La “morte” di Dio nella società di oggi

Tonino Cala
Tonino Cala 277 Views
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Molti anni fa mi capitò tra le mani il libro di uno dei miei poeti e romanzieri preferiti: “La nevrosi si può vincere” di Hermann Hesse. Nella prefazione del libro Hesse analizzava le dinamiche dell’evoluzione antropologica e collettiva della società contemporanea agli inizi del ‘900.

Con molta chiarezza l’autore tedesco metteva in luce il cambiamento epocale e paradigmatico di una società che si trasformava, avendo quale orizzonte storico ed esistenziale i disvalori della iper-produttività, del consumismo, dell’edonismo materialistico e del neoliberismo capitalistico, con evidenti ricadute e conseguenze negative circa l’evoluzione o involuzione individuali e collettive.

Decretata la nicciana “morte di Dio”, quale orizzonte e principio spirituale della visione passata nella Storia e nella cultura degli uomini, emergeva in quella che può ritenersi l’attuale società il chiaro desiderio di rimuovere i pensieri della morte e di tutte le malattie esistenti per affermare con forza spropositata l’ideale salutista e iper-efficiente di una cultura effimera e illusoria.

Per la nostra società del super godimento non esiste la morte e sono scomparse tutte le malattie: non si deve morire e non ci si deve ammalare! Quando, paradossalmente, la morte e le malattie sono lo stigma della condizione umana, la finitudine che dell’uomo fa un uomo.

Esiste poi un delirio di onnipotenza che rispecchia l’uomo contemporaneo e il suo dovere di godere a tutti i costi. Anche dal punto di vista delle religioni e delle filosofie orientali, l’eccesso di godimento dedicato ai corpi e l’attaccamento ai beni materiali generano l’infelicità e la mancanza di serenità.

A volte, si prova il senso di colpa per essere rimasti vivi mentre gli altri cari sono morti. Invece, sensata o non sensata, la vita è così e nulla si può fare. Si sapeva che la persona cara, l’affetto della sua presenza, non poteva vivere per sempre perché nulla è per sempre. Siamo tutti di passaggio su questa terra.

Anche l’espressione di origine latina “che la terra ti sia lieve” è risibile perché il morto, dopo la morte, non ha nessuna consapevolezza del peso della terra o di altra sensazione fisica, perché si ritorna polvere da polvere che si era! E allora mi chiedo perché non si accetta laicamente l’idea di morire e di scomparire?

Nei fatti e nei comportamenti, e non in quello che si dice, nessuno crede a Dio e a quello che dicono le religioni. Per tradizione pedagogica, per abitudine e per paura si crede. La gente vuole vivere anche se spesso il caso e la casualità determinano la vita che non è logica e non ha alcuna spiegazione logica. Anche la psicoanalisi e la scienza non possono spiegare nulla, si arrestano dinanzi al mistero della vita.  

Siamo fatti per nascere o per morire? Entrambe le cose. La vita dentro la morte e la morte dentro la vita, “unite in un magico dilemma”, scrivevo in un mio verso.

Aveva ragione Hannah Arendt: “gli esseri umani sono fatti per nascere” perché a nessuno piace morire, anche al masochista non piace di morire. Penso ai sopravvissuti nei campi di concentramento e a quello che hanno patito per potere rimanere vivi. Penso ai tanti perseguitati e torturati dalle dittature totalitarie.

L’uomo nasce per vivere! Infatti, si sopportano i grandi dolori per potere rimanere vivi. Rimane il mistero sul perché gli uomini sono fatti così e sulla vita stessa e il suo significato! La morte fa parte del ciclo biologico, quindi dentro la vita.

Morto Dio (nel nome del padre), l’uomo riscopre la propria inevitabile mortalità. E si rimane soli senza il padre, senza una presenza divina di conforto. Capisco chi ha fede. La fede satura di senso la vita che non ha un senso. Siamo fatti per credere e per vivere e poi ci tocca morire! Ma siamo attaccati alla vita perché ci angoscia il vuoto nulla dopo la morte che accadrà, la mancanza di una risposta certa al nostro esistere e al senso da dare all’esistenza.

E rimane la illogica fede, qualcosa che ci dà speranza rispetto al nulla eterno. Non possiamo fare altro che credere per non cadere nel disperato nichilismo delle filosofie materialistiche.

Saldi nella ferma convinzione che desideriamo vivere, anche se moriamo tutti i giorni perché alcune parti di noi stessi si separano e vanno via, forse per effetto della neurogenesi e della plasticità del cervello mente, tra materia e spiritualità, tra probabilità e relatività scientifica e certezza di fede assoluta.

Tonino Calà

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