Intervista (impossibile) a Maria Carolina d’Asburgo Borbone

Lillo Ariosto
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Splende il sole dal lato di sud-est del Monte Pellegrino, dalla parte che guarda verso Aspra e Bagheria, quando ci troviamo – come per incanto – nella “Felicissima Palermo”, di inizio Ottocento, in un mattino di tarda primavera quando il sole si mostra allineato tra il vecchio Cassaro, corso Vittorio Emanuele dei giorni nostri, e Porta Felice che guarda il mare. Siamo inondati dal profumo delle zagare che addobbano la Riserva Reale di caccia di Ferdinando di Borbone, III di Sicilia, IV di Napoli e poi I del Regno delle due Sicilie. Nel nostro tempo, quello che ne rimane, è conosciuto come il Parco della Favorita, sfregiato dai due vialoni intitolati ad Ercole e Diana che da Piazza dei Leoni portano alla borgata di Mondello. Imbocchiamo il viale dedicato al potente figlio di Zeus per recarci in quella che oggi conosciamo come Palazzina Cinese. incontreremo, per la nostra conversazione, Sua Maestà Maria Carolina d’Asburgo Lorena, figlia della Imperatrice Maria Teresa d’Austria e Regina Consorte di Ferdinando di Borbone.

Valichiamo cerimoniale e convenevoli reali e ci troviamo accomodati, al cospetto di S.M., al secondo piano dell’edificio ideato dal Marvuglia, dove si trova l’appartamento della Regina, in una delle due salette di ricevimento, sopra cui si staglia la grande terrazza ottagonale coperta dalla caratteristica pagoda, il cui soffitto è arricchito da decorazioni policrome di gusto orientale.

Maestà a soli sedici anni, nel 1752, il suo arrivo a Napoli per le nozze con Re Ferdinando di Borbone. Una giovane donna colta, intelligente, acuta con conoscenza di quattro lingue. Oltre al tedesco d’origine, anche il francese, lo spagnolo e l’italiano. Con studi del latino, della filosofia, del diritto. Competente nella botanica, nel canto, nella danza. Addirittura in pedagogia. Così tanta sapienza in una giovane donna?

– Ai nostri tempi chi nasceva in una Casa Reale era destinato ad un trono. Anche noi cadetti non potevamo evitarlo. Sin dalla più tenera età venivamo affidati ad istitutori, insegnanti, maestri, sacerdoti che avevano il compito di “crearci” sovrane e regnanti. Un mestiere che il più delle volte si rivela impegnativo, arduo, difficoltoso, addirittura pericoloso. Finanche fatale per mia sorella Maria Antonietta Regina di Francia.

Nel vostro caso, nel matrimonio con Re Ferdinando di Borbone che passerà alla storia come un sovrano poco attento agli affari di Stato, queste competenze – riteniamo – avranno trovato adeguato e, in alcuni casi, provvidenziale spazio. Si dice che neanche vi capivate. Voi parlavate un italiano perfetto mentre il Re si esprimeva solo in Napolitano.

La vostra storiografia non è stata generosa con Re Ferdinando. Certamente il nostro consorte avrà ha avuto una indole mediterranea molto accentuata. Molti maligni del suo tempo hanno addirittura paventato una paternità estranea al suo nobile Casato. Solo malignità. Più rispondente al vero la sua trascurata educazione da parte del reggente e suo tutore Bernardo Tanucci. Il Re, va ricordato, è salito al trono a soli otto anni, quando il padre Carlo III ascese al trono di Spagna, abbandonando la capitale partenopea. Tanucci teneva al suo potere. Si può immaginare che non ritenesse utile educare un bambino a essere un Re. Come dite voi nel vostro tempo, avrebbe creato un suo pericoloso “competitor”.

Ma voi siete venuta in soccorso…

Nei Lorena, la famiglia da cui provengo,la missione di regnare è stata costantemente nel sangue e soprattutto è sempre stata assolta, anche a costo della vita. Nostra sorella Maria Antonietta, la Regina imprigionata dai rivoluzionari francesi, purtroppo ne ha avuto contezza, lasciando la testa e il suo sangue sul patibolo.

