“La pedagogia della convenienza”

Tonino Cala
Tonino Cala 191 Views
16 Min Leggere

Premessa

Ci siamo mai accorti di essere stati bambini, rivedendo alcune nostre vecchie foto ed osservando i nostri figli e i nostri nipoti? A volte, sembra quasi, e a dispetto del fanciullino che è in noi, così presi dalla freneticità della nostra vita quotidiana che – sotto l’assillo delle responsabilità o totalmente investiti dallo schema iperproduttivo di una società che ci chiede continui sforzi per produrre, consumare ed accumulare ricchezze in modo crescente e smisurato – non riusciamo a riflettere sulla nostra vita e sul fatto che sempre più è venuta meno la nostra funzione educativa, quale punto di riferimento concreto e soggetto trasmettitore di valori per la costruzione della società del futuro.

   Può sembrare strano e suona male, se non ambigua sul piano etico e scientifico, parlare di una pedagogia della “convenienza”. La pedagogia non ha bisogno di nessun sostantivo per essere quella che è: una visione teorica e pratica dell’educare, in tutti i suoi aspetti antropologici, esistenziali, sociali, etici e culturali. L’aggiunta del termine “conveniente”, che può sembrare provocatorio rispetto ad una concezione tradizionale dell’educare, vuole invece essere una critica pragmatica rispetto al modello fordista, capitalistico, della pedagogia post-moderna. Sull’educazione, per sé stessa, non si potrebbe dire alcunché di pedagogico pensando ad un termine così commerciale ed economico quale quello della “convenienza”.

   L’accezione dicotomica della convenienza si riferisce ad una doppia valenza di significati che bisogna leggere attentamente per evitare errati fraintendimenti. Il negativo esprime e valorizza unicamente l’estensione del concetto economico alla sfera della soggettività e alla sfera sociale, per le sue implicazioni di condizionamento dei rapporti intersoggettivi. Il positivo è la capacità di liberare la soggettività dalle catene sociali operando scelte di libertà autentica e nuove forme di consapevolezza collettiva.

La pedagogia della convenienza vuole essere un’elaborazione e una trasmissione dei valori che coinvolgono ed attraversano il pensare e l’agire educativo. Può essere conveniente per gli studenti marinare la scuola o non studiare per svariati motivi. Non è invece conveniente per la società una scuola demotivante e disadattante. Sia nell’uno sia nell’altro caso la convenienza viene intesa in modo errato. Alla pedagogia della convenienza spetta il compito di rendere appetibile ed affascinante il bello e il positivo della vita, al di là di un momentaneo beneficio immediato o quale risultato di un’analisi sociologica che abbia il vizio moralistico di un’impostazione ideologica.    

   Gran parte della pedagogia del secolo scorso ha risentito dell’eccessiva teorizzazione della pedagogia americana, pensiamo soprattutto al pragmatismo di J. Dewey, che non scandalizzava per niente alcuni dei pedagogisti e degli educatori della vecchia Europa, anzi ne suscitava l’ammirazione e l’entusiasmo. Ma se, per un attimo, vogliamo uscire dall’ipocrisia che ha segnato la letteratura pedagogica dell’occidente, se analizziamo e diamo ascolto alle scoperte della psicoanalisi, da Freud in poi, ci rendiamo conto che talune apparenti espressioni pessimistiche sulla natura umana, già ipotizzate dagli antichi filosofi, trovano una puntuale conferma nelle cose dette dalla scienza pedagogica e psicologica del ‘900.  Invece, l’aspetto più interessante, una volta che è stata dichiarata la fine di una pedagogia da libro Cuore, inverosimile e senza alcun collegamento con la realtà infantile e più complessivamente umana, è quello per il quale diamo una significazione costruttiva e veramente educativa alla conoscenza della realtà bambino-uomo. È chiaro che il termine “convenienza” esprime una metafora della condizione infantile senza infingimenti, dotata di un senso e di un significato euristico.

   Da sempre, la scienza pedagogica, a partire dal dato esperienziale, ha voluto codificare un sapere fatto di concetti, logiche interpretative, contesti valoriali, principi didattici, regole metodologiche, calando dall’alto e dall’esterno il suo dettato teorico ed operativo sul soggetto educando e non partendo dal soggetto stesso in carne, spirito e dimensione psicologica. La pedagogia era la scienza delegata dalla società a riprodurre principi e valori di salvaguardia e di conservazione vitale di questa. Ciò ha generato più mostri che esistenze autentiche. Un’azione educativa che sia la materializzazione di una dottrina morale, rigido riflesso di un sistema sociale consolidato, pur nella comprensione di tutelare la vita dello stesso, applicata all’età dell’infanzia e senza tenere conto delle reali esigenze di questa, favorisce situazioni nevrotiche, sia individuali sia collettive, che causano inevitabili infelicità e, nel peggiore dei casi, alti costi sociali, prodotti dalle devianze e dai comportamenti criminali.

