Intervista (impossibile) a un Commissario di Polizia. Salvo Montalbano

Lillo Ariosto
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Stanchi di giornate di pioggia, con cielo nuvoloso e luce incolore, decidiamo di recarci sulla costa girgentana, dove da bambini andavamo a villeggiare, piantando l’ombrellone sulla spiaggia dorata una volta di “Canelle”, a Porto Empedocle. Siamo fortunati. Troviamo il sole e la schiuma di un mare azzurro che riflette un cielo di un bel celeste luminoso. Guardiamo “a mano manca” (a sinistra n.d.r.) e scorgiamo una figura solitaria seduta sull’ultimo tratto del “Molo di Girgenti”. Un lampo ci illumina la mente. Ci incamminiamo in direzione del porto. Allunghiamo il passo. Non possiamo lasciarci sfuggire l’occasione. Imbocchiamo l’entrata. Sulla destra adesso ha trovato sede un circolo marinaro, con una bella terrazza sul mare. Lui è seduto ad un tavolo. Un caffè e un bicchiere di “acqua ccù i spinguli” (acqua con gli spilli=acqua frizzante n.d.r.). Ci armiamo di coraggio e iniziamo arrembanti.

– Buongiorno Commissario Montalbano. Ci scusi l’intrusione ma da oltre trent’anni leggiamo di lei. Dai primi anni Duemila lo seguiamo nella serie televisiva. Di professione avvocato… e scriviamo, per diletto, su un magazine on.line. Saremmo felici se ci concedesse una breve intervista.

– Gentile amico lei mi sembra sia fortunato, oltre che audace. Non tanto perché mi abbia incontrato ma soprattutto perché non mi ha disturbato a tavola durante il mio pranzo.

– Da “Calogero”. A Porto Empedocle. Una istituzione.

– Una volta… da “Calogero”. Lei saprà che la trattoria di Calogero è chiusa da molto tempo. Forse da prima che io prendessi vita, con “La forma dell’acqua” nel 1994.

– Ha ragione. Ma non ci neghi questa conversazione. Lei rappresenta la Sicilia nel mondo.

– Una Sicilia immaginaria. Comunque, visto che siamo qui. Gradisce un caffè?

Facciamo cenno alla ragazza del bar di portarci un caffè e, sempre con l’audacia di prima, con artificiale naturalezza, ci rivolgiamo al personaggio del romanzo in carne e ossa.  

– La ringraziamo per il tempo che riterrà di concederci. Vorremmo però, se non ha nulla in contrario, che la nostra conversazione si svolgesse in italiano e non nella lingua inventata dal suo autore: il “Camillerese”. Cosa ne pensa?

– Vedo che lei sembra soffrire il “folclore” di cui il mio creatore ha voluto dotarmi. L’italiano è una lingua bellissima, pulita, precisa ma è una lingua che nella realtà tiene le distanze. L’intento del Maestro Camilleri – forse a ragione – visto il successo che ho avuto nei libri e nella serie televisiva, è stato quello di dare “un corpo” a un anonimo funzionario di polizia che opera in una terra (non) anonima. Ne converrà che il mio “dialetto”, diverso dalla lingua siciliana, è un trucco per rendere “adeguato” il mio personaggio alla “variopinta” realtà di Vigata. Una realtà “particolare” che richiama alcune peculiarità e molti paradossi con cui, anche lei nella vita di ogni giorno, si deve confrontare nella sua Sicilia reale.

– La ringraziamo per la sua preziosa precisazione. Siamo abituati, per professione, alla mediazione e al compromesso. Le proponiamo quindi di usare entrambe le lingue, cercando di far comprendere meglio possibile – a chi ci vorrà leggere – il nostro dialogo.

– Apprezzo la sua proposta “conciliativa”.

– Procediamo allora con una prima domanda essenziale. Cosa pensa del suo creatore, il Maestro Andrea Camilleri?