Nostra madre Maria Teresa d’Asburgo, Imperatrice d’Austria, dandomi – per ragion di Stato – in sposa al Re di Napoli, consapevole delle nostre doti e delle nostre ambizioni, pretese nel contratto matrimoniale stipulato con Carlo III di Spagna, una clausola che ci garantiva alla nascita del primo figlio maschio, erede al trono, di diventare membro permanente e inalienabile del Consiglio di Stato.

Vostra Maestà passerà alla storia come una donna forte, intelligente, sottile nelle strategie. Per questo però più combattuta che ammirata. Una delle poche donne affiliate alla Massoneria. Una loggia di sole donne. Vostra Maestà farà abolire il divieto di associazione massonica nel Regno di Napoli. Stringerà alleanze con il governo inglese. Guiderà la politica estera del Regno di Napoli.

– Essere donna ai nostri tempi, più di adesso, non era certamente un vantaggio. Ogni strumento che ci consentisse di esercitare la nostra missione era quindi utile e necessario. La nostra affiliazione alla Massoneria va considerata anche sotto questo aspetto. I Francesi avevano decapitato la loro Regina, nostra sorella, e l’avvicinamento all’Inghilterra, dove la Massoneria è nata, era qualcosa di indispensabile. Anche nei vostri giorni è così. Molte delle più alte cariche pubbliche non possono fare a meno di appartenere alla Fratellanza Universale

Vostra Maestà scelse l’Inghilterra per reazione al misfatto francese o per calcolo politico?

– Non ci siamo mai lasciati influenzare dagli eventi. La nostra vicinanza agli Inglesi era dettata da ragioni che nel vostro tempo chiamate “strategiche”. Sconfitto Napoleone, con la Spagna in netta regressione, l’altra grande potenza era la Russia, con cui intrattenevamo buoni rapporti. L’Inghilterra però era la massima potenza navale. I cannoni dei loro vascelli erano l’arsenale atomico dei vostri tempi. Un piccolo Regno come il nostro doveva avere l’appoggio della più grande Potenza del tempo. Anche nei suoi giorni non mi pare sia molto diverso.

E quindi?

La nostra Reale Marina era la più forte d’Italia. Grazie alla amicizia con l’ammiraglio e baronetto John Acton, da voi chiamato Acton “il giovane”, che abbiamo voluto come nostro Ministro, abbiamo creato un naviglio mercantile e soprattutto militare che ci ha resi meno dipendenti dalla Spagna e più sicuri nei trasporti e nella difesa delle nostre coste. Ne sanno qualcosa i suoi conterranei, i Florio, che hanno potuto sviluppare commerci e trasporto di persone per mare con la loro Compagnia dei Battelli e dei Vapori Siciliani. I nostri Cantieri Navali di Castellammare di Stabia sono stati tra i più moderni d’Europa. Anche la vostra industria cantieristica, con i Cantieri Navali di Palermo, si è sviluppata grazie al sostegno inglese. Non può essere dimenticato.

Vostra Maestà ha sofferto molto a causa della Francia, rifugiandosi e chiedendo protezione all’Inghilterra. Lord John Acton, oltre a Ministro della Real Marina è stato da Voi voluto come Segretario di Stato, guidando la politica estera del Regno di Napoli. Politica estera, non a caso, da Voi suggerita. In molti hanno parlato di una vostra particolare relazione. Nonostante questo sono stati gli Inglesi poi a farla soffrire sino a costringerla, di fatto, all’esilio.

– Con la malaugurata minaccia dell’arrivo delle truppe napoleoniche a Napoli, nel dicembre del 1798 siamo stati costretti a recarci a Palermo, su suggerimento del baronetto Acton, imbarcandoci sulla nave ammiraglia HMS Vanguard dell’Ammiraglio Horatio Nelson. Sono stati i mesi della Repubblica Napoletana.

