Ieri sera 21.09.2026, alla trasmissione “Cose nostre” su RAI 1, hanno intervistato l’amico giornalista e scrittore Salvatore Scalia, per gli amici detto Turi, già direttore della pagina culturale “La Sicilia” di Catania.
Sono trascorsi circa 20 anni dalla presentazione del suo bellissimo romanzo “La punizione” a Mussomeli, presso villa Ricotta. Attualmente sono in corso le riprese cinematografiche a Catania, ispirate e tratte dal romanzo di Scalia.
La punizione è un libro sconvolgente che fa riflettere sulla crudeltà della mafia e sui crimini efferati commessi dai mafiosi, uomini senza onore, mentalmente dissociati, schizofrenici e dediti alla violenza disumana e senza regole, se si può parlare ancora di una violenza che sia umana e regolata da codici d’onore.
Anche la vecchia mafia agricola era stata mitizzata e in essa non c’era alcuna presunta bontà: unicamente prepotenza e crimini per il controllo del territorio e delle masserizie!
Crimini ingiustificati che ci fanno vomitare al solo pensiero che siano stati commessi da nostri conterranei e consimili, siciliani “normali” come noi.
La violenza non è normalità, la violenza mafiosa è certamente un fenomeno antropologico negativo, per me clinico. Ricordo le cose scritte dall’etnologo Ernesto De Martino e dallo scrittore Leonardo Sciascia.
Per decenni e forse secoli, i siciliani hanno convissuto con la mafia, facendo finta che non esistesse e accettando con l’omertà complice l’orrore e il disgusto criminale causato dai mafiosi.
Forse perché la mafiosità fa parte del DNA dei siciliani, è il segno distintivo di molti siciliani, non di tutti. Come il fascismo che è stato il tratto distintivo dell’italiota collettivo e ha segnato le esistenze di tanti italiani.
Quando manca lo stato etico e la legge simbolica che regola le relazioni sociali viene meno, il suo posto viene preso dal potere oscuro e invisibile della mafia e dalla mafiosità mortifera, il carattere patologico di una collettività che accetta e condivide la prepotenza violenta della sopraffazione criminale.
In Sicilia si diceva: lo stato è assente, anzi no, lo stato è convivente con l’affaire mafioso e quindi è criminale. Lo stato è il nostro “nemico”, la “mafia è buona”, “viva la mafia”.
E lo dicevano le mamme con lo scialle nero, le prefiche del finto dolore, quel matriarcato arcaico e brutale che negava la legge e autorizzava la mentalità del clan famigliare chiuso e perverso. “Roba” per i capi clan!
Non tutti i siciliani la pensavano in quel modo. C’erano i siciliani che venivano dalla civiltà contadina e gli operai delle fabbriche che si ribellavano e alzavano la testa, c’erano i tanti sindacalisti, i giovani, i politici, i carabinieri e i poliziotti, i magistrati e gli intellettuali, le donne e tanti altri che si opponevano e lottavano la mafia e di conseguenza venivano uccisi.
Non tutti i siciliani credevano e assentivano alla mafia e la sicilianità era anche altro che non la mafiosità dei baroni e dei campieri arroganti e prepotenti.
È esistita ed esiste una Sicilia creativa, libera, solare, laboriosa, composta da siciliani che amano la vita e che non si arrendono al destino ineluttabile della mafiosità perversa e nauseante.
Esistono i siciliani coraggiosi che non scappano e non vanno via dalla Sicilia, anche se il cancro mafioso ha segnato con le sue lunghe ombre e le sue trame oscure il vissuto vitale di una intera isola.
Esistono i siciliani poeti, i cantori e i “cunta storie” del popolo, il racconto virile di tanti siciliani sanguigni che pur offesi dalla mafiosità hanno continuato a credere e a sperare in una Sicilia migliore.
Ne dà testimonianza Turi Scalia con il suo bellissimo romanzo “La punizione”, dove anche l’orrore crudele dello strangolamento e della uccisione dei “picciriddi” trova e dà spazio al lirismo umanissimo dello scrittore.
Pagine indimenticabili di toccante e meravigliosa poesia, raccontate dagli stessi ragazzi, che riscattano quella assurda morte perché in terra di Sicilia si può essere rapiti dalla bellezza della notte stellare delle campagne nissene e dal ricordo e dal fascino mitico del vulcano materno: il fuoco e la lava dell’Etna.
Esiste anche una dignità del dolore che riesce a dare ancora senso alla tragedia di quattro innocenti “picciriddi” che avevano sbagliato ma che non potevamo meritare la crudele morte di finire strangolati in un pozzo oscuro e dimenticato.
A noi lettori, il compito piacevole di leggere e ricordare quella terribile vicenda e per conferire vero onore ai quattro ragazzi di Catania, “senza punizione”, figli legittimi della nostra amata e tradita isola di Trinacria.
Tonino Calà