– Devo dirle che il mio rapporto con lui è stato sempre un pò complicato. Se da una parte devo ringraziarlo per avermi dato vita, dotandomi anche di una dose apprezzabile di intelligenza e di acume per districarmi nelle complicate e a volte paradossali vicende in cui mi ha calato, dall’altro mi sembra che si sia divertito a mettermi nei guai. A volte mi fa litigare al telefono con Livia, magari quando mi sono appena seduto a tavola per gustarmi la pasta “ncasciata” di Adelina. Le confesso che in alcune occasioni mi sono sentito come un “pupo” nelle sue mani. Però gli devo tutto. Mi ha insegnato a guardare le cose non per come appaiono, ma per come sono veramente. Adesso che lui non c’è più mi sento un pò più solo quando mi affaccio sulla veranda della mia casa a Marinella.

– Già la casa di Marinella, con quella terrazza costruita quasi sul bagnasciuga della spiaggia. Non le pare un pò “strana”?

– Me lo lasci dire. Si vede che lei è un avvocato imprestato alla scrittura. Lei vede una costruzione sulla spiaggia e non vede la poesia della sabbia bagnata dalla schiuma delle onde del mare di Marinella. Dove e come potrebbe vivere Montalbano? Un amante del mare e della solitudine. La casa della fiction televisiva è l’immagine dell’incanto in cui Montalbano è incastonato. Si affaccia sul mare che pare potersi toccare con la mano stando sdraiati sul divano davanti al televisore. Io, il vero Montalbano, quello dei libri, quello di carta, la mia casa me la sono sempre immaginata diversa, più… come dire… regolare. Una villetta, non antica ma che sta lì da tempo. Con le sue fondamenta solide e il permesso di costruire che non teme manco l’Ispettorato più severo. Certo, se guardiamo bene come si è costruito in Sicilia negli ultimi cinquant’anni, ci sarebbe da farsi venire i capelli dritti. Capelli che in TV non ho.

Se vuole, diciamo che è quella casa sulla spiaggia, nella fiction televisiva è solo una “licenza poetica”.

– Prima ha fatto riferimento alla sua storia d’amore con Livia. Vorrà riconoscere che è, o è stata, una relazione “particolare”. Come può, o meglio poteva, durare una simile relazione “a distanza”?

– Continuo a constatare che lei mi stuzzica andando ad aprire gli armadi (con scheletri) dei miei sentimenti. Per me è materia molto più complessa di un caso di omicidio. Partiamo dal fatto che il mio rapporto con la signorina Livia è fatto di amore. Un amore, è vero, “a distanza”. E’ per me l’unico modo, o se ritiene l’unica “forma” sicura, di potere nutrire un sentimento amoroso. Uno come me, al di là della pericolosità concreta del mio lavoro, ha bisogno di silenzi, di spazi, di sicurezze proprie. Montalbano necessita della tranquillità del mare che ammiro ogni mattina svegliandomi. Livia è la mia àncora nel mio mare. Un’àncora che sta a distanza, nei pressi di Genova, che ha un altro mare. Diverso dal mio. Un mare che non cambierei per nulla al mondo. Neanche per la signorina Livia.

– Ma non crede che questa “forma” del suo amore sia un pò “maschilista” o comunque monolaterale?

– E perché mai? E’ Livia che vive lontano da me. E’ lei che mi viene a trovare e poi è lei che“deve” tornare a Boccadasse. Non ho mai chiesto a Livia di lasciare il lavoro. Rispetto “la sua distanza”. Ci amiamo al telefono, ci amiamo nelle litigate furiose per un appuntamento mancato o per un ritardo del treno. Ci amiamo quando lei scende a Marinella e la casa si riempie di un profumo diverso dall’altro che amo che è quello della cucina di Adelina.

– Ma lei si chiede se Livia è d’accordo?

– Lo so. Lei, Livia, mi vorrebbe diverso. Vorrebbe che io fossi più presente, meno sbirro, meno “siciliano” nel senso peggiore del termine. E io, certe volte, mi sento un traditore… non solo perché ogni tanto l’occhio mi cade su qualcuna che incontro durante le indagini, ma perché il mio vero matrimonio l’ho fatto con la questura di Vigata. Mi creda, è un amore faticoso. Ma io e Livia siamo fatti così. Siamo come due linee che corrono parallele e che si toccano solo ogni tanto. Per non farsi troppo male. Ma adesso la prego di passare ad altro argomento. Mi pare di essere sul lettino dell’analista.