Molti hanno parlato di fuga. Noi non siamo fuggiti ma abbiamo salvato il nostro Stato, portando a Palermo, che le ricordo fungeva come seconda Capitale del Regno, fondamentali documenti di Stato, che sarebbero andati perduti se caduti in mani napoleoniche. Del resto questa è pure la giustificazione che, negli anni a lei vicini, un altro regnante sull’intera penisola adotterà per giustificare la fuga da Roma a Brindisi.

Vostra Maestà ha dovuto soggiornare due volte a Palermo. La prima volta per un semestre dal dicembre 1798 al giugno del 1799. La seconda volta per quasi otto anni, dal 1806 al 1813. Quali sono i ricordi di quella che Voi avete definito la seconda Capitale del Regno?

– Ai tempi delle nostre permanenze, Palermo era una città bellissima. Naturalmente i nostri maggiori ricordi poggiano sul secondo periodo di permanenza in Sicilia, durante quello che voi chiamate il “Decennio inglese”, quando l’Isola di fatto era un protettorato britannico con oltre sedicimila soldati inglesi di stanza permanente in Sicilia. La ricordo come una città con eleganti ville, parchi, giardini. Una città scenografica con i suoi palazzi barocchi e con i caratteristici mercati storici. La nostra Corte si adoperò molto per renderla più consona al suo ruolo di capitale, abbellendo luoghi come il Reale Parco della Favorita.

La Vostra venuta però ebbe a creare problemi di ordine demografico con aggravamento degli squilibri delle condizioni di vita fra aristocrazia grandiosa e popolino indigente.

– Noi non possiamo essere ritenuti responsabili della situazione che Voi mi riferite. La venuta della Corte a Palermo rese più ambiziosa l’aristocrazia siciliana. Tutti i nobili e notabili dell’Isola si riversarono in città. Tutti facevano a gara per mostrare sfarzo, lusso e magnificenza. Se il popolo ne ebbe a soffrire la responsabilità è da ascrivere alla nobiltà isolana. Noi abbiamo voluto donare a Palermo la dignità di vera Capitale, facendone quella che voi chiamerete una “Piccola Napoli”.

Si deve a Noi la riserva di caccia sotto il Monte Pellegrino, da voi oggi chiamato Parco della Favorita, con la Real Casina Cinese, dove ci troviamo e che abbiamo voluto fare decorare con i temi della natura e della quiete siciliana. Abbiamo anche voluto il Real Bosco della Ficuzza, con annessa Casina di caccia, fuori città.

Maestà ci può dire come si svolgeva la vostra vita a Palermo?

– Noi amavamo principalmente risiedere qui, nel luogo di questo nostro incontro, nella Palazzina Cinese. Era la nostra dimora preferita, per sfuggire alla rigidità della Corte, lontano dai protocolli e dai cerimoniali. Avevamo fatto predisporre quella che chiamavamo “tavola meccanica” che consentiva ai pasti di salire in sala da pranzo direttamente dalle cucine sottostanti, consentendoci di pranzare senza la presenza dei servitori per godere della massima riservatezza.

Il Palazzo Reale (che oggi voi chiamate dei Normanni), veniva da noi utilizzato per le funzioni ufficiali, per le udienze, per le riunioni di governo. Per il resto amavamo vivere prevalentemente nella tranquillità della natura.

Maestà le cronache giunte sino a noi parlano di una vostra dedizione verso la cucina siciliana e soprattutto verso la pasticceria siciliana.

– In effetti abbiamo avuto modo di apprezzare la vostra ricca pasticceria. Quella conventuale in special modo. Alcuni Maestri ci hanno voluto dedicare alcuni dolci, come quelli che voi chiamate “Biscotti della Regina” (Biscotti Regina oggi n.d.r.) Quei biscotti secchi ricoperti di sesamo (gingillino), dei quali coltivavamo un piacere quasi segreto. Durante le nostre frequenti visite nei Monasteri dell’Isola abbiamo spesso ricevuto in dono ceste di dolci elaborati, specialità preparate dalle monache, e gelati, molto in voga all’epoca tra i nobili.

