La Soglia del Ritorno

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da Osservatorio Arte Contemporanea riceviamo e pubblichiamo:

La Soglia del Ritorno

Arte e letteratura sul Giovedì Santo di Caltanissetta di Francesco Guadagnuolo

Un’opera che nasce dalla pittura, respira nella musica e si compie nella parola

Quest’opera d’arte “La Soglia del Ritorno” (olio, acrilico e collage su tela), nasce da una composizione musicale che non appartiene al mondo. Non è un racconto, non è immagine, né visione: è un respiro in bilico.

Il bambino, l’uomo e l’ombra non sono personaggi. Sono stati dell’essere. Sono variazioni di una stessa coscienza che attraversa la luce, la memoria, il tempo.

La marcia funebre “Tristezza” di Luigi Cornia è il punto di rottura (Luigi Cornia, emiliano di nascita, ha svolto la sua attività di compositore e musicista a Caltanissetta). Non accompagna la processione: la precede. Non guida i portatori: guida il vuoto. Ogni nota è una fenditura. Ogni pausa è un abisso.

Ho scritto questo testo come si scrive un ritorno. Non c’è trama. C’è solo un passo che si ripete, e ogni volta è diverso. Una soglia si apre, più profonda ogni volta. Le immagini non illustrano: rivelano. Sono ciò che resta di un sentire. Il bambino che cammina sulla croce incisa nella strada, l’ombra che non è più ombra, la luce che pensa: sono frammenti di una marcia che continua anche quando tutto si è spento.

Quest’opera è dedicata a chi ha smesso di cercare risposte e ha cominciato ad ascoltare le domande che non fanno rumore.

La Soglia del Ritorno (Romanzo breve)

Arrivò a Caltanissetta come si arriva in un sogno che non si è scelto. Non ricordava il viaggio. Non ricordava il motivo. Solo un vuoto che gli camminava accanto da mesi, un vuoto che aveva preso la forma di un silenzio troppo grande per essere ignorato.

La città lo accolse con una luce che non sembrava luce. Era un chiarore stanco, come se il giorno avesse smarrito la memoria della sua origine. Le pietre respiravano. O almeno così gli parve.

Sulla strada, incisa nella pietra, una croce. Non un simbolo: una direzione. Una ferita che precede ogni passo.

IL BAMBINO – L’origine che non ricorda

Il bambino camminava lungo la croce come se non sapesse ancora di appartenere al mondo. La luce dell’alba gli scivolava addosso senza illuminarlo davvero: sembrava più un invito che una rivelazione.

Non cercava nulla. Non ricordava nulla. Eppure avanzava, come se qualcuno lo avesse chiamato da un luogo che non aveva nome.

Fu allora che la sua ombra si staccò.

Non fu un distacco violento. Fu un gesto naturale, come quando un respiro esce dal corpo e per un istante, sembra avere una vita propria.

L’ombra lo precedette. Poi gli girò intorno. Poi si fermò davanti a lui.

Il bambino la guardò senza riconoscerla. L’ombra inclinò il capo, come se stesse aspettando un ricordo che non arrivava.

La città era immobile. Le pietre trattenevano un silenzio troppo grande per essere silenzio.

L’UOMO – Il ritorno che non sa di tornare

L’uomo avanzava nella stessa Piazza, senza sapere perché. Ogni passo era un tentativo di ricordare qualcosa che non aveva nome.

Quando vide il bambino, si fermò. Quando vide l’ombra, comprese.

Non era un incontro. Era un ritorno.

L’orologio della Cattedrale era immobile. Non segnava l’ora: segnava l’attesa. Il tempo non era cronologia. Era coscienza.

L’OMBRA – La memoria che non appartiene al corpo

L’ombra non seguiva nessuno. Non imitava. Non apparteneva al mondo.

Era la parte dell’essere che non muore quando il corpo vive male. Era la memoria profonda, quella che non si lascia cancellare.

Quando l’uomo le si avvicinò, l’ombra cambiò forma. Per un istante – un solo istante – ebbe il suo volto. Non quello di adesso. Quello di quando aveva ancora un futuro. Quello di quando credeva che la vita fosse una strada e non un labirinto.

Poi il volto svanì. E l’ombra si aprì come una ferita.

Dentro non c’era buio. Non c’era luce. C’era qualcosa che pulsava.

LA MARCIA – Il suono che apre il mondo

La prima nota della marcia funebre di Luigi Cornia arrivò come un colpo d’aria fredda. Non un suono: un’apertura. Una fenditura nel mondo.

La nota non veniva dalla banda. Non veniva dai vicoli. Non veniva dal cielo. Veniva da loro.

Ogni nota era un passo. Ogni pausa era un abisso. La marcia non apparteneva alla città. Non apparteneva al tempo. Apparteneva a loro tre: al bambino che non sapeva, all’uomo che aveva dimenticato, all’ombra che ricordava tutto.

Era un suono bellissimo, troppo bello per appartenere al mondo. Un suono che non chiedeva di essere ascoltato, ma attraversato.

LA PROCESSIONE – Il rito che rivela

La processione del Giovedì Santo a Caltanissetta avanzava come un respiro antico. Il Cristo alla Colonna non sembrava portato dagli uomini, ma dal tempo. 

La luce non illuminava: rivelava. 

Cristo non mostrava il dolore. Mostrava un velo. Non quello della Veronica, non quello della Maddalena.

