Un innocente portato alla gogna da una (volutamente?) incontrollata campagna di stampa.
Come abbiamo scritto in occasioni di precedenti interviste “sempre impossibili”, recentemente abbiamo avuto sottomano alcuni vecchi settimanali che ci hanno accompagnato nei nostri “anni ruggenti” della passione politica giovanile. Abbiamo avuto quindi modo di (ri)sfogliare un periodico che settimanalmente acquistavamo, che fu artefice di una campagna di stampa che costrinse, per la prima volta in Italia, alle dimissioni di un Presidente della Repubblica. Quel Capo dello Stato era un insigne giurista, cattedratico, avvocato, persona quieta, politico moderato, a suo modo elegante e forse di altri tempi.
Giovanni Leone.
A dispetto di ogni coordinata temporale, lo incontriamo per la nostra consueta domenicale intervista “impossibile”.
– Presidente Leone perché venne eletto come Presidente della Repubblica?
– Fui eletto il 24 dicembre 1971 al termine della più lunga maratona elettorale nella storia della Repubblica. Durò ben 23 scrutini. La mia elezione fu il risultato di un profondo stallo politico. I principali leader della Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani e Aldo Moro, videro le loro candidature sfumare a causa di forti divisioni interne al partito e per l’azione dei cosiddetti “franchi tiratori”. La mia esperienza come giurista, la veste di Presidente della Camera per otto anni e quella, per due volte, di Presidente del Consiglio, anche se in governi di transizione, mi presentava come una figura moderata capace di garantire stabilità in un momento di forte tensione politica.
– Ottenne una maggioranza che fu oggetto di forti polemiche politiche.
– Ottenni 518 voti su 1.008, appena 13 in più del quorum richiesto. Come ho detto, la situazione politica all’interno del mio partito aveva creato una paralisi. Fu anche grazie al sostegno determinante dei parlamentari del Movimento Sociale Italiano, oltre a quelli di DC, liberali, monarchici e socialdemocratici che si pervenne alla mia elezione. Fu una scelta di mediazione, da cui rimasi personalmente estraneo, “necessaria” per uscire da un’impasse che rischiava di lasciare l’Italia senza un Capo dello Stato. Comunque, né da me, né la DC – almeno formalmente – vennero chiesti i voti missini.

– Quindi non avrebbe voluto essere eletto Presidente della Repubblica?
– La mia natura è sempre stata quella del giurista e dell’uomo di mediazione, più che quella del politico che insegue la carica suprema. Arrivai al Quirinale come una soluzione di necessità per una democrazia in stallo. Non era un mistero che preferissi la tranquillità dei miei studi giuridici o la carica di Senatore a vita che, del resto, ricoprivo già dal 1967. Tuttavia, come ebbi a dichiarare nel mio discorso di insediamento, intesi il mio ruolo come quello di un un servitore dello Stato che si limita a vigilare affinché le regole siano rispettate. Ho impersonato la figura scolastica di “Notaio della Costituzione”.
– Perché allora fu condotto un attacco mediatico, contro la sua persona dal settimanale L’Espresso, con la giornalista Camilla Cederna?
– L’attacco condotto da L’Espresso fu scatenato da un insieme di sospetti politici e accuse di corruzione che trovarono terreno fertile nel clima teso degli anni di piombo. Il settimanale identificò in me il misterioso “Antelope Cobbler”, il nome in codice del destinatario di tangenti versate dalla società americana Lockheed per l’acquisto di aerei C-130. La Cederna prese di mira la mia famiglia. Coniò, in senso dispregiativo, per mia moglie Vittoria, il termine First Lady mai prima usato in Italia.
– A chi apparteneva l’Espresso all’epoca del suo, oggi lo si può dire, “linciaggio” mediatico?
– La proprietà all’epoca era dell’editore Carlo Caracciolo, fratello di Marella, moglie di Gianni Agnelli. Era un nobile, aveva il titolo di Principe di Castagneto. Va detto che Caracciolo mantenne sempre una indipendenza economica e di pensiero dal proprietario della Fiat. Dopo aver fondato L’Espresso nel 1955 insieme ad Arrigo Benedetti e con il sostegno finanziario di Adriano Olivetti, Caracciolo ne aveva assunto il controllo. Nel 1976, poi, con Eugenio Scalfari fondò il quotidiano la Repubblica. Era un editore puro ma fortemente appassionato politicamente.