Durante il vostro soggiorno nell’Isola la Corte curò molto le visite nelle città siciliane. Il tre maggio del 1806 Re Ferdinando e Vostra Altezza ebbero a visitare anche la nostra città. Quella che poi verrà dichiarata “Fedelissima”.

– Ritenevamo nostro dovere recarci presso le città del nostro Regno, in quel tempo – per ovvie ragioni – solo quelle della Sicilia. La sua Caltanissetta, in quel momento, era una delle nostre città e province più industrializzate e, possiamo dire, più ricche del Regno. L’industria mineraria e la coltivazione del grano vivevano un’età aurea. L’aristocrazia locale era tra le più in vista dell’Isola. Molti si erano anche trasferiti a Palermo. I duchi di Villarosa, i Notarbartolo, erano già a Palermo da quasi un secolo.

Cosa ricordate della vostra venuta a Caltanissetta?

– Quella prima volta, la nostra fu poco più che una visita. Caltanissetta era ancora una città feudale, sotto il dominio dei Moncada. Ci trattenemmo non molto. Ricordiamo però che fummo ricevuti con una fastosa celebrazione, con lo spettacolo della Maestranza delle corporazioni. Ci si fece omaggio militare con la milizia locale in alta uniforme. Non dimentichi che è stato durante la nostra permanenza in Sicilia che, nel 1812, venne promulgata la Costituzione conosciuta come Anglo-Siciliana, con cui venne abolito il feudalesimo. Grazie alla nuova suddivisione amministrativa voluta da Mauro Tumminelli e Filippo Benintende Caltanissetta divenne città Capovalle e poi Provincia, nonché sede di Corte Criminale. Come vede la vostra città deve molto ai Borbone in Sicilia.

Maestà invero le cronache parlano di una pressione inglese, da parte di Lord William Bentinck plenipotenziario della Corona Britannica in Sicilia, che indusse la Corona Borbonica all’adozione della Costituzione Siciliana, una delle più moderne e liberali del tempo. Poi però revocata dal Re vostro consorte non appena rientrato il pericolo napoleonico. Ma torniamo all’Inghilterra e alla vostra stretta relazione con Lord Acton e ai vostri difficili rapporti con Lord Bentinck.

  • I nostri incontri a Corte con il Ministro Acton, erano previsti tre giorni alla settimana. Discutevamo solo degli affari di Stato. Lord Acton viveva a Castellammare ma tornava a Napoli in quei tre giorni. Sappiamo che il Re, a volte, tendeva a credere alle voci di una nostra presunta relazione sentimentale. Noi con il nostro Ministro, oltre agli affari di governo, possiamo avere avuto – al più – delle affinità elettive. Un sentimento di profonda attrazione psicologica, intellettuale ed emotiva. Una sintonia forte, forse viscerale, basata su valori e interessi comuni. Qualcosa di cui parlerà Johan Wolfgang Goethe in un suo celebre romanzo nel 1809. Non va dimenticato che con Re Ferdinando, nostro consorte, abbiamo avuto ben diciotto figli, anche se solo sette sono sopravvissuti in età adulta.

Vostra Maestà parla di affinità elettive ma sono stati gli Inglesi a costringerla a un esilio di fatto, imponendo il vostro ritorno a Vienna.

– Mi meraviglio di questo vostro stupore. Quella che nei vostri giorni chiamate geopolitica è qualcosa che è sempre esistita. Come voi pare stiate assistendo a un cambiamento di atteggiamento del vostro maggiore alleato, per volontà del suo presidente, anche nel nostro tempo, al variare delle situazioni, il nostro maggiore amico e alleato, ebbe a mutare politica e adeguarla ai propri interessi. La vittoria di Waterloo su Napoleone da parte della coalizione guidata dal Duca di Wellinghton venne a far cessare ogni necessità di fronteggiare questo nemico dell’Inghilterra. Nei vostri giorni sarà così con la caduta di quello che voi chiamavate “Muro di Berlino”. Al variare delle situazioni variano interessi e priorità delle grandi Potenze.