L’uomo si fermò: su quel velo non c’era il volto di Cristo, ma il suo. Il volto perduto, quello che non aveva più avuto il coraggio di guardare. 

La folla restava immobile, mentre la marcia avanzava come un’onda che lo attraversava. Indietreggiò, ma nessuno lo vide. Seguì il gruppo: ogni passo un ricordo che riaffiorava, ogni nota una ferita che si riapriva. 

Al Cenacolo la marcia cambiò. Non nel suono, ma nel modo in cui lo colpiva. Non era più musica. Era giudizio. 

E il Cristo che lo fissava portava una tristezza troppo vasta per essere umana. Il velo che reggeva non mostrava un altro volto: mostrava il volto dell’Uomo che ritorna. 

Le gambe gli cedettero. Cadde in ginocchio. La città taceva. E in quel silenzio, tra una nota e l’altra, comprese.  

L’ombra parlò. Non con una voce. Con la sua voce. 

«Non sono io che ti seguo», disse «Sei tu che stai tornando». 

L’uomo non rispose. Perché in quell’istante comprese la verità. 

L’ombra non era un presagio. Non era un ricordo. Non era un doppio. 

Era lui. Ma non il lui che camminava nel mondo. Era il lui che aveva smesso di vivere molto tempo prima. 

La marcia riprese. Ma non nella città. Nel mondo intero. 

E tutto si spense.

IL CERCHIO – L’incontro dei tre stati dell’essere

Quando la luce tornò, non c’era più distanza tra loro. Il bambino guardava l’uomo come si guarda un futuro possibile. L’uomo guardava il bambino come si guarda un’origine perduta. L’ombra li avvolgeva entrambi come una memoria che non chiede permesso.

La marcia si chiuse come un cerchio. Non un finale. Un ritorno.

SILENZIO – Ciò che resta

Quando la città riprese a respirare, nella Piazza non rimase nessuno.

Solo la luce. Solo il passo. Solo la marcia che continuava, senza bisogno di corpi, senza bisogno di mondo.

                                                                                                                                   (Francesco Guadagnuolo)

Conversazione con l’autore

(sull’opera pittorica da cui nasce il romanzo)

D. L’opera pittorica da cui nasce questo romanzo è intensa, stratificata, quasi inquieta. Com’è nata? 

Francesco Guadagnuolo: È nata da un’immagine che non voleva essere immagine. Stavo lavorando ad un collage sul Giovedì Santo nisseno, ma a un certo punto la figura del bambino è apparsa da sola, come se non l’avessi dipinta io. Non era un soggetto: era una soglia. E accanto a lui, quasi subito, è comparsa l’ombra. Non un’ombra naturale ma una presenza. Da lì ho capito che non stavo più lavorando a un quadro: stavo aprendo un varco.

D. Nel romanzo il bambino, l’uomo e l’ombra non sono personaggi ma stati dell’essere. Nell’opera pittorica come si manifestano? 

F. Guadagnuolo: Nel quadro non sono figure distinte. Sono tre tensioni. Il bambino è la parte che non sa ancora. L’uomo è la parte che ha dimenticato. L’ombra è la parte che ricorda troppo. La pittura non li separa: li tiene insieme, come se fossero tre strati della stessa coscienza. Il romanzo ha fatto la stessa cosa, ma con le parole.

D. La croce incisa nella strada è un elemento centrale sia nell’opera che nel romanzo. Perché? 

F. Guadagnuolo: Perché non è un simbolo religioso. È una direzione. È la via del cristianesimo come cammino interiore, non come dottrina. Nel quadro è una ferita nella pietra. Nel romanzo è una ferita nella memoria. Il bambino la percorre perché è l’unico che può farlo senza paura.

D. La marcia funebre di Luigi Cornia, “Tristezza”, è il cuore sonoro del romanzo. Che ruolo ha avuto nella creazione dell’opera pittorica? 

F. Guadagnuolo: Un ruolo assoluto. Io non ho dipinto ascoltando la marcia: ho dipinto attraverso la marcia. È un suono che non accompagna la processione: la genera. È un suono bellissimo, straziante, che non consola ma apre. Ogni pennellata è stata una nota. Ogni pausa è stata un vuoto necessario. Il romanzo ha fatto la stessa cosa: ha lasciato che la marcia lo attraversasse.

D. Nel romanzo Cristo non mostra il dolore, ma il velo con il volto dell’Uomo. È un’inversione potente. Da dove nasce? 

F. Guadagnuolo: Dalla pittura. Nel quadro non c’è la Veronica. Non c’è la Maddalena. C’è Cristo che solleva il velo come se dicesse: “Questo sei tu.” Non è un gesto di pietà. È un gesto di restituzione. Il romanzo ha colto questo movimento e l’ha trasformato in parola.

D. La processione del Giovedì Santo di Caltanissetta è famosa nel mondo. Che cosa rappresenta per lei? 

F. Guadagnuolo: Non è un rito. È un tempo. Un tempo che non appartiene al mondo. Quando la città si ferma, non è per tradizione: è per riconoscimento. La processione non rappresenta la Passione: la rivela. E la marcia di Cornia è la sua voce più profonda. Il romanzo ha cercato di restituire questo: non la scena, ma il respiro.

D. Cosa desidera che il lettore porti con sé dopo aver letto il romanzo?

F. Guadagnuolo: Niente risposte. Solo una domanda che non fa rumore. E la sensazione che qualcosa stia tornando, anche se non ha nome.

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