   Il bambino non è né buono né cattivo: semplicemente va compreso e non deve essere giudicato. Sappiamo che in molte realtà educative sono presenti le consapevolezze moderne di una pedagogia a misura di bambino; ma se ci facciamo attenzione molti educatori ed operatori di strutture prescolastiche e scolastiche mostrano limiti e fragilità umane e professionali che trovano riscontro nella quotidiana pratica formativa. Risentono ancora di quel moralismo pedagogico, normativo e formalizzato, per il quale e con il quale le società del passato hanno convissuto e legittimato. Non che l’educare non abbia nulla a che fare con le finalità etiche e culturali, strumento e cifra di un’identità comune. È diverso il percorso e l’approccio post-moderno che si propone per arrivarci.   

  È fondamentale che l’educatore sia libero interiormente da pregiudizi e preconcetti, anche di natura morale-pedagogica. Si vorrebbe un educatore aperto e disponibile, che conosce ed ha sperimentato la condizione infantile che è in lui, cioè una realtà precaria, insicura, contraddittoria; che abbia sperimentato la rabbia e il dolore della sua solitudine, delle crisi abbandoniche, delle paure evolutive cui si è soggetti fin dalla nascita; che sia capace di elaborare emotivamente ed affettivamente il vissuto che lo ha travolto nell’infanzia, anche quando lo ha rimosso e di cui, apparentemente, non vi è più presenza nella sua vita di adulto.

   Sgombrato il campo da una pelosa ed improduttiva educazione moralistica, emerge l’esigenza della pedagogia della convenienza che pone una conflittualità tra convenienze opposte e, nello stesso tempo, assimilabili alla complessiva esperienza umana. Da un lato, abbiamo il fascino torbido della negatività, con le sue oscure pretese, passaggio inevitabile di una criticità evolutiva; dall’altro il duro, faticoso, cammino di sentirsi responsabile nei confronti propri e degli altri, formativa catarsi di una vita attraversata dal dolore, momento di maturazione del bambino, del giovane, dell’adulto.

    La costruzione di una personalità e quindi l’educazione “potrebbe essere” un percorso di autentica emancipazione del soggetto che, praticando la libertà di scelta e di decisione, vive ed è segnato dalla propria dolorosa solitudine. A volte, il “male di vivere” può determinare scelte immediatamente convenienti, storie che si evolvono e si dissolvono in un’esistenza criminale o in una personalità “affaristica”, dediti solamente al guadagno e al proprio presunto benessere personale. Altrimenti, tramite la sperimentazione della turbolenza del cuore e dell’intelligenza, la paradossalità e il dubbio emotivo-razionale di una realtà soggettiva diversa ed originale, si attiverà la possibilità di creare visioni differenti ed arricchenti rispetto al proprio collocarsi nel mondo e nella società.

   È necessaria l’esperienza della problematicità, di una continua e poco rassicurante conflittualità, un mettere in discussione punti di vista consolidati, ritenuti certi e illusoriamente confortanti. Gli educatori poi sanno che esiste un orientamento etico che funziona come una bussola nella navigazione a vista nel mare dell’esistenza. Il brutto, l’osceno, la distruttività si potranno trasformare nella certezza metodica di un dubitare sulle scelte e sulle decisioni scontate e superficiali. Spesso lo stesso uomo approdato alla maturità sa poco di sé stesso e pretende di educare quando i suoi desideri lo conducono altrove, annullando quella razionalità che è il fondamento del sapere e della scienza.

   Il bambino vive in un caos di emozioni e di emergenze maturative e regressive che lo sviluppo dell’intelligenza può solamente mascherare, illudendoci sulla sua sanità mentale. Anche qui, le conoscenze che ci vengono dalla psicologia evolutiva e dall’approccio psicodinamico non ci devono rassicurare. Non si tratta semplicemente di applicare le conoscenze che abbiamo, le più avanzate e le più rispondenti ad un’antropologia della post-modernità. Quanto di osservare ed interagire con un essere umano in formazione che possiede caratteristiche e bisogni personali che possono smentirci e smentire l’acquisito epistemologico.

