Riflessione di don Massimo Naro
sulla liturgia della Parola nella IV domenica del tempo ordinario (anno A) Sof 2,3 e 3,12-13; Sal 145/146; 1Cor 1,26-31; Mt 5,1-12
L’odierna pagina dell’evangelista Matteo riferisce la parte più importante dell’insegnamento offerto da Gesù «sul monte»: le beatitudini. L’annuncio delle beatitudini prospetta una nuova Weltanschauung, direbbero i filosofi tedeschi. Cioè una nuova visione del mondo, una nuova rappresentazione della storia, una nuova concezione dell’esistenza, una nuova chiave di lettura per scoprire il senso della vita e riorientare le nostre vite. Le beatitudini predicate da Gesù promettono “un mondo al contrario”, per dirla stavolta alla maniera di chi teme (e non riesce a comprendere e a valorizzare) il cambiamento d’epoca che ci sta investendo.
Il fatto è che le parole del Maestro di Nazareth invitano a rivoltare come un calzino la realtà in cui siamo immersi. Illuminano di un senso totalmente altro le nostre vicende personali e, con ciò, imprimono alla storia un’altra direzione rispetto a quella che la logica umana di fatto le impone, inducendola (e inducendoci) a deragliare continuamente nel fallimento delle guerre, dei disastri ecologici, delle macchinazioni politiche, delle derive totalitarie, dei fondamentalismi religiosi, delle mistificazioni culturali, dei guasti sociali, degli squilibri economici, degli azzardi finanziari, della sopraffazione sugli altri, dell’abbrutimento morale, dell’anemia spirituale, dello smarrimento esistenziale. Le beatitudini smascherano il malfunzionamento di questa nostra logica, che invece a noi sembra – da sempre, nonostante le evidenze contrarie e gli effetti finali – efficace ed efficiente.
Tuttavia le beatitudini rimangono incomprese. Esse rivelano un altro versante della realtà: quello che, pur non apparendo, certifica come veramente stanno (e dovrebbero stare) le cose. Le beatitudini rivelano l’altro lato del mondo e della storia, il senso vero della vita. Ma rivelando tutto ciò, rimettono il velo su quel che hanno svelato. Rivelare, d’altronde, vuol dire letteralmente proprio questo: ri-velare, velare di nuovo. O, più esattamente, stendere un velo dopo aver strappato via la maschera.
Il velo, di cui qui si tratta, è il paradosso. Che, in questo caso, potremmo intendere come un’apparente contraddizione. In verità, fra contraddizione e paradosso passa una grande differenza. La contraddizione è composta da due affermazioni che si escludono a vicenda. Quando vale l’una, l’altra viene annullata, come insegnava Epicuro parlando del contrasto tra la vita e la morte: vita e morte, per quell’antico pensatore, non stanno in alcun rapporto. Anche il paradosso è costituito da due affermazioni opposte. Ma la loro contrapposizione è autentica relazione: esse si inverano reciprocamente, esigendosi a vicenda. Ciò che ognuna afferma può esser capito in virtù di quel che l’altra dice. Deve, perciò, riferirsi al suo contrario: come il Polo Nord si rapporta al Polo Sud e viceversa. O, più radicalmente, come Gesù ha insegnato dando un senso pasquale al confronto tra la vita e la morte: chi vuole vivere davvero dev’essere disposto a morire, chi trattiene la propria vita la perde, chi la offre la riguadagna.
Anche il paradosso delle beatitudini sembra improbabile, dà l’impressione d’essere infondato. Perché le beatitudini dichiarano beato chi – dal punto di vista umano – non ha alcun buon motivo per esserlo o per sentirvisi. Agli occhi di Gesù beati sono, per primi, i poveri in spirito: cioè i semplici, coloro che non essendo pieni di sé stessi, non essendo autoreferenziali, non presumendosi autosufficienti, cioè paghi del loro potere terreno, della loro forza fisica, della loro ricchezza economica, delle loro conoscenze altolocate, del loro sapere più o meno raffinato, fanno affidamento piuttosto su Dio, confidano sul suo aiuto, si consegnano alla sua volontà, sono aperti al suo rendersi spiritualmente presente in loro.
Assieme a questi poveri in spirito sono beati anche i miti, i misericordiosi, i puri di cuori, gli operatori di pace. Ma beati sono pure, per Gesù, i poveri nel senso più stretto del termine, tutti i «poveri della terra» di cui parlava già il profeta Sofonia, secondo quanto ascoltiamo nella prima lettura, e di cui torna a parlare Gesù: quelli che soffrono e piangono il loro dolore, quelli che hanno fame e sete dato che sono esposti all’ingiustizia di chi toglie loro ciò di cui necessitano, quelli che sono perseguitati perché sono giusti e non pensano e non parlano e non agiscono piegandosi al tornaconto, all’intrallazzo, all’inganno, alla violenza.
Beati sono, massimamente, quelli che assomigliano a Gesù e ne rivivono il destino: sono insultati, perseguitati, ingiuriati e infine inappellabilmente condannati, a seguito di false imputazioni e di accuse calunniose. Come è accaduto a Gesù, appunto. Costoro sono beati come Gesù e insieme a lui. Più precisamente: condividono la sua medesima beatitudine, giacché condividono la sua avventura pasquale, si lasciano associare alla sua vocazione, si rendono solidali alla sua missione. La santità – questo significa “esser beati” nel senso che Gesù dà all’espressione – non sta in ciò che appare onorevole e onorifico agli occhi del mondo, ma nel disonore ingiustamente sperimentato dal Servo sofferente di Dio.
Quanto paradossali sono, dunque, le beatitudini, che proiettano su di noi lo sguardo di Dio, scrutano le pieghe della storia e osservano le piaghe del mondo con gli occhi del Signore. Già i rotoli d’Israele lo preannunciavano: «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). E Paolo, memore certamente del discorso della montagna, lo ribadisce nel brano della sua prima lettera ai Corinzi che la liturgia ci propone come seconda lettura: «Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio».
Don Massimo Naro