– L’attacco fu violento e senza esclusione di colpi.
– L’Espresso dipinse un ritratto falsificato della mia famiglia fatto di malcostume e traffici privati. Un vizio di una parte della Sinistra. Gettare fango e creare una realtà artificiale che mal si concilia con l’immagine di sobrietà richiesta al Capo dello Stato. Va anche detto che l’attacco mediatico ebbe successo perché mi ritrovai isolato. Sul piano politico il Partito Comunista Italiano, nel clima del “Compromesso Storico”, vedeva nelle mie dimissioni una condizione necessaria per continuare nel dialogo iniziato con Moro.

– Quindi il PCI fu il responsabile politico?
– Il PCI di Enrico Berlinguer, pur non essendo l’autore materiale dell’attacco, vide nelle mie dimissioni una opportunità politica per dimostrare rigore morale e facilitare la transizione verso una nuova fase politica dopo l’assassinio di Aldo Moro. Fu proprio il PCI a chiedere formalmente le dimissioni il 14 giugno 1978. C’era poi un complesso intreccio di ragioni politiche e ideologiche tipiche di quel periodo di profonda crisi istituzionale e sociale. Divenni il bersaglio ideale per canalizzare l’indignazione pubblica.
– L’attacco mediatico di cui lei fu oggetto da parte dell’Espresso aveva quindi una relazione con il sequestro Moro?
– L’attacco mediatico e la successiva caduta della mia presidenza furono strettamente intrecciati al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro. Sebbene le accuse formali de L’Espresso riguardassero lo scandalo Lockheed, il clima politico creato dal dramma di Moro rese la mia posizione insostenibile.
Ritengo poi che a qualcuno, anche nostro alleato estero, non piacque la mia posizione sulla dolorosa vicenda dell’esponente DC. Durante i giorni del sequestro, io ero favorevole a una soluzione umanitaria per salvare Moro. Questa mia posizione contrastava nettamene con la “linea della fermezza” imposta dal governo Andreotti e sostenuta con vigore dal PCI.
– Quale è la sua opinione sulle vere cause del sequestro Moro?
– La mia opinione sulle vere cause del sequestro di Aldo Moro è sempre stata legata alla necessità di superare la superficie degli eventi per guardare alle dinamiche profonde del potere di quegli anni.
Il Compromesso Storico oggi pare si possa acclarare era il primo bersaglio. Il sequestro avvenne proprio il giorno in cui il governo Andreotti stava per ottenere la fiducia con il voto favorevole del PCI. Le Brigate Rosse volevano colpire il simbolo vivente di questo accordo tra le forze popolari cattoliche e comuniste, una strategia che Moro considerava vitale per la sopravvivenza della democrazia italiana.
– Ma Moro sapeva del veto americano.
– Moro era consapevole che la sua apertura verso il Partito Comunista non era vista con favore dagli Stati Uniti. Nelle sue lettere dalla prigionia, lo stesso Moro si domandava se la “linea della fermezza” adottata contro di lui fosse influenzata da indicazioni estere. Io, con Craxi, fui tra i pochi a sostenere apertamente la via della trattativa umanitaria. Ero convinto che la salvezza della vita umana dovesse prevalere sulle ragioni di Stato. Ero in procinto di concedere la grazia alla brigatista Paola Besuschio, un gesto che avrebbe potuto cambiare l’esito del sequestro, ma fui isolato e fermato dai leader del mio stesso partito e dal governo. Mi sono spesso chiesto se la tempestività con cui le Brigate Rosse uccisero Moro, proprio quando stavo per firmare il provvedimento di grazia, fosse casuale o se rispondesse a ordini superiori che miravano a eliminare definitivamente uno statista diventato ormai scomodo per tutti gli schieramenti.
– Quale ruolo, secondo lei, ebbe l’Amministrazione Americana nella sua caduta da Presidente della Repubblica Italiana?