Ma Voi Maestà forse avete fatto l’errore fatale di guardare verso la Russia.

Il rappresentante britannico in Sicilia, Lord William Bentinck, aveva ricevuto il compito dal Visconte di Castlereagh, ministro degli esteri britannico, di imbastire la nuova politica inglese di riassetto del mondo senza Napoleone. Il mondo all’epoca era diviso tra l’Europa e la Russia degli Zar. L’Inghilterra dopo Waterloo aveva come nemico non più la Francia di Napoleone ma la grande Russia di Alessandro I Pavlolic. Le nostre buone relazioni con gli Zar, avute costantemente ai tempi delle guerre napoleoniche, sia come Regina del Regno di Napoli, sia come figlia dell’Imperatore d’Austria, erano – in uno alla nostra particolare vicinanza con Lord Acton, di fatto rappresentante inglese a Napoli, prima di Bentinck – necessarie per fronteggiare la minaccia napoleonica.

  • Ma la Russia...
  • L’alleanza con gli zar era per noi vista come un baluardo utile a preservare l’assetto monarchico europeo minacciato dalla rivoluzione. Non c’è dubbio che il nostro atteggiamento favorì solide relazioni diplomatiche e commerciali tra il Regno di Napoli e l’Impero russo. Ciò ebbe a consentire scambi di diplomatici e merci tra il Mediterraneo e il Mar Nero, rafforzando la presenza russa nella politica mediterranea. Cosa che alla nuova Inghilterra post napoleonica non poteva essere gradita.

Maestà, da donna intelligente e attenta alle dinamiche internazionali, come mai non aveste ad accorgervene di questo mutamento da parte degli Inglesi?

– Forse va riconosciuta agli Inglesi, i potenti nel mondo di quel momento, una visione più cinica e lungimirante. L’impresa di Napoleone, che sotto l’egida della Francia, aveva creato una Europa unita di rimpetto al Canale della Manica aveva atterrito l’Inghilterra. Già al Congresso di Vienna l’Inghilterra aveva “progettato” una Europa divisa da forti Stati Nazionali. Unitari ma tra loro divisi e quindi deboli, proprio per scongiurare il pericolo di una unione europea forte politicamente e temibile militarmente. All’indomani del Congresso del 1815 Bentinck abbandonò la Sicilia, facendo credere di donarla al Regno di Napoli, abolendo di fatto il Regno di Sicilia antico fin dal 25 dicembre del 1130, ponendo – abilmente – il seme dell’odio siciliano verso i Borbone che sarà utile nei moti insurrezionali del 1820, 1848 e nei definitivi del 1860.

Bentinck temeva la nostra acutezza e non poteva permettere la solida alleanza che avevamo creato con la Russia. Nel vostro tempo qualcuno chiamerà questa strategia “la politica dei due forni”. Essere donna in quel tempo era un macigno non un peso. Mostrare poi delle doti diplomatiche e politiche era troppo. Fummo condotte quasi di peso a Vienna. Da nostro padre. Un’altra vittima designata per la creazione del futuro Regno d’Italia sotto l’egida dei Savoia. Una dinastia che si mostrò più abile e spregiudicata nel giovarsi dei cambiamenti e delle relative opportunità. Cosa che non comprese nostro nipote Re Ferdinando II delle due Sicilie e il povero figlio Francesco II, cui fu strappato il Regno.

Con questa ultima risposta la Regina ci mostra lo sguardo fiero ma consapevole di non avere potuto sostenere il confronto con la maggiore Potenza politica, economica e militare del suo tempo, dovendo assistere all’inizio della dissoluzione del suo Regno, conclusa con l’impresa garibaldina.

Lasciamo sua Maestà coscienti di essere, in fondo, anche noi i discendenti dei sudditi di quel Regno oggi scomparso perché la storia non può essere fermata, né con la grazia, né con la bellezza, né con l’acume di una giovane Regina di quel tempo.

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