– D’accordo. Non volevamo. Parliamo del suo personaggio. Il suo creatore, Andrea Camilleri, nei suoi romanzi ne ha tratteggiato una figura abbastanza singolare ma entro limiti discreti. Il personaggio televisivo, ne converrà, ha assunto dei tratti molto particolari, a volte molto marcati. Il motto: “Montalbano sono!” pare echeggi ancora nei corridoi di tanti uffici.

– Nel romanzo sono un uomo che cerca di vivere in una terra difficile, dove il nero non è mai nero e il bianco si mischia continuamente con il grigio. Non è semplice districarsi in questo ambiente. A volte se qualcuno interrompe un pranzo, è vero, mi innervosisco. Così come posso perdere il lume della ragione se un caso non mi quadra o se mi si vuole far perdere tempo dietro la firma di carte e fascicoli.

Il personaggio della fiction segue invece delle regole proprie, consone al mezzo televisivo. allontanando ogni interlocutore. Ma chi poteva proteggermi? In un mondo dove tutti gridano e si mettono in mostra, io mi sono rifugiato nei miei riti. Se questo mi fa sembrare un personaggio da teatro dei pupi, che sia pure. Almeno io, in questo teatro, so bene qual è il filo che mi muove. Quel filo è la mia coscienza.

– Lei saprà che il suo nome, Montalbano, le è stato dato in omaggio all’autore che il suo creatore Andrea Camilleri, riteneva un grande del genere poliziesco, lo scrittore Vasquez Montalban.

– Certo che lo so. Manuel Vázquez Montalbán era un uomo di scrittura fina e il suo Commissario Carvalho nutre una passione smodata per la buona cucina. Chi mi ha creato non ha mai nascosto di avermi battezzato così per amicizia e stima verso quello spagnolo che ha inventato Pepe Carvalho. Ma non sono una sua “brutta copia”. Carvalho e io siamo come due rami dello stesso albero mediterraneo. Tutti e due amiamo la buona tavola, tutti e due siamo scettici verso il Potere e tutti e due abbiamo un rapporto complicato con le donne e con la legge. Lui si muove tra le ramblas di Barcellona mentre io respiro il profumo del mare di Vigata. Essere un omaggio non significa essere una fotocopia sbiadita. Significa avere radici comuni. Se lei legge bene, capisce che io sono siciliano fino al midollo, con tutte le mie storture e le mie malinconie che uno spagnolo, con tutto il rispetto, non può avere allo stesso modo.

– E poi a Carvalho manca un Catarella mentre ha Biscuter, il maggiordomo-cuoco-tuttofare.

– Mi perdoni la franchezza, ma paragonare Catarella a Biscuter è come voler scambiare una granita di limone con una crema catalana. Hanno la stessa funzione di rinfrescare l’anima, ma la consistenza è tutta un’altra cosa. Biscuter è l’ombra di Pepe, il suo angelo custode ai fornelli, colui che gli prepara la cena e gli tiene in ordine l’ufficio. È un collaboratore domestico e professionale. Catarella no. Catarella è il mio “terremoto” quotidiano. Non mi cucina nulla. Se entra nel mio ufficio rischia di abbattere la porta. Biscuter è un uomo che ha conosciuto il carcere e la strada, ha una saggezza pratica e rassegnata. Catarella vive in un mondo tutto suo, fatto di nomi storpiati e di una logica che pare non avere logica. In comune hanno solo una cosa: la fedeltà assoluta. Entrambi darebbero la vita per noi, anche se Catarella probabilmente lo farebbe inciampando in un tappeto.

– Cosa pensa di Zingaretti. L’attore che lo ha impersonato in televisione?

Luca Zingaretti ci ha messo la faccia, la voce, quella camminata decisa con le gambe storte. Ma me lo lasci dire, vederlo in televisione è come guardarsi in uno specchio che pende un poco. Mi somiglia. Ma non sono io. Certe volte lo vedo che sorride troppo o che si muove con una sicurezza che io sulla carta non sempre sento di avere. E poi, diciamolo chiaramente… io i capelli ce li ho. La scultura che mi ritrae sul corso nella vera Vigata (Porto Empedocle) ne ha, e molti. Tirati all’indietro, un po’ come il Commissario Ingravallo, del primo giallo italiano “Quel pasticciaccio brutto di via Merulana” scritto da Carlo Emilio Gadda. La verità è che Luca ha interpretato il Montalbano della gente, quello che piace a tutti, quello che risolve i casi e poi si fa la nuotata liberatoria con la musica di sottofondo. Io, quello vero, ho più malinconie, più silenzi che la televisione non può inquadrare perché sennò lo spettatore si stanca e cambia canale. Io sono fatto di parole che si leggono piano, lui è fatto di immagini che corrono veloci.

– Passiamo a qualcosa di più “reale”. Cosa pensa della cucina siciliana?

La cucina siciliana è un rituale sacro che si celebra in tutte le famiglie dell’Isola. Io, Montalbano, come saprà, amo celebrare questo rito in solitudine. Se proprio devo avere un commensale, deve stare in assoluto silenzio. Per me è pacifica la “superiorità” della gastronomia dell’Isola su ogni altra. Mangiare per Montalbano è un atto di tutela della vita e una metafora della sensualità siciliana. Ogni piatto mi evoca ricordi d’infanzia e un senso di appartenenza viscerale alla mia terra. Montalbano è un purista. Amo le ricette preparate alla maniera di una volta e diffido delle manipolazioni culinarie. La cucina di Montalbano è fatta di ingredienti semplici ma forti, maschi, potenti. Melanzane fritte o ampiamente condite, sarde, finocchietto selvatico e olio d’oliva. Il burro è rigorosamente vietato.

– Per lei cosa è la Sicilia?

La Sicilia non è solo un luogo geografico, ma una vera e propria condizione esistenziale. Il mio rapporto con l’Isola è profondo, viscerale, fatto di continui contrasti. Un amore assoluto per la sua bellezza e un’insofferenza per le sue storture sociali e politiche. E’ una bellezza tragica, da tragedia greca. Questa bellezza convive con una storia segnata da secoli di dominazioni e ingiustizie. Nonostante questo il mio legame è così potente e forte che ho rifiutato promozioni o trasferimenti che mi avrebbero allontanato da Vigàta. Per me vivere altrove sarebbe come perdere una parte di me.

– Come vede il futuro?

Lo vedo con malinconia e disillusione. Essendo io un personaggio creato per la pagina scritta e solo dopo per la televisione sono perfettamente consapevole di avere, come le persone reali, una fine. Convivo con l’incertezza esistenziale di cui soffriamo tutti. Avverto il peso del tempo e di un mondo che cambia in modi che non posso approvare ma solo subire. Il futuro, come per tutti, è un “territorio ignoto” dove le nostre certezze sbiadiscono. E poi il mio futuro ha già subito una svolta. Ho deciso di lasciare Livia per un’altra donna, nel “Metodo Catalanotti”. Come persona fisica mi sono arreso alle fragilità del tempo. Non inseguo più il futuro con la naturale ansia ma affronto il “giro di boa” che porterà alla conclusione della mia avventura. Come personaggio letterario ho addirittura sfidato chi mi ha creato….

– Riccardino….

– Essere un personaggio di carta è un destino in fondo perfido. Camilleri in “Riccardino” mi ha messo a confronto con me stesso, anzi con il “Montalbano della televisione” che ormai la gente confondeva con l’originale. Mi ha fatto svanire come nebbia al sole di mezzogiorno. Mi ha trasformato in un pensiero, in una parola scritta che si cancella, pian piano, sino a lasciare solo una macchia di inchiostro. Mi ha però risparmiato la vecchiaia rimbambita, la pensione con le cerimonie ufficiali e le medaglie (che avrei detestato) del Questore Bonetti-Alderighi. Per questo lo ringrazio. Mi ha fatto diventare un mito.

A volte mi domando se avrei preferito restare un uomo, con le mie ansie e i miei desideri.

Magari con un piatto di pasta “ncasciata” di Adelina.

Da gustare in santa pace sulla terrazza con la spuma del mare negli occhi.

Abbiamo finito il nostro caffè nero. Il profumo del mare ci assale benevolmente. Osserviamo il nostro Commissario con il suo sguardo lontano, ma sempre sul mare. All’orizzonte ci sembra salga “Un filo di fumo”. Forse un piroscafo russo.

Che sia un (altro) segno del Maestro Andrea Camilleri?

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