuto prima e paro, paro come era venuto venne ributtato a mare, continuando nella finta simpatia discorsiva.

– Signor Pullara come vanno le cose?

Salvuccio Pullara ebbe un attimo di smarrimento, rimproverando a sé stesso di non ricordare se avesse di fronte il commissario di polizia o un funzionario della guardia di finanza. Dopo un veloce recap mentale il suo database confermò identità e ruolo di Falconara e più serenamente rispose.

– Commissario non mi lamento. Certo le cose non sono più quelle di prima. Molti sono andati ad abitare nei quartieri nuovi. Ora abbiamo gli extracomunitari.

Falconara, quasi, di riflesso.

– Non comprano vero?

Salvuccio, quasi, con lo stesso riflesso.

– No signor commissario. Comprano pure loro. Solo che comprano altre cose. Vanno pazzi per i bastoncini profumati allo zenzero, alla curcuma. Cose che quelli normali non hanno mai cercato, insomma.

Per “quelli normali” naturalmente Salvuccio intendeva i locali, dimenticando che molti si distinguevano dai “nuovi” non per il colore della pelle ma solo per la lingua “ufficiale” dell’Isola.

– E a gratta e vinci come stiamo?

Salvuccio, conoscendo la ritrosia per il gioco del commissario, rispose sorpreso.

– Commissario non mi dica che si è convertito al gioco. Guardi qui abbiamo tutte le serie di gratta e vinci. Dunque, abbiamo……

Falconara bloccò la imminente elencazione di nomi e nomignoli di pezzi di carta colorata ideati dai Monopoli per impoverire ancor di più la massa di disperati che il nuovo tempo aveva creato in nome del mantra “Meno Stato più mercato”. Mai slogan fu più dannoso per quella che adesso si prendeva in giro con l’appellativo di società civile ma che ricordava sempre più il manzoniano “volgo disperso che nome non ha”.

– Pullara non mi interessa nessun gratta e vinci. Voglio solo sapere quanti ne smercia e chi sono coloro che ne fanno incetta.

Su quest’ultimo parola – incetta – Salvuccio sorvolò. Non la capì e in automatico la obliterò, facendo finta di non averla sentita.

– Commissario di vendere, si vendono. Eccome! La mattina mi aspettano dietro la porta, in attesa che apra. Non ci dormono la notte. Iniziano con quelli da un euro e poi passano a quelli di cinque e dieci euro.

Falconara stava iniziando a tessere la sua tela. Aveva compreso di dovere dare ascolto a Tanino “l’informatore”.  Decise di creare un diversivo per indurre Salvuccio ad aprirsi. Non voleva correre il rischio che Salvuccio, seppure mezzo cretino, per l’istinto animale di cui ogni “sciamunito” è pur sempre dotato, si rinchiudesse in un comportamento omertoso, non rivelando quello che voleva scoprire.

Iniziò quindi con una adulazione di prammatica.  

– Signor Pullara certo che lei ha una responsabilità? Anzi. Lei ha una bella responsabilità. Vero? Ma per lei è una cosa normale. Giusto?

Salvuccio, anche se cretino per nascita e per riconoscimento paterno, una qualche goccia di logica la possedeva e prima di rispondere pensò su quale responsabilità ci fosse nel prendere qualche busta e qualche cartoncino colorato da passare al cliente in cambio di una banconota o di qualche moneta. Al massimo, pensava, la “responsabilità” era nel non sbagliare a dare il resto per un biglietto di cinquanta o cento euro, che poi – per i clienti che aveva – era una rarità. Per questo, però, c’era la calcolatrice. Bastava fare cinquanta o cento meno il prezzo della busta o del gratta e vinci e tutto era risolto. La responsabilità era allora, meditò, nel non sbagliare a digitare i numeri. Pensò comunque che se il commissario lo stava lodando con l’attribuzione presunta di una grande valenza significava che qualcosa di vero doveva esserci. Se non lo stava capendo era perché lui, riconoscendo il proprio vulnus, era cretino. Pertanto ritenne di recitare la parte dando conferma.

– E certo commissario. E’ una bella responsabilità. Vendere buste e gratta e vinci non è cosa di tutti. Si immagina se uno dà al cliente una busta grande piuttosto che una a “mezzo protocollo”. O se da un “Milionario” invece che un “Miliardario” o un “Multistar” invece che un “Multi bonus, o un “Super sette e mezzo” invece che “Un turista per sempre”, o un “Fai scopa new” invece che un “Freccette insieme”, un “Bonus tutto x tutto” invece che un “M’ama non m’ama”, o un …..

Di colpò la sequela dei nomi a minkia dati dai “grandi uffici ministeriali” ai “pizzini per pezzenti” (per un attimo Falconara si accorse di stare inventando un nuovo titolo di gratta e vinci) venne interrotta da un sonoro e duro…

– E basta!!

La potente intimazione del commissario fu per Salvuccio come una timpulata (o tumpulata per i panormiti) in pieno volto. Gli occhi gli si spalancarono e parsero volere sfuggire dalle orbite. Il commissario ebbe l’istinto di scansarsi da quelle palle insignificanti che parevano sul punto di essere lanciate da una fionda invisibile. Per fortuna dopo un attimo Salvuccio parse riprendersi, sfoderando nuovamente il solito sorriso cretinesco.

 Era così per dire, commissario.

Falconara aveva preparato bene il terreno.

Sapeva che non era lontano dalla soluzione del caso.

Non gli restava che sferrare il colpo risolutivo.

Continua……

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