– L’Amministrazione americana non ebbe un ruolo diretto nel richiedere le mie dimissioni. L’origine della crisi che portò alla mia caduta fu indubbiamente innescata da atti provenienti dagli Stati Uniti. La tempesta ebbe inizio nel 1976, quando una sottocommissione del Senato degli Stati Uniti, la Commissione Church, rivelò che la società aerospaziale Lockheed aveva pagato tangenti in vari Paesi, tra cui l’Italia, per favorire l’acquisto di aerei militari C-130 Hercules. Gli atti inviati contenevano riferimenti a un misterioso destinatario di tangenti chiamato “Antelope Cobbler”. L’Espresso interpretò arbitrariamente questo nome in codice come un riferimento al Presidente del Consiglio dell’epoca dell’acquisto, carica che io ricoprivo nel 1968. Sebbene i documenti americani fossero pieni di omissioni la loro diffusione scatenò una caccia al colpevole che destabilizzò i vertici dello Stato italiano. Se una responsabilità ci fu dell’Amministrazione Americana dell’epoca, con la presidenza Carter, fu quella di non tenere conto delle fragili dinamiche politiche italiane del periodo.

– Quale fu, secondo lei, il ruolo dei Servizi Segreti Italiani?
– I documenti arrivati dagli Stati Uniti sulla corruzione Lockheed passarono attraverso i canali istituzionali e di sicurezza. In quel periodo, i servizi – il SID, poi riformato nel 1977 in Sismi e Sisde – erano attraversati da forti tensioni interne. Il mancato chiarimento tempestivo su chi fosse realmente il misterioso “Antelope Cobbler” lasciò che il sospetto si abbattesse su di me senza alcun filtro difensivo istituzionale. Inoltre, oggi possiamo dirlo, i Servizi Segreti ebbero la volontà di non trovare il covo delle Brigate Rosse. Come Presidente era formalmente a capo del Consiglio Supremo di Difesa e quindi mi trovai al vertice di una macchina statale non capace di assicurare la liberazione di Moro. I servizi segreti non mi fornirono gli strumenti per difendermi, permettendo di fatto che le ambiguità internazionali dello scandalo Lockheed fossero usate come arma politica per colpire un Presidente che, nel caso Moro, stava cercando una via autonoma e umanitaria.
– Ha mai pensato che la sua caduta fosse funzionale alla elezione di un Presidente della Repubblica Italiana non democristiano? Dopo di lei fu eletto il socialista Pertini.
– E’ un pensiero che ha sfiorato non solo me ma molti osservatori politici e storici. Le mie dimissioni aprirono la strada a un cambiamento radicale negli equilibri del Quirinale. La mia caduta segnò la fine dell’egemonia democristiana sul Quirinale. Fino a quel momento, la Presidenza della Repubblica era stata quasi ininterrottamente una prerogativa della Democrazia Cristiana, con la sola eccezione del socialdemocratico Saragat, molto gradito all’Amministrazione Americana. Si andò alla ricerca di una figura di rottura. Sandro Pertini, con il suo passato partigiano e la sua integrità morale indiscussa, rappresentava l’opposto perfetto del “politico di palazzo” che la stampa aveva dipinto per abbattere me. L’elezione di Pertini fu il frutto di una intesa tra DC, PSI e PCI, anticipando la formula della “Solidarietà Nazionale”. Accanto a Pertini c’era un Segretario Generale del Quirinale che dava le dovute garanzie ai nostri Alleati.
– Delle vere ragioni e delle conseguenze della sua caduta ne abbiamo parlato. Si è mai chiesto però perché fu proprio la giornalista Camilla Cederna a costruire l’attacco mediatico?
– Camilla Cederna, trasformò la sua penna in un’arma politica. Scrisse un libro “Giovanni Leone, Carriera di un Presidente”, pubblicato da Feltrinelli, che raccoglieva le sue inchieste giornalistiche sul caso Lockheed e presunti comportamenti inopportuni della mia famiglia. Vendette oltre 600.000 copie. Dopo le mie dimissioni, per i contenuti del suo libro, fu successivamente condannata per diffamazione in tre gradi di giudizio. La riabilitazione ufficiale della mia figura arrivò solo decenni dopo, con le scuse pubbliche di esponenti politici, come quelle di Emma Bonino e Marco Pannella dei Radicali e il riconoscimento della mia onestà da parte del Presidente Giorgio Napolitano.