Bisogna, una volta per tutte, segnare il passaggio dalla pedagogia prescrittiva, quella del “comandamento”, ideologizzata e preconcetta nelle sue varianti morali, religiose e laiche, ad una pedagogia dell’orientamento, che sappia costruire il suo percorso all’interno di un contesto relativo e non definito, in perenne trasformazione, per effetto di un clima dei tempi flessibile e mutante. Tale approccio dinamico-pedagogico deve essere in grado di coniugare le ineludibili esigenze del soggetto educante con i valori e i principi educativo sociali della comunità d’appartenenza e del villaggio globale, consentendo l’interiorizzazione dei comportamenti per convincimento personale, come libera scelta del bambino in crescita, per la realizzazione della sua originale soggettività. 

– Le radici culturali della pedagogia della convenienza. –

Tutti i discorsi sin qui fatti sulla pedagogia della convenienza potrebbero far pensare che l’azzeramento dell’impostazione morale-pedagogica presenti una situazione dell’educare simile ad una tabula rasa, come un dovere scrivere su un foglio bianco le coordinate dell’azione educativa. Non è così. Se il metodo della pedagogia della convenienza vuole essere quello di un ascolto attivo, di una disponibile ricettività nei confronti dell’educando, di un educatore che si autoeduca per conoscere e sperimentare la complessità dell’esperienza e dell’educazione, la pratica della stessa ha precisi riferimenti culturali che emancipati da inutili sovrastrutture ideologiche e scientifiche sperimenta l’atto educativo con senso di libertà e di ricerca per proporre un arte del vivere, un percorso aperto lungo i sentieri dell’esistenza.

La convenienza della pedagogia postmoderna dichiara in modo subdolo le sue pretese di efficacia ed efficienza con riferimento al modello di una maggiore organizzazione dei saperi, della didattica, del profitto, secondo la logica di uno schema fordista-capitalistico a forte connotazione economica dove le ragioni dell’umano vengono sacrificate sull’altare di una istruzione-educazione industrializzata, primato dell’intelligenza e della materialità. Ciò è la conferma eclatante della bontà dell’analisi marxista, la scienza che più di tutte ha compreso il capitalismo e i suoi modelli, gli stili esistenziali e sociali. Quella che indubitabilmente ha intuito e spiegato il futuro delle civiltà governate dai processi economici, anticipando le condizioni e gli sviluppi del sistema attuale, con precise indicazioni sui fenomeni della globalizzazione. 

E per tale motivo, Marx che credeva nell’uomo e nell’umanità, nonostante la considerazione della sua naturale scarsa socialità e la visione di un uomo dedito all’affermazione del suo ego-imprenditore, elaborò una filosofia umanistica che voleva liberarlo dalle catene dell’abitudine per potere creare una società migliore, dove tutti potevano trovarvi posto, un luogo di dignità che faceva della diversità la vera ricchezza dei popoli. Il Marx economista, filosofo, psicologo, umanista è quello che ha reso grande il suo pensiero e il suo messaggio. L’imbroglio nacque con il Marx ideologo, il Marx del manifesto, il Marx dell’utopia. Giuste le premesse, errate le risposte e le conseguenze.

Un altro grande che ha analizzato l’uomo per la sua indiscutibile natura fu Freud. Non a caso tra i due molti sono i punti di contatto e di convergenza. Entrambi hanno liberato la storia del pensiero scientifico dalla ipocrisia e dal conato della falsità. E paradossalmente, pur dichiarando la loro professione orgogliosa di ateismo militante, protagonisti e portatori di una spiritualità che li fa molto vicini alla tradizione dello spiritualismo cristiano, di quel cristianesimo delle origini che valorizzò non la presunta bontà dell’uomo bensì la sua potenziale ricchezza fatta di creatività e capacità d’amare. Amore per la sofferenza, amore per l’ingiustizia, amore per le miserie dei consimili e della società. 

Il pensiero economico-umanista di Marx, la psicoanalisi e il cristianesimo sono questi i tre grandi filoni culturali, senza volere escludere altri importanti contributi come quelli delle filosofie e culture orientali, di una pedagogia della convenienza che si mette in ascolto sull’orlo del precipizio della storia per ridare voce al silenzio, per dare all’uomo e alla società strumenti di conoscenza che lo facciano sentire autentico protagonista della propria vita.

Nella vita da adulto tutti ricordano i maestri e gli insegnanti che li hanno saputi amare imparando e conoscendo saperi, valori, principi, salde convinzioni sull’essere uomini. Come non potersi chiamare cristiani e marxisti. In un tempo che predica e realizza gli aridi scenari dell’iniquità umana, sociale, culturale, spogliata dalla voglia di vivere, violata dalla propria stupidità tecnico-fallica, riscoprire l’uomo e la convenienza di una pedagogia a sua dimensione potrebbe determinare i destini di una storia ormai muta e segnata dalla mancanza di prospettive.

(1° parte – continua)

Prof. Tonino Calà Pedagogista

TAGGED:
Condividi Questo Articolo