– Sua moglie, Donna Vittoria, pensa che sia stata causa delle sue dimissioni?
– Donna Vittoria Michitto, mia moglie, non la ritengo affatto causa delle mie dimissioni. Nelle sue testimonianze ha espresso chiaramente la sua opinione. Ha denunciato come le accuse di malcostume e i “falsi dossier” sulla sua vita privata facessero parte di un immenso polverone creato per screditare la mia figura. Secondo mia moglie, il vero scopo dell’attacco era favorire un cambio nella gestione del Paese in favore della Sinistra e distogliere l’opinione pubblica dai veri scandali dell’epoca.

– Quali risultati furono conseguiti dall’Italia durante la sua Presidenza?
– Nonostante il clima di estrema tensione politica e sociale degli “anni di piombo”, durante la mia presidenza l’Italia raggiunse traguardi legislativi e sociali di portata storica che modernizzarono profondamente il Paese. Il nuovo Diritto di Famiglia del 1975, rappresenta forse il risultato più importante del periodo. La Legge 151/1975 sancì la completa parità giuridica tra i coniugi, abolì la figura del “capofamiglia” e riconobbe uguali diritti ai figli nati fuori dal matrimonio. Sotto la mia presidenza si tenne nel 1974 lo storico referendum sul divorzio, che confermò la volontà degli italiani di mantenere la legge Fortuna-Baslini. Nelle ultime settimane del mio mandato, furono approvate leggi epocali come la Legge 180, la “Legge Basaglia”, che dispose la chiusura dei manicomi, e la Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. In entrambi i casi esercitai con la massima discrezione istituzionale. Durante i terribili giorni della vicenda Moro, riuscii a garantire la tenuta democratica durante la più grave emergenza nazionale. Mantenni l’Italia saldamente inserita nel contesto europeo e atlantico, anche attraverso numerose visite di Stato e importanti discorsi volti al consolidamento del prestigio del Parlamento.
– Cosa pensava, veramente, di Andreotti?
– Il mio giudizio su Giulio Andreotti è segnato da un profondo senso di solitudine istituzionale. Durante il sequestro Moro le nostre posizioni furono opposte. Mentre il governo Andreotti scelse la via dell’intransigenza assoluta, io ero convinto che la salvezza della vita umana di Aldo dovesse prevalere. Mi sentii isolato dal suo esecutivo. Ricevevo telefonate di cortesia da Andreotti e da Cossiga, ma stranamente i Servizi Segreti smisero di inviarmi le informative riservate che invece arrivavano regolarmente a Palazzo Chigi. Andreotti, insieme a Benigno Zaccagnini, fu colui che mercoledì 14 giugno 1978 mi illustrò le ragioni politiche che rendevano ormai inevitabili le mie dimissioni. Nonostante la mia innocenza nell’Affaire Lockeed, il suo governo e la DC decisero di non difendermi per salvaguardare l’equilibrio con il PCI. Per anni ho avuto l’impressione che la DC, sotto la guida di Andreotti, mi considerasse un “Notaio della Costituzione” sì, ma che doveva adeguarsi alle direttive del partito.

– Un suo giudizio su Cossiga?
– Il mio giudizio su Francesco Cossiga è complesso e si è evoluto nel tempo, passando dalla collaborazione istituzionale a una profonda amarezza per gli eventi del 1978. Cossiga era il Ministro dell’Interno durante i 55 giorni del sequestro. Nonostante la stima per le sue doti, vissi con disagio la sua totale adesione alla “linea della fermezza”. Mentre io cercavo canali umanitari per salvare l’amico Aldo Moro, Cossiga gestiva la crisi con un rigore che lo portò “apparentemente” a dimettersi subito dopo il ritrovamento del corpo in via Caetani. Cossiga fu tra coloro che, pur conoscendo la mia integrità, non riuscirono, o non poterono, o non vollero arginare l’ondata che mi spinse alle dimissioni. La riflessione amara riguarda il fatto che proprio Cossiga, che si era dimesso da Ministro assumendosi la “responsabilità oggettiva” per la morte di Moro, riuscì in seguito a compiere una rapidissima ascesa politica fino alla Presidenza della Repubblica nel 1985. Questa circostanza mi diede la conferma di come io fossi stato il capro espiatorio di una stagione che altri, nonostante i fallimenti, riuscirono a cavalcare.

– E Craxi?
– Il mio giudizio su Bettino Craxi è caratterizzato da una distinzione tra la sua condotta durante la crisi del 1978 e la sua successiva ascesa politica. Durante il sequestro di Aldo Moro, Craxi fu l’unico leader di un grande partito a sostenere apertamente la “linea umanitaria”. In questo, si trovò paradossalmente più vicino alla mia sensibilità rispetto ai leader del mio stesso partito e del PCI. Egli comprese che salvare la vita di Moro era un dovere morale e politico, ma la sua voce rimase minoritaria di fronte al muro della fermezza innalzato da Andreotti e Berlinguer. Nonostante la vicinanza sul caso Moro, però il Partito Socialista guidato da Craxi non si oppose al clima di sospetto che mi travolse. Craxi stava costruendo l’autonomia del PSI e la mia caduta era funzionale a rompere il monopolio democristiano sul Quirinale, aprendo la strada all’elezione del suo compagno di partito, Sandro Pertini.
– Il suo rapporto con la Democrazia Cristiana nei suoi anni?
– Il mio rapporto con la Democrazia Cristiana è stato segnato da una fedeltà assoluta, ma anche da un’amarezza finale che definirei profonda e incancellabile. La DC non era un blocco monolitico, ma un arcipelago di correnti spesso in guerra tra loro. Io mi sono sempre considerato un uomo di mediazione, un tecnico del diritto prestato alla politica, ma ho sofferto nel vedere come le ambizioni personali dei leader di corrente, come i vari Fanfani, Andreotti, Rumor finissero spesso per prevalere sull’interesse comune e sulla difesa delle istituzioni. Durante il sequestro Moro, rimasi profondamente deluso dalla rigidità del partito. La DC di Zaccagnini e Andreotti volle dimenticare quella radice cristiana di pietà e attenzione alla persona che avrebbe dovuto spingere a tentare ogni strada per salvare Aldo. Ero però consapevole che la DC fosse l’unico baluardo contro derive autoritarie o estremiste, ma vedevo con preoccupazione il logoramento morale che il potere ininterrotto stava producendo. Amavo la DC come idea di democrazia e libertà, ma ne disprezzavo il cinismo correntizio.
– Come vede l’Italia di oggi?
– Con la saggezza di chi ha attraversato il secolo scorso e ha visto nascere la Repubblica Italiana, guardo all’Italia di oggi con una mescolanza di preoccupazione e speranza, tipica di un giurista che ha sempre creduto nelle istituzioni. Vedo naturalmente una politica molto diversa da quella dei miei tempi, dominata da una comunicazione rapida e spesso aggressiva. Noto però che, nonostante le sconfitte elettorali o i referendum, i leader odierni cercano di mantenere una coesione che ai miei tempi era costantemente minata dalle correnti interne della DC. Come padre costituente devo dire che mi addolora vedere la politica ancora come un terreno di scontro frontale, talvolta ai limiti della denigrazione. Vedo poi che la magistratura e la giustizia restano temi centrali e divisivi. Non dovrebbe essere così in un Paese che si ritiene maturo e pienamente democratico.
Ci accorgiamo che le facciate del nostro settimanale si stanno sbiadendo. Anche l’immagine del nostro Presidente. Non sentiamo più la sua voce caratterizzata dal suo accento partenopeo. La luce della sera sta scolorendo quel chiarore che ci ha accompagnato durante la nostra intervista (impossibile). Riponiamo nel cassetto la copia dell’Espresso, sperando (sappiamo, però, inutilmente) di chiudere una brutta pagina della nostra